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L’ambigua collaborazione con la Cina

In discussione le partnership culturali per le critiche sulle violazioni dei diritti umani

Serge Lasvignes, Emmanuel Macron e Fong Shizhong all’inaugurazione del Centre Pompidou a Shanghai

La Tate, il Victoria & Albert Museum (V&A) e il Centre Pompidou hanno difeso le loro collaborazioni in Cina di fronte alle crescenti critiche sulle estese violazioni dei diritti umani nel Paese. Tutte e tre le istituzioni stanno collaborando o prestando consulenza su grandi progetti con società di proprietà dello Stato, sostenendo che condividere le loro collezioni e competenze in questo modo «genera una maggiore comprensione tra le culture e le comunità globali» (V&A); aiuta «ad aumentare l’accesso del popolo cinese alle possibilità dell’arte internazionale» (Tate); e aiuta «a promuovere la tolleranza e la curiosità» (Pompidou).

Le collaborazioni forniscono anche un contributo significativo ai bilanci di questi musei, in un momento in cui gli introiti finanziari sono fortemente limitati dal Covid-19. Il Pompidou, ad esempio, riceve 20,75 milioni di euro per la sua collaborazione con il gruppo West Bund di Shanghai. Sulla base dell’accordo, lo scorso novembre l’istituzione parigina ha aperto una filiale a Shanghai nella quale organizzerà mostre con opere provenienti dalle sue collezioni a Parigi.

E benché il British Museum non abbia stipulato alcuna partnership con aziende statali, la sua collaborazione con il gigante dell’e-commerce Alibaba mostra quanto sia desiderabile il mercato. Solo nel 2018, il British Museum ha generato quasi 30 milioni di dollari tramite la piattaforma di licenze online di Alibaba Alfilo Brands, che vende prodotti a marchio British Museum in Cina.

Ma ora, artisti e gruppi per i diritti umani mettono sempre più in discussione queste partnership in Cina alla luce delle crescenti prove della detenzione di circa un milione di uiguri musulmani nella regione dello Xinjiang, la repressione dei manifestanti a Hong Kong, la censura pervasiva dello Stato e altri diffusi abusi perpetrati dal Partito Comunista Cinese sotto il presidente Xi Jinping. Il partito ha respinto le critiche ai suoi campi di detenzione, descrivendoli come centri di formazione professionale.

Cristina Ruiz, da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020



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