Kronenberg gioca con l’ambiguità

Nella galleria Renata Fabbri è lo spettatore della mostra che crea un racconto grazie al susseguirsi di opere da osservare da «diverse angolazioni»

«Senza titolo» (2020), di Giovanni Kronenberg. Foto: Cosimo Filippini
Francesca Interlenghi |  | Milano

A partire dal 18 gennaio, Renata Fabbri ospita la terza personale in galleria di Giovanni Kronenberg (Milano, 1974). Il progetto, visibile sino al 9 marzo, riunisce la produzione più recente dell’artista: una serie di nuove opere scultoree in dialogo con una selezione di disegni.

Attratto dalla polisemia linguistica degli oggetti, che scompone e ricompone, frammenta e poi riaccorpora secondo un processo di messa in questione incessante della forma, Kronenberg fa dell’ambiguità dell’opera d’arte lo snodo centrale della sua poetica. Senza cedere alla presunzione di un discorso univoco, i suoi lavori rifiutano l’approccio narrativo o la finalità didascalica. L’esito formale del processo creativo ha piuttosto le caratteristiche di prototipo. Si tratta di ipotesi che l’artista realizza nel suo studio, inteso come luogo delle infinite possibilità.

«Io non sono affatto per l’opera unica, ma piuttosto per quella che naviga a livello linguistico, che non viene subito indirizzata dentro certi canali. Vengo in contatto, anche casualmente, con gli oggetti e il fatto che in essi coesistano diversi significati mi attrae. Li prendo (certi li acquisto), li porto in studio, li lascio sedimentare. Alcuni emergono e li lavoro, altri invece continuo a farli riposare. Sono per la dinamica dell’artista quasi inconsapevole. Cito spesso Jean Cocteau, quando sosteneva che prima o poi gli artisti smetteranno di dire che sono gli organizzatori del mistero».
«L’antinomia di Capitan Blicero» (2016), di Giovanni Kronenberg. Foto: Sebastiano Luciano
Le due sculture esposte in questa occasione sono state realizzate con materiali provenienti dalla città di Venezia. Quella di dimensioni più grandi, che occupa quasi per intero il piano superiore della galleria, è il risultato della trasformazione di alcune lastre di marmo di Trieste utilizzate per la costruzione di un ufficio postale di Rialto, ai primi del Novecento. Giunto al suo terzo appuntamento espositivo da Renata Fabbri, Kronenberg prova a sviluppare una relazione diversa e originale con l’ambiente, appropriandosi del contesto architettonico attraverso un’opera dalle proporzioni inedite, che occupa lo spazio nel suo dispiegarsi.
L’altro lavoro, di grandezza più ridotta, è invece frutto della manipolazione di un oggetto rinvenuto in una fonderia di Murano. A completamento, e con intento osmotico, una serie di disegni. Tratti grafici enigmatici, irrisolti nel loro manifestarsi, che alimentano l’idea di mostra come puzzle la cui ricostruzione è demandata alla libera interpretazione del visitatore. Un osservatore-attore, che contribuisce egli stesso al racconto.

«Mi piace che non ci siano troppi elementi, che le mostre siano parcellizzate e che lo spettatore abbia spazio e tempo per vedere le opere da diverse angolazioni, per girarci intorno e costruirsi una sua idea. Se vogliamo che gli oggetti dicano cose complicate bisogna rispettarli, non bisogna soffocarli. Perché solo se lasciati liberi, con un linguaggio che sia il più aperto possibile, hanno la possibilità di esprimersi».

© Riproduzione riservata «Senza titolo» (2018), di Giovanni Kronenberg. Foto: Giorgio Benni
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