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Restauro

L'allievo dei Tiepolo a Palazzo Menz

Restaurati gli affreschi di Carl Henrici nel Salone d’Amore e nel Salottino cinese

Affreschi à chinoiserie realizzati nel 1789 da Carl Henrici nel Salottino cinese di Palazzo Menz a Bolzano. © Alex Filz – Palais Melz srl

Bolzano. Si è da poco concluso il restauro degli affreschi del piano nobile di Palazzo Menz, che completa l’operazione di recupero dell’intero palazzo avviata dalla nuova proprietà facente capo a un gruppo immobiliare internazionale. Di impianto seicentesco, l’edificio subì una completa ristrutturazione dopo l’acquisto nel 1753 da parte di Georg-Paul von Menz, unico erede della ricchissima famiglia di mercanti ammessa al patriziato nel 1722.

Nel 1771 erano terminati i lavori architettonici e di rinnovo degli arredi e nel 1776, in occasione delle nozze di Georg-Paul con l’ereditiera Clara Amorth, fu commissionata a Carl Henrici (1737-1823, pittore slesiano da tempo attivo in Veneto, Trentino e Tirolo) la serie di affreschi del Salone detto d’Amore e del Salottino cinese.

Henrici fu artista nordico di nascita ma tutto veneziano e veneto di formazione pittorica: a diciott’anni fu a Venezia allievo di Giambattista e Giandomenico Tiepolo (dei quali è chiara l’influenza stilistica negli affreschi di Palazzo Menz), poi di Rosalba Carriera e infine a Verona di Giambettino Cignaroli.

Le disgraziate vicende del palazzo di Bolzano (passato nell’Ottocento in eredità ai conti von Sarnthein, poi venduto varie volte, in anni recenti affittato a una banca e soprattutto disastrosamente danneggiato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale) hanno lasciato intatte dell’impianto originale solo le due sale al piano nobile.

Gli affreschi, che per fantasia e qualità sono pari a opere coeve nei palazzi di Vienna, Monaco, Innsbruck, erano già stati restaurati da Adriano Salvoni in occasione della mostra del 2004 «Bolzano 1700-1800. La città e le arti», dopodiché sono rimasti ancora una volta celati e solo oggi, dopo una rinnovata pulizia, tornano visibili al pubblico.

Entrambe le sale hanno decorazioni in stucco seicentesche entro le quali si inseriscono le pitture. La volta del Salone contiene «Il Trionfo d’Amore tra gli dei dell’Olimpo» a richiamare le nozze della committenza, tant’è che il centrale Cupido, accompagnato da Venere e incoronato dalla Fama, regge l’arco ma senza frecce né faretra, non più necessarie dati i felici sponsali. Accanto Giove e Giunone abbracciati, ciascuno col proprio animale simbolico: l’aquila e il pavone.

Sotto di loro Mercurio, con elmo alato e caduceo, il vecchio Saturno, alato e dalla barba bianca, e Pan, figura molto diffusa nell’iconografia alpina nonché simbolo araldico dei Menz. E ancora Apollo, la cui mano s’intreccia a quella di Diana, Ercole con la clava, Marte stretto a Minerva e infine Plutone. Ai lati quattro medaglioni con i quattro elementi: Aria (Eolo), Terra (Cerere e Bacco), Acqua (Nettuno e Anfitrite), Fuoco (Vulcano).

Scendendo alle pareti dal trionfo celeste si passa alla gioia terrena con la raffigurazione di una festa in maschera in un ampio giardino: sullo sfondo un muro ornato di statue, un giardino alberato e una scenografica fontana di Nettuno, in primo piano figure variamente caratterizzate (dame dalle gonne a paniers, gentiluomini in marsina ma pure gli esotici cinese, turco, pellerossa ecc.), molte con la veneziana mascherina nera e tutte intente al corteggiamento.

Accanto al Salone d’Amore si apre il Salottino cinese: ancora una volta memore di Tiepolo, ma Giandomenico questa volta, Henrici vi svolge un paesaggio à chinoiserie con persone, alberi, fiori, piante e uccelli multicolori con il mare e costruzioni d’ispirazione cinese sullo sfondo e una balaustrata di stile veneto in primo piano. Tra le figure un mandarino seduto sotto una palma, un’ancella che gli porge una brocca, una dama cinese con un bimbo e un anziano pellegrino appoggiato a un bastone.

Per molto tempo si è dibattuto se Henrici avesse affidato l’esecuzione del Salotto cinese alla bottega poiché non presentava quella leggerezza di tocco che caratterizza gli altri affreschi dell’artista. Allo stesso tempo stupiva che un pittore così attento alle mode avesse lasciato una delle rarissime decorazioni à chinoiserie presenti in Tirolo alle mani di allievi. I restauri hanno risolto il dubbio ritrovando l’henriciana autografia rococò sotto una greve ridipintura ottocentesca. Attualmente è allo studio una soluzione che coniughi la fruizione artistica degli spazi con l’utilizzo dell’affittuario.

Giovanni Pellinghelli del Monticello, da Il Giornale dell'Arte numero 405, febbraio 2020



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