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Mostre

Joseph Kosuth viaggia nel tempo

Da Lia Rumma l'ultima personale dell'artista americano

L'instalalzione en plein air di Josef Kosuth collocata lungo il parapetto della terrazza al primo di piano della galleria Lia Rumma di Milano

Milano. Che cos’è il tempo? E che cos’è, soprattutto, quel «tempo esistenziale» sul quale Samuel Beckett si è interrogato in ogni sua opera? Per la seconda volta, dopo l’ultima sua personale da Lia Rumma a Milano, nel 2010 (intitolata «Texts for Nothing», come le omonime brevi prose di Beckett), Joseph Kosuth (Usa, 1945) rende nuovamente omaggio, negli stessi spazi, al grande scrittore irlandese, investigando il tema, per lui fondante, del tempo soggettivo. Si riconnette dunque al nucleo della ricerca di allora ma ora si lascia guidare dal pensiero di altri filosofi e scrittori della modernità.

Nel grande spazio al piano terreno della galleria, per questa personale intitolata «Existential Time» (visitabile fino al 21 dicembre), Kosuth ha tracciato dodici aforismi luminosi sulle pareti color antracite, servendosi della consueta luce dei tubi al neon («warm white neon», specifica), che inducono a riflettere sul tempo e sul suo scorrere, sulla nascita e sulla morte, sul tema dell’inizio e della fine. E li ha accompagnati con altrettanti orologi analogici, che segnano ore diverse, le cui lancette dei secondi ruotano a una velocità inquietante.

Gli autori degli aforismi sono allusi dalle sole iniziali, ma su quelle pareti grigie ci sono asserzioni, in lingua originale, di una decina di autori da lui amati, da Nabokov («Mille anni fa cinque minuti equivalevano a mille e rotti grammi di sabbia sottile. Guarda fisso le stelle. Il tempo infinito del passato e l’infinito tempo del futuro: richiudono sopra di te le ali immense, e già è la fine») a Joyce, che di Beckett era stato amico («Nessuna penna, nessun inchiostro, nessun tavolo, nessuna stanza, nessun tempo, nessuna pace, nessuna inclinazione»), da George Eliot («Ogni limite è un inizio oltre che una fine») e Nietzsche («Si dovrà immediatamente stabilire in quale misura nessuna felicità, nessuna serenità, nessuna speranza, nessun orgoglio, nessun presente sia possibile senza smemoratezza»).

Ancora Nietzsche è l’autore di tutte le citazioni tracciate lungo il parapetto della terrazza al primo piano, che dall’interno (dove ci s’imbatte nell’immagine di un serpente che ingoia la propria coda; un uroboro, metafora visiva, sin dalla più lontana antichità, del tempo circolare, infinito e autorigenerante) si può vedere solo attraverso una strettissima fessura aperta nel pannello nero che accieca le vetrate: come se si strizzassero le palpebre per meglio intenderne il significato.

All’ultimo piano, ecco invece delle «citazioni» oggettuali: qui trova posto il progetto «Quoted Use», realizzato da Kosuth con Schellman Art di Monaco, in cui sono riunite, come in un salotto, le riproduzioni in edizione limitata di oggetti del quotidiano di personalità come Jane Austen, Beckett, Simone de Beauvoir, Darwin, Duchamp, Einstein, Kierkegaard e Virginia Woolf. Lavori in cui Kosuth riflette, ancora una volta dopo mezzo secolo e sempre con l’identica intensità, sulle strategie dell’appropriazione e sulle illimitate potenzialità del linguaggio nei suoi rapporti con l’arte visiva.

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 403, dicembre 2019



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