Jeff Wall: «Il mio lavoro è cinematography»

Dopo vent’anni il fotografo canadese torna in Svizzera: alla Fondation Beyeler oltre 50 opere (anche inedite) di un implacabile osservatore degli stili di vita e delle interazioni sociali

«Milk» (1984), di Jeff Wall, Reims, Frac Champagne-Ardenne
Luca Fiore |  | Basilea

«Il mio lavoro si basa sulla rappresentazione del corpo. Nel medium della fotografia, tale rappresentazione dipende dalla costruzione di gesti espressivi che possano fungere da emblemi». Così inizia uno dei testi più celebri in cui Jeff Wall (Vancouver, 1946) parla della sua opera. Il brano, datato 1984, s’intitola «Gestus», perché «“gesto” indica la posa, o l’azione, che proietta il suo significato in quanto segno convenzionalizzato».

L’artista giustifica la sua scelta di creare immagini che sono mise en scène e che si distaccano dalla tradizione documentaria che aveva prevalso nei decenni precedenti. E continua: «Il gesto crea verità nella dialettica del suo essere-per-un-altro, sul piano dell’immagine, del suo essere-per-un-occhio. Io immagino quest’occhio come qualcosa che si sforzi per, e desideri di, far esperienza della felicità, e conoscere la verità sulla società».

Ora la sua opera è presentata in una grande mostra dal 28 gennaio al 21 aprile nella Fondation Beyeler di Basilea. «Jeff Wall è un artista che ha contribuito in modo significativo all’affermazione della fotografia come forma d’arte indipendente ed è oggi uno dei suoi più importanti rappresentanti», spiega Martin Schwander, curatore della mostra.

Che cosa significa oggi curare una mostra come questa?
Sono passati quasi due decenni dall’ultima personale di Jeff Wall in Svizzera. C’è un vasto pubblico che non ha visto la mostra di allora o che era ancora molto giovane per farlo. Nelle sue opere, Jeff Wall indaga il confine tra fatto e invenzione, caso e costruzione, conscio e inconscio, mettendo in discussione il concetto tradizionale di fotografia come rappresentazione fedele della realtà. D’altra parte, il contesto sociale, culturale e mediatico in cui guardiamo l’arte di Wall è cambiato radicalmente dagli anni Duemila. Il numero di immagini digitali e spesso modificate con Photoshop e, più recentemente, di fotografie generate dall’Intelligenza Artificiale su internet e sui social media è aumentato senza sosta, cambiando la comprensione e il significato della fotografia.

Wall è considerato uno dei padri della «staged photography», che cosa significa?
Dalla metà degli anni Settanta, Wall ha esplorato i modi per espandere le possibilità artistiche della fotografia. Lui chiama il suo lavoro «cinematography» anziché «staged photography», vedendo nel cinema un modello di libertà creativa e di invenzione che era stato sminuito dalla definizione dominante di fotografia come «documento». Ciò significa che molte delle sue fotografie sono immagini costruite che implicano un’ampia pianificazione e preparazione, la collaborazione con gli interpreti e il lavoro di postproduzione. In questo modo crea immagini che si discostano dalla nozione di fotografia come documentazione fedele della realtà.

La mostra presenta nuovi lavori mai esposti. Quali sono i temi più recenti?
Oggi l’immagine fotografica è diventata sempre più un oggetto di consumo immediato, governato da considerazioni di impatto visivo e funzionalità immediata. Wall sembra essersi tenuto a distanza da questo sviluppo e le sue immagini hanno mostrato una notevole costanza per decenni. Non presentano cambiamenti formali significativi o spostamenti di motivi che possano essere citati come prova di una periodizzazione in termini di stile. Ciò è in parte dovuto al carattere della fotografia come mezzo, la cui natura tecnica lascia poco spazio a una modifica stilistica della «scrittura» personale dell’artista. Le numerose linee di continuità della sua opera sono alla base della mostra alla Fondation Beyeler. Per quanto riguarda i temi delle sue opere, Wall è un implacabile osservatore degli stili di vita e delle interazioni sociali delle persone in un contesto urbano di opposizioni economiche e culturali. Il suo interesse è rivolto sia alla condizione degli svantaggiati e degli emarginati sia alla vita delle classi medio-basse e alte.

Avete realizzato un particolare allestimento per la mostra?
Gli spazi splendidi progettati da Renzo Piano sono una scenografia molto minimale. Le oltre 50 opere in mostra comprendono le famose trasparenze di Wall esposte in lightbox, insieme a fotografie in bianco e nero e stampe a colori. In ognuna delle 11 sale le opere più recenti creano un dialogo tematico e formale con le opere iconiche precedenti.

Quella di Wall è una fotografia colta, con riferimenti sia alla storia dell’arte europea dei secoli scorsi sia alla tradizione più recente dell’Arte concettuale. Come mettere insieme questi due mondi nel suo lavoro?
La ricerca di una composizione coerente, che apra molteplici connessioni con la storia dell’arte e del pensiero, è invariabilmente al centro di ogni immagine fotografica di Jeff Wall, fin dai suoi anni di formazione postconcettuale, a metà degli anni Settanta. La sua opera, che oggi comprende quasi 200 fotografie, trae ispirazione da un’ampia gamma di generi e motivi: nature morte, immagini storiche e paesaggi si alternano a scene di fantasia, immagini di memoria e rappresentazioni di persone. Finora si è prestata poca attenzione alla propensione di Wall, fin dai suoi esordi come artista, a combinare elementi autobiografici con scene che altrimenti manifestano uno spirito di impassibile oggettività.

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