Ivo Saglietti, fotografo nomade con le radici nella libertà

Tiziana Bonomo, curatrice della mostra che apre domani al Museo del Risorgimento di Torino, ricorda l’amico scomparso il 2 dicembre

«Aeroporto di Santiago, Cile, 12 aprile 1987» di Ivo Saglietti. © Ivo Saglietti
Tiziana Bonomo |  | Torino

Martedì 12 dicembre, al Museo Nazionale del Risorgimento di Torino, inaugura «Ivo Saglietti. Lo Sguardo Nomade», o  un omaggio al fotografo e fotoreporter  scomparso il 2 dicembre fa a 75 anni. Una mostra che nasce grazie alla sensibilità di persone che hanno compreso che l’idea di esporre delle immagini di Ivo era una corsa contro il tempo: Michele Ruggiero presidente de La Porta di Vetro insieme al Consiglio regionale e al Comitato Diritti Umani del Piemonte, Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici di Intesa Sanpaolo e Ferruccio Martinotti, direttore del Museo Nazionale del Risorgimento hanno permesso di realizzare l’esposizione che resterà aperta fino al 28 gennaio 2024. La curatrice, Tiziana Bonomo, racconta l’artista e l’amico.

Ho conosciuto Ivo Saglietti a metà degli anni ’90 a un corso di storia della fotografia. Ivo portò il suo lavoro fatto ad Haiti. Vedevo scorrere sullo schermo le «diapositive» in bianco e nero, la raccolta della canna da zucchero, i giovani in mezzo all’immondizia alla ricerca di scarti di cibo, i bambini pieni di vita provati dalla stanchezza, le donne nere nere con in mano madonne bianche bianche; e poi la voce di Ivo, profonda, da fumatore, che con poche misurate parole tentava di far capire di cosa era stato testimone: miseria, povertà, mancanza di diritti. La visione composta nelle sue fotografie, con quella luce che accarezza tutte le sfumature dei grigi per bloccare nel bianco e nel nero la cornice del racconto, non mi ha più abbandonato.
«Haiti, 1993» di Ivo Saglietti. © Ivo Saglietti
Ho insistito per rivederlo, conoscere i suoi lavori. Così è stato. Il fumo della sigaretta lo ha sempre accompagnato nella strada mai abbandonata, mai, della ricerca dell’uomo (uomo come essere umano) della comprensione dell’esistenza, della vita. Ho iniziato così a sfogliare i suoi lavori e i suoi racconti: in Sud America (Cile, Perù, Salvador, Guatemala) e poi nel Vicino Oriente e poi in Africa e poi ancora a Mar Musa e poi i Balcani dove insieme a Valeria Gradizzi ha dedicato viaggi ripetuti continuando a cercare, cercare. Cercare quella luce che lo aveva fatto diventare fotografo: la luce del Mediterraneo. Una voce e un atteggiamento umile, un uomo con convinzioni profonde, un fotografo coraggioso.

Ivo è stato per me il simbolo perfetto dell’uomo nomade con radici nella libertà che lui cercava in giro per il mondo e che faticava a trovare. L’ha trovata in Padre Dall’Oglio con cui era diventato un grande amico. Come è nata questa amicizia, cosa ha fotografato è in un breve video all’interno della mostra che siamo riusciti a realizzare grazie a delle registrazioni di Federico Montaldo.

La forza del suo linguaggio è in uno sguardo che coglie un insieme che ha sempre senso, che non ha sbavature e imprecisioni. Assale improvvisa la voglia di fermarsi lì a farsi incantare da quell’immagine in bianco e nero così comunicativa e precisa nella sua compostezza formale. Accade così anche nella mostra, una breve storia dei suoi lavori più significativi dalla fine degli anni ’80 con il Cile e che si conclude nel 2018 con Idomeni.

Lavorerò ancora e ancora per fare amare la luce di Ivo. Nelle sue fotografie sembra non esserci possibilità di fuga da quella situazione così sapientemente ripresa: è così oppure è così che è accaduto e nulla, in quel momento, si può fare. Nulla se non quello di provare compassione, di abbandonarsi alla realtà dei fatti. La sua fotografia non fa sobbalzare per l’orrore e nemmeno urlare dalla disperazione, non ricerca lo scandalo, non ricerca la provocazione, non sente il bisogno di urlare ma semplicemente di sussurrare. Il significato emerge con grazia, arriva da quello sguardo che cerca, cerca, cerca instancabilmente il senso, il perché delle cose. Perché si deve arrivare a commemorare i morti dei massacri, perché si deve sopportare l’attesa sotto la pioggia, fare la coda per una ciotola di cibo per attraversare una frontiera, patire la fame per sfuggire alla guerra, perché ci si deve vergognare entrando in un campo di concentramento, perché si deve ammirare la bellezza delle donne colpite da malaria, perché l’estraniamento dei carcerati riesce a provocare un senso di disagio imprevisto?

Chi verrà alla mostra «Ivo Saglietti Lo Sguardo Nomade» dovrà avvicinarsi alle fotografie, molte di piccolo formato, come voleva lui, cercando di scoprire cosa c’è dentro in quelle immagini inserite nei passpartout e incorniciate di nero come la grande scuola francese ha sempre insegnato.

© Riproduzione riservata «Mar Musa, Siria, 2002, Padre Dall’Oglio sale nella luce verso la montagna» di Ivo Saglietti. © Ivo Saglietti
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