Jimmie Durham, l’ultimo dei cherokee

È scomparso a Berlino a 81 anni il «pellerossa» che amava Calvino. Ripubblichiamo il testo che Angela Vettese gli dedicò sul Giornale dell’Arte, n. 243, maggio 2005

«Smashing» (2004) di Jimmie Durham, performance, Fondazione Antonio Ratti, Como. Foto L. Bianco © Fondazione Antonio Ratti «Senza Titolo (Apecar)» (2004) di Jimmie Durham. Foto L. Bianco © Fondazione Antonio Ratti Jimmie Durham nel 1995. Foto Daniel Šperl
Angela Vettese |

Io me la caverò e tu perirai, preda della violenza che hai generato, sembra dire a chi ha segregato i suoi avi Jimmie Durham, un pellerossa che amava Italo Calvino

Uno non pensa che un cherokee abbia gli occhi azzurri ed è così che Jimmie Durham, nato nel 1940 nell’Arkansas, ha trascorso la vita tra il desiderio di scappare dal suo popolo e quello di testimoniarlo. Poteva passare agevolmente per bianco, nessuno lo avrebbe additato come erede dei pellerossa da film (successivamente alla pubblicazione di questo articolo l’identita cherokee è stata messa in discussione. Durham non era indiano, bensì figlio di cowboys del Texas, ma aveva lui stesso dichiarato di essere nato nell’Arkansas, Ndr). Ha vissuto nel Texas, a New York, a Marsiglia, a Berlino e ora progetta di spostarsi a Roma.

Non tornerà negli Stati Uniti, che detesta, che sperava di avere abbandonato nel 1968 ma dove poi ritornò per lottare contro Nixon e la sua politica di apartheid. Conserva il passaporto statunitense con vergogna, ma non si farà più assorbire dal melting pot. Una minestra ipocrita, asserisce, che accetta e mischia solo i bianchi (italiani, polacchi, tedeschi, irlandesi e meglio se hanno gli occhi chiari) che riescono a dimenticare in fretta le proprie radici e che si omologano al mito americano.

Anche lui ci ha provato. Poi si è accorto che scappare dalla propria identità significava perdersi, abbandonare se stesso, distruggersi anche come persona. Così ha partecipato a numerosi gruppi attivisti, uno dei quali aiutato anche da Cassius Clay-Mohammed Alì, e ha lavorato come attore in molte pièce sperimentali e di protesta. È ritornato all’arte visiva nel tempo, dopo un lungo apprendistato nel quale ha dovuto imparare la cultura del suo nemico: per esempio, il linguaggio dei saggi (ne ha scritti molti, così come di poesie) oppure di una scultura di Claes Oldenburg.

Conserva una parte di autolesionismo, come chiunque abbia sofferto molto o da piccolo abbia visto soffrire i propri cari o abbia sentito troppe storie di sofferenza. Un bambino non sa a chi dare la colpa e finisce per darne una parte anche a se stesso. La punizione che Jimmie si infligge è il non prendersi mai davvero sul serio. Sta nascosto nell'ironia che pone ovunque ma che, appunto, finisce per intaccare anche la sua persona.

Ridacchia di sé e delle sue opere. In cambio, le sue opere ridacchiano del mondo sul quale si affacciano. Le si può prendere per semplici pietre rotte o monumenti all'assurdità, ma si può anche pensare che siano sassi scagliati contro di noi. A Documenta 9, nel 1992, aveva presentato un fantoccio di legno che rievocava alcune fattezze tipiche di chi non sia auto-sufficiente: quasi un pinocchio con i piedi bruciati seduto su uno sgabello.

A Rivoli si vide una sua scultura che rappresentava un uomo indiano con un fallo enorme, a rievocare il tentativo ricorrente di risarcire gli emarginati «di solito nani o negri» mitizzandone la prestanza sessuale. A Colle Val d'Elsa lo si è visto proporre, nel 2003, un altro mostro, uno spaventapasseri sorgente dal fiume che ne rappresentava lo spirito: anche qui, il riso amaro era puntato verso la tenacia con cui l'uomo bianco attribuisce alle culture minori un animismo da minorati.

A Como ha proposto quest'estate un'apecar schiacciata dal peso del suo carico, un masso: metafora tragicomica di chi ha troppo da portare con sé per poter essere un nomade, ma che ancora desidera fingersi leggero come un uccello. Leggero come un personaggio di Calvino, tra gli scrittori più amati dall'artista perché non sottolinea un impegno sociale ma lo propone sotto le spoglie del racconto.

Anche a Durham interessa raccontare. Molto spesso racconta con il silenzio. Non ha bisogno di riempire lo spazio tra te e lui con parole incessanti. Accavalla le gambe, le sposta, prende tempo. Trasforma anche il silenzio in una cosa leggera. Ma la sua leggerezza non è quella di chi sia diventato saggio e distaccato.

Piuttosto, è il raffinato risultato di chi, da una rabbia infuocata, piano piano abbia tolto ogni energia che possa tornare indietro come un boomerang. Il problema è tuo, sembra dire alla società che ha permesso Wounded Knee e che non è riuscita a diventare una civiltà. Io me la caverò, sembra dire a chi ha segregato i suoi avi, tu perirai, preda della violenza che hai generato.

L'articolo è stato originariamente pubblicato su «Il Giornale dell'Arte», n. 243, maggio 2005.

© Riproduzione riservata «La Malinche» (1988-91). Foto Dirk Pauwel © SMAK
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