L’anima in un microchip

Reale e virtuale di Lynn Hershman Leeson ed Ed Atkins al New Museum di New York

Federico Florian |  | New York

Fino al 3 ottobre, il New Museum ospita una doppia personale di due fra i più interessanti artisti viventi a esplorare la relazione tra reale e virtuale, corpo e tecnologia: Lynn Hershman Leeson (nata in Ohio nel 1941) ed Ed Atkins, artista britannico di una generazione più giovane (Oxford, 1982).

La prima, universalmente considerata la pioniera dell’arte digitale, ha prodotto nell’arco della sua lunga carriera un corpus di opere che spazia da disegni, sculture e fotografie a video, installazioni e lavori interattivi di net-art. «Immagina un mondo in cui la nostra anima si confonde con il perimetro del chip» ha dichiarato nel 1998, solo qualche anno dopo l’invenzione del World Wide Web. «Un mondo in cui il Dna è impiantato artificialmente e sviluppato geneticamente per creare macchine intelligenti e autoreplicanti». Parole che rivelano un’attitudine a plasmare universi distopici e fantascientifici, eppure non troppo lontani dalla realtà contemporanea.

Non è un caso, pertanto, che Hershman Leeson abbia sempre lavorato con le tecnologie più avanzate, dall’intelligenza artificiale alla programmazione genetica, spesso anticipando l’impatto dei dispositivi tecnologici sulla nostra società. Tra i lavori in mostra vi è il suo progetto forse più celebre, concepito negli anni Settanta, quando l’artista creò un alter ego di se stessa, dando forma fisica e virtuale al personaggio fittizio di Roberta Breitmore. Imperdibili le sculture della serie delle «Breathing Machines» (1965-68), calchi in cera del volto dell’artista, e «The Infinity Engine» (dal 2014 a oggi), inquietanti repliche di laboratori di genetica.

Per la mostra inaugurale di una nuova partnership tra il museo newyorkese e i Nokia Bell Labs, Ed Atkins ha concepito un’installazione inedita il cui fulcro è rappresentato da un’animazione digitale realizzata tramite tecnologie di riconoscimento facciale. Il soggetto del lavoro è una conversazione tra l’artista e sua madre, registrata durante i mesi del lockdown: un «saggio sulla distanza», lo descrive Atkins, che riflette sui rischi di disconnessione insiti in tecnologie progettate per connettere, paradossalmente, gli esseri umani.

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