L’affaire surrealista del Discobolo di Hitler

Venduta al Führer nel 1938 dal principe Lancellotti, riportata in Italia da Rodolfo Siviero nel dopoguerra, la statua romana in marmo è di nuovo al centro di una querelle tra Italia e Germania. E nessuno chiarisce il mistero che ha permesso di trasformare un bene privato in un bene pubblico

Lo scatto d’epoca che ritrae Hitler accanto al Discobolo
Gloria Gatti |

Il principe romano Filippo Lancellotti è stato una delle prime vittime della legge Rosaldi del 1909 che aveva vietato l’esportazione dei beni privati dichiarati di interesse culturale e gli aveva impedito di vendere al Metropolitan Museum di New York il suo «Discobolo Lancellotti», una copia in marmo del perduto bronzo di Mirone di età antonina, e di risanare così le sue traballanti finanze.

Per ribellarsi all’ingiustizia subita, quel principe guascone, visionario e certamente liberale coprì la statua con una tovaglia (così raccontava la moglie) per non farla vedere neppure ai suoi ospiti in visita a Palazzo Massimo Lancellotti di Roma. La provvidenza gli apparve nel 1936 sotto lo strano sembiante di un omino baffuto, dai gusti artistici discutibili, che ravvide, in quella copia romana di una scultura greca, l’incarnazione dell’ideale ariano dell’atleta nazista e ne fece il simbolo dei Giochi Olimpici del 1936 e della razza.

In via eccezionale, nonostante l’opposizione di Giuseppe Bottai, ministro dell’Educazione fascista e padre del nazionalismo culturale, l’opera venne «liberata» da Mussolini e fu venduta dal principe al piccolo uomo di Linz che ne fece dono al popolo il 18 maggio 1938 al prezzo di 16 milioni di lire, l’equivalente di 15 milioni e mezzo di euro attuali. L’atleta nazista fu presentato il 9 luglio 1938 nella Glyptothek di Monaco di Baviera, alla presenza dello stesso Führer, ripreso in bella posa in un’iconica fotografia dell’epoca.

Alla fine della guerra, apertosi il tema delle restituzioni delle opere sottratte dai nazisti, trovò applicazione l’art. 77 comma 2 del Trattato di Parigi del 1947: «I beni identificabili appartenenti allo Stato italiano e a cittadini italiani, che le Forze armate germaniche o le autorità germaniche abbiano trasferito con la violenza o la costrizione, dal territorio italiano in Germania, dopo il 3 settembre 1943, daranno luogo a restituzione». Il Discobolo, nonostante fosse stato compravenduto e prima del 1943, finì nella lista dei beni rivendicati e ritornò in Italia grazie alla scaltrezza di Rodolfo Siviero, «monument man» nostrano, che ne fece questione di principio facendo leva sul vincolo di inesportabilità e sulla compiacenza degli alleati.

Il rimpatrio frettoloso fece dimenticare alla Glyptothek di Monaco il basamento settecentesco della scultura, che invece è attualmente esposta nel Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo, dopo un passaggio nel 2022-23 alla mostra «Arte Liberata. Capolavori salvati dalla guerra (1937-1947)» presso le Scuderie del Quirinale di Roma, e ha dato spunto per riaprire la querelle com’è buona tradizione italica (a cui hanno partecipato non solo i direttori dei musei interessati, Florian Knauss a Monaco e Stéphane Verger a Roma, ma anche il direttore degli Uffizi Eike Schmidt, tedesco, secondo cui «la Germania deve restituire all'Italia la base del Discobolo», e il ministro Sangiuliano, al grido di «dovranno passare sul mio cadavere, se rivogliono il discobolo», frase poi definita «una battuta»; Ndr).

E, ancora adesso, nessuno si è preoccupato di chiarire il mistero che ha permesso di trasformare un bene di proprietà di un privato cittadino in un bene pubblico. Ancora una volta quel che più preoccupa è la reviviscenza del nazionalismo culturale, di quel concetto superato di integrità del patrimonio culturale ridotto ad album di figurine Panini in base al quale il Discobolo di Hitler «deve» stare a Roma in un museo di antichità. E non in un qualsiasi museo di storia del ’900 (in Italia o Germania è indifferente) dove possa essere valorizzata la valenza simbolica dell’opera, che è degna di diventare uno strumento per fare cultura, abbattere i pregiudizi sulle diversità e assolvere la funzione sociale che l’arte deve avere in uno Stato di diritto.

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