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Mostre

L'amata Russia di Chagall

A Palazzo Roverella la nostalgia dell'artista per la cultura popolare della madre patria

«Il mondo sottosopra» (1919) di Marc Chagall (particolare). © Chagall®, by SIAE 2020

«Anche la mia Russia mi amerà». Sono le parole con cui Marc Chagall sigla la serie di venti tavole che compongono il racconto autobiografico Ma vie dove l’artista russo, trasferitosi a Berlino, racconta se stesso all’età di 34 anni. Parole e immagini da cui trasuda, in questo primo tempo di distacco dalla madre patria, il senso di nostalgia per la cultura di cui l’artista si era nutrito, destinato a caratterizzare tutta la sua opera anche negli anni di Parigi, degli Stati Uniti e del sud della Francia.

Gli animali, i violini, i villaggi di campagna e i personaggi che popolano le sue opere, sono gli stessi che Chagall aveva conosciuto attraverso le canzoni e le fiabe della tradizione orale, così come attraverso le immagini di un sentimento religioso dove la matrice cristiana ortodossa si contaminava con quella chassidica.

È questo rapporto con la cultura popolare russa che ha guidato la selezione di opere (70 dipinti su tela e su carta, due serie di incisioni e acqueforti) che compone la mostra «Marc Chagall. Anche la mia Russia mi amerà», a cura di Claudia Zevi, a Palazzo Roverella dal 19 settembre al 17 gennaio.

La celeberrima «Passeggiata» del 1917 o «L’ebreo rosso» del 1914, entrambi dal Museo di San Pietroburgo, la «Resurrezione in riva al fiume», del 1947, da collezione privata parigina, sono alcuni dei più noti capolavori esposti. Opere lontane dallo spirito di rottura delle avanguardie, eppure rivoluzionarie nella loro atmosfera di realismo onirico.

Le opere provengono oltre che dagli eredi dell’artista, dalla Galleria Tret’jakov di Mosca, dal Museo di Stato Russo di San Pietroburgo, dal Pompidou di Parigi, dalla Thyssen-Bornemisza di Madrid e dal Kunstmuseum di Zurigo oltre che da collezioni private. In catalogo (Silvana Editoriale) saggi di Maria Chiara Pesenti, Giulio Busi, Michel Draguet e Claudia Zevi.

Camilla Bertoni, da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020



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