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Fotografia

L’Africa è uno stato mentale

Il futuro del continente nell’ultimo libro di Ekow Eshun

«Eleventh» (2018) di Lina Iris Viktor

«Il libro è organizzato in quattro parti: Città ibride mette insieme fotografi intenzionati a documentare la metropoli africana come un luogo in rapida trasformazione, fisica e sociale; Zone di libertà riunisce artisti i cui lavori affrontano questioni come il genere, la sessualità e l’identità culturale; Mito e memoria è un’esplorazione di quella fotografia che sa fondere fatti, finzione e icasticità della resa pittorica allo scopo di ottenere uno strumento per confrontarsi con i problemi legati ai luoghi e alla storia, mentre Paesaggi interiori è dedicato a visioni personali dell’Africa e dell’africanità»: così con grande capacità di sintesi l’autore Ekow Eshun conclude l’introduzione del suo L’Africa del XXI secolo. Fotografie da un continente, impegnativo e prezioso volume riccamente illustrato appena pubblicato da Einaudi (272 pp., traduzione di Mario Capello, € 70,00).

Il volume nasce come catalogo di una mostra nata a Nottingham che avrebbe dovuto avere un’ulteriore tappa quest’estate ai Rencontres d’Arles annullati causa pandemia, il cui titolo originale, «Africa State of Mind», rende bene l’idea che sta alla base della riflessione di Eshun, vale a dire la concezione di una unitarietà della fotografia africana rintracciabile nella sua dimensione ideale, di rappresentazione di un’appartenenza, più che di una vera e propria, nonché impossibile, uniformità di linguaggi o stili.

Attraverso 51 fotografi, presentati monograficamente, l’autore rende conto dei più recenti sviluppi di una pratica fotografica che solo di recente è giunta agli onori delle cronache e soprattutto degli studi occidentali, con la scoperta, alla fine del secolo scorso, di grandi maestri maliani come Seydou Keïta o Malick Sidibé, dei sudafricani Santu Mofokeng o Jodi Bieber, e l’emersione degli esponenti delle generazioni più giovani, ormai stabilmente presenti all’interno del panorama mondiale della fotografia e qui presentati con grande completezza, da Kader Attia a Edson Chagas, da Pieter Hugo a Zanele Muholi, da Youssef Nabil a George Osodi, per non citare che i più noti.

Ciò che l’autore sottolinea con maggior forza, comunque, è la volontà di raccontare questa storia dall’interno, sfuggendo i cliché presenti da sempre nella narrazione occidentale non solo della società africana, ma anche delle sue manifestazioni culturali: uno sguardo nuovo, dunque, che rifugge non solo il colonialismo storico, ma anche quella parte di immaginario che vuole la rappresentazione di un’Africa sempre povera, derelitta e arretrata. Le fotografie di questo volume e le scelte di Eshun testimoniano invece di un continente pieno di contraddizioni, ma coraggiosamente proteso verso il futuro.

Walter Guadagnini, da Il Giornale dell'Arte numero 409, luglio 2020



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