CONTINENTE ITALIA 970 x 90 Nuova testata GDA

GENIUS LOCI

Kujataa, Groenlandia (Danimarca)

Un osservatore privilegiato, Francesco Bandarin, scruta il Patrimonio Mondiale

L’insediamento di Igaliku

Cinque secoli prima che Cristoforo Colombo si avventurasse nell’Oceano Atlantico nel tentativo di raggiungere le Indie, i Norse (il popolo scandinavo anche noto con il nome di Vichinghi) avevano già colonizzato l’Islanda e raggiunto la Groenlandia e le coste nordamericane, come mostrano i resti archeologici nel sito canadese di L’Anse aux Meadows a Terranova (sito iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale). La scoperta di quella che i Norse chiamarono la «verde terra» si deve a una delle figure storiche più importanti delle saghe nordiche, Erik Thorvaldsson (950-1003), detto Erik il Rosso, un esploratore Norse, la cui famiglia si era insediata nel Nord-Ovest dell’Islanda verso la metà del X secolo d.C.

Esiliato per un conflitto interno, nel 982 Erik si spinse a Occidente dell’Islanda fino a incontrare la Groenlandia, da lui così battezzata per invogliare i futuri coloni a trasferirsi. Secondo la celebre «Saga di Erik il Rosso», passò tre anni a esplorare le coste della Groenlandia e, dopo il ritorno in Islanda, organizzò, nel 985, il trasferimento di una colonia nelle nuove terre. I coloni Norse crearono tre insediamenti, uno nel Sud-Ovest della Groenlandia, chiamato Eystribyggd (l’insediamento orientale, vicino all’attuale villaggio di Qaqortoq), e uno più a nord, chiamato Vestribyggd (l’insediamento occidentale, vicino all’attuale capitale, Nuuk).

Un terzo insediamento, chiamato dagli archeologi «intermedio», fu realizzato in seguito a sud dell’insediamento occidentale. L’insediamento orientale divenne rapidamente una colonia importante, raggiungendo i 5mila abitanti, mentre l’insediamento occidentale rimase più piccolo, con circa mille abitanti. I coloni vivevano principalmente praticando l’agricoltura e l’allevamento di bovini, pecore e cavalli, in condizioni molto difficili, anche se all’epoca il clima della Groenlandia ere più caldo di quello attuale.

Inoltre, veniva praticata la caccia al tricheco e al narvalo, che fornivano due preziosi materiali per il commercio con l’Europa: l’avorio e il caratteristico dente, che nel Medioevo veniva creduto essere il corno del mitico liocorno. Le tre comunità mantennero legami di dipendenza con il Regno di Norvegia e furono dotate persino di un vescovo, inviato dall’Europa, che sovrintendeva alla vita religiosa.

Gli insediamenti Norse si svilupparono e sopravvissero per quasi quattro secoli, fino alla grave crisi creata dall’arrivo nel 1349-50 della peste nera, che uccise gran parte della popolazione. All’epoca della peste, tuttavia, le colonie si erano già fortemente indebolite, per un insieme di cause che sono state ben studiate da Jared Diamond nel suo celebre libro Collasso (Einaudi, 2014).

Innanzitutto, le condizioni climatiche peggiorarono con la fine del cosiddetto «periodo caldo medievale» e l’arrivo della piccola glaciazione, che durò dal XV fino al XIX secolo. Questo portò alla crisi dell’agricoltura tradizionale, che i coloni non riuscirono a compensare con produzioni alternative, perché non avevano mai sviluppato l’attività della pesca.

La continua degradazione dello scarso suolo disponibile, a causa della deforestazione e della combustione del manto erboso per il riscaldamento e la trasformazione dei prodotti, portò alla riduzione graduale della produzione agricola. Infine, attorno alla fine del XII secolo, giunse nella zona un popolo artico proveniente dalla Siberia, che era insediato nel Nord della Groenlandia fin dall’VIII secolo: gli Inuit.

Questo popolo, che ancora oggi abita la Groenlandia, aveva nel tempo perfezionato le tecniche di sopravvivenza in un ambiente artico, imparando a vivere e viaggiare per terra e per mare, e a cacciare le balene. Le tecniche perfezionate dagli Inuit, come l’igloo, l’uso dei cani da slitta, il kayak, l’arpione, le tute impermeabili, ancora oggi suscitano l’ammirazione degli specialisti.

Gli Inuit erano ottimi cacciatori e coraggiosi guerrieri, e riuscirono a soppiantare completamente un’altra popolazione di origine asiatica insediata nella Groenlandia da secoli, i Dorset. I Norse e gli Inuit entrarono certamente in contatto, come mostrano i risultati delle ricerche archeologiche, e vi sono anche narrazioni che parlano di scontri tra le due comunità, ma probabilmente la fine degli insediamenti Norse avvenne per consunzione e per l’abbandono da parte della madrepatria.

L’ultima nave norvegese partita per portare soccorso ai coloni, nel 1368, non arrivò mai a destinazione. E l’ultima traccia di vita delle comunità è del 1435. La zona popolata dai Norse venne abbandonata per almeno tre secoli, quando altri insediamenti, promossi dal missionario danese Hans Egede (1686-1758), si svilupparono, principalmente per la pesca e la caccia alle balene. Tuttavia, è solo all’inizio del XX secolo che fu possibile riorganizzare la produzione agricola nell’area, grazie allo sforzo del Governo danese, che reintrodusse l’allevamento per rendere gli abitanti più autonomi.

Il sito di Kujataa, iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale nel 2017, è un paesaggio culturale che include i resti dell’insediamento orientale dei Norse (Eystribyggd), oltre ai villaggi delle comunità Inuit che si svilupparono nella zona nei secoli successivi.

Il sito è composto da cinque aree, con caratteristiche diverse a seconda dei tipi di occupazione: Qassiarsuk, che ha la maggiore concentrazione di siti archeologici dei primi insediamenti; Igaliku, dove viveva il vescovo, e infatti vi si trovano le rovine del palazzo episcopale, poi granai e altre strutture, oltre a edifici che datano dal secolo XVIII al XX; Sissarluttoq, il più piccolo degli insediamenti con i resti di una sola fattoria; Tasikuluulik, con una chiesa Norse, in un paesaggio caratterizzato da fiordi e laghi, e con molte fattorie del XX secolo; e infine Qaqortukulooq, dove si trovano rovine dei siti Norse, tra cui la chiesa di Hvalsey e anche tracce di insediamenti Inuit.

La tutela dei siti archeologici non è facile in un territorio caratterizzato da climi così rigidi, e inoltre la presenza di attività agricole e produttive non facilita le indagini archeologiche. Tuttavia, l’iscrizione nel Patrimonio Mondiale ha dato impulso alla conservazione di questi siti unici, testimoni di uno straordinario episodio di espansione della cultura europea.

Francesco Bandarin, da Il Giornale dell'Arte numero 412, novembre 2020

©RIPRODUZIONE RISERVATA

  • La chiesa di Hvalsey
  • Il paesaggio rurale artico
  • Resti di strutture rurali a Qaqortukulooq
  • Resti di granaio a Igaliku
  • Localizzazione di Kujataa

GDA412 Bertozzi & Casoni

GDA412

GDA412 Vernissage

GDA412 GDECONOMIA

GDA412 GDMOSTRE

GDA142 Vedere in Canton Ticino

GDA412 Vedere a Torino

Società Editrice Umberto Allemandi s.r.l.
Piazza Emanuele Filiberto, 13/15 10122 Torino
Tel 011.819.9111 - P.IVA 04272580012