L’America in un cult-museum

Le collezioni del Walker Art Center in trasferta a Palazzo Strozzi

Un’immagine da «Cremaster 2: The Drones’ Exposition» (1999) di Matthew Barney. Foto Chris Winget © Gladstone Gallery, New York e Bruxelles
Franco Fanelli |  | Firenze

Sebbene per molti anni Firenze abbia subito la fama di essere città poco generosa nei confronti dell’arte contemporanea, non lo è mai stata con quella americana. Lo ricorda Arturo Galansino nel catalogo che accompagna la mostra «American Art 1961-2001. Le collezioni del Walker Art Center», aperta sino al 29 agosto a Palazzo Strozzi.

Una sede, per tornare a quanto si diceva prima, che nell’ultimo periodo ha molto contribuito a portare a Firenze l’arte d’oggi, insieme al Museo Novecento diretto (senza i mezzi e la visibilità di Palazzo Strozzi, ma non per questo meno attivo) da Sergio Risaliti. Si deve invece alla mediazione di Vincenzo de Bellis, curatore e direttore associato per le mostre e le attività del museo di Minneapolis, questa rassegna che parte dall’anno di svolta 1961, data dell’elezione di John Fitzgerald Kennedy alla presidenza degli Stati Uniti, al 2001, l’anno dell’attentato alle Twin Towers.

Un quarantennio critico della storia americana, dunque, che il Walker Art Center, nato nel 1874 per iniziativa dell’imprenditore e collezionista Thomas Barlow Walker, «prima galleria d’arte pubblica ad ovest del Mississippi», come scrive in catalogo De Bellis, ha attraversato con opere che a tratti, per temi e iconografie, s’intersecano con la macrostoria del Grande Paese. Non poteva che essere così per un «museo-culto, scrive ancora De Bellis, che ha presentato e propone gli sviluppi più estremi dell’arte dei nostri tempi».

È il caso dei ritratti di Jackie Kennedy e delle «Electric Chairs» di Andy Warhol; dell’attività multimediale di Barbara Kruger; dell’installazione di Félix González Torres «Untitled (Last Night)», che ci rimanda, anche in virtù dell’impegno politico del suo autore, agli anni dell’Aids, il male che colpì duramente la comunità gay. I conflitti etnici ispirano invece le stampe di Kerry James Marshall, i dipinti di Glenn Ligon e il video di Kara Walker.

La rassegna, che con «Analog» (2004) di Mark Bradford (2004) raggiunge gli attuali fasti della «Black Art», è comunque una sorta di manuale visivo dell’arte statunitense che spazia da Joseph Cornell alla Pop art, dalla maestosa «Sky Cathedral Presence» di Louise Nevelson al New Dada, dal Minimalismo alla Body art e all’arte performativa, dalla «Picture Generation» agli artisti della West Coast. Catalogo Marsilio, con preziose cronologie.

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