L’arazzo di Giulio Romano per Federico II torna a Mantova

Il Mibact acquisisce per Palazzo Ducale il tessuto rinascimentale commissionato dai Gonzaga, appartenuto a Federico Zeri e proveniente dalla collezione Verolino

Ada Masoero |  | Mantova

Dal committente, Federico II Gonzaga duca di Mantova, al grande storico dell’arte Federico Zeri, che nei primi anni ‘70 l’acquistò per la sua collezione sul mercato antiquario londinese, il monumentale arazzo raffigurante «Venere spiata da un satiro con i puttini», rimasto nella collezione dei Gonzaga almeno fino a tutto il Seicento, ha avuto una storia collezionistica di altissimo livello, il cui ultimo passaggio in ordine di tempo l’ha condotto nella raccolta di Raffaele Verolino.

Da lui, infatti, il MiBACT l’ha acquisito nello scorso dicembre, grazie all’impegno della Direzione Generale Musei, guidata da Massimo Osanna, alla regia di Palazzo Ducale di Mantova e al supporto di Fondazione Palazzo Te. L’arazzo (quattro metri per 4,5) è così rientrato, per così dire, «a casa», in quel Palazzo Ducale dei Gonzaga dove Giulio Romano aveva ideato per Federico II questa scena tratta dalle «Εἰκόνες» di Filostrato (II secolo d.C.), in cui una prosperosa Venere gioca con tre puttini, mentre un’altra piccola folla di bimbetti alati gioca, lotta, scherza in un frutteto rigoglioso e su un prato luminoso.

C’è chi pesca un grosso pesce dal ruscello, chi si arrampica su un melo e chi lo scuote per far cadere i frutti, ma intanto un satiro, seminascosto da un’architettura arborea, spia la dea con evidente cupidigia (un disegno preparatorio, speculare, di mano di Giulio, è conservato a Chartsworth nella Devonshire Collection e un altro, di un dettaglio, è invece al Louvre).

Con questo drappo Federico II intendeva testare le capacità di Nicholas Karcher, l’arazziere fiammingo che aveva chiamato a Mantova, con l’intento di avviare una manifattura in città (che sarebbe diventato il più celebre arazziere in territorio italiano). Il fiammingo arrivò l’8 ottobre 1539 con undici aiutanti e si mise subito all’opera per questo che doveva essere il primo degli arazzi «dei Puttini» richiesti da Federico II. Il duca, però, morì di lì a poco, nel giugno del 1540, tanto che questa «tappezzeria» rimase l’unica a fregiarsi delle sue imprese.

Perché i successivi arazzi (quelli che ci sono giunti almeno, interi o in frammenti, sei dei quali conservati al Museu Gulbenkian di Lisbona, uno al Museo Poldi Pezzoli di Milano, uno nella raccolta del marchese di Northampton), portano l’arme del fratello e successore, il cardinale Ercole Gonzaga che, da reggente, volle che la suite di arazzi fosse portata a compimento «per suo passatempo», sempre sui bozzetti di Giulio Romano.

L’acquisto dell’arazzo (nel 2004, dagli eredi di Federico Zeri) da parte di Raffaele Verolino, fu una vera scommessa. In cattive condizioni di conservazione, sembrava difficilmente recuperabile. Un restauro durato un anno, invece, gli restituì la sua bellezza, tanto che nel 2010 fu esposto a Mantova, in Palazzo Te, nella mostra «Gli arazzi dei Gonzaga nel Rinascimento» e poi, nel 2019, nella mostra «Con nuova e stravagante maniera. Giulio Romano a Mantova».

Fu allora che si avviò la lunga trattativa, conclusa solo nello scorso dicembre, che ha permesso di portare in Palazzo Ducale questo capolavoro, definito dal direttore Stefano L’Occaso, «un manifesto di quella Età dell’Oro che fu il ducato di Federico II Gonzaga».

Dal canto suo, Stefano Baia Curioni, direttore della Fondazione Palazzo Te, che ha contribuito all’acquisto, ha evidenziato come quest’acquisizione sia anche in perfetta consonanza con l’intera «programmazione culturale di quest’anno di Palazzo Te, ispirata al mito di Venere».

L’arazzo figurerà infatti ben presto nella mostra che in questa primavera celebrerà in Palazzo Te il mito della dea.

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