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Italia non più Nostra

Quattro presidenti in tre anni: adesso lascia Mariarita Signorini. Aria di crisi

Roma. Quando un’associazione o un ente cambia quattro presidenti in meno di quattro anni il segnale è inequivocabile: almeno la sua compagine apicale conosce una crisi seria. Capita alla benemerita Italia Nostra: si è appena insediata Ebe Giacometti, storica dell’arte, già presidente del Consiglio regionale di Italia Nostra-Lazio.

Succede a Mariarita Signorini che, eletta a settembre 2018, meno di un anno e mezzo dopo è stata sfiduciata da una risicata maggioranza di 13 consiglieri su 24 del Consiglio nazionale. Andando a ritroso, Oreste Rutigliano ha guidato l’associazione da fine maggio 2017 a settembre 2018 succedendo a Marco Parini, dimessosi in un turbine di polemiche molto aspre.

L’epilogo stupisce perché la Signorini, restauratrice lombarda di casa a Firenze, ha intrapreso anche sui media molte battaglie che hanno dato grande credito a Italia Nostra: non ultima va ricordata l’opposizione, sostenuta con la sezione veneziana, al prestito al Louvre dell’«Uomo vitruviano» di Leonardo dalle Gallerie dell’Accademia, quel prestito che la stessa Signorini ha indicato tra i peggiori fatti d’arte nel «Meglio e Peggio 2019» di «Il Giornale dell’Arte».

Alcune fonti (che non sono la restauratrice) indicano proprio quella battaglia veneziana come una concausa dell’opposizione di molti consiglieri, mentre la maggioranza dei Consigli regionali, a metà febbraio, valuta se scrivere una petizione e/o richiedere un’assemblea dei soci per ripristinare quelle che reputa regole basilari della democrazia.

Mariarita Signorini, perché lascia la carica?
Non ho lasciato io. L’avrei fatto comunque a breve per gravi problemi di famiglia, ma non me ne hanno dato neanche il tempo! Il ribaltone è stato organizzato dai consiglieri romani che, in una città con quasi tre milioni di abitanti, ha una sezione di appena 170 soci, pochissimi e niente in confronto a Milano dove le sezioni locali hanno più di mille iscritti e dove è nata, 45 anni fa, la straordinaria esperienza del «Bosco in città»: l’esperienza di forestazione urbana più importante del Paese. Ora il gruppo romano ha preso in pugno l’associazione e mi ha persino accusato di narcisismo, per la mia costante presenza sui media, non capendo che il presidente dovrebbe essere la voce dell’associazione e delle sue istanze. In neppure un anno e mezzo ho percorso 35mila chilometri tra auto e treno, andando in giro per tutta Italia, per raggiungere le sezioni più periferiche e i territori dove sta la vera forza di Italia Nostra, oltre che per andare in sede a Roma. Per inciso, ho sempre gestito in modo trasparente e oculato le finanze dell’associazione. Ma nel direttivo sono stata ostacolata fin dal secondo mese del mio mandato con un’azione non in linea con la tradizione e il rigore di Italia Nostra.

Ha citato le sezioni nel territorio: di regola sono assai attive.

Non ho abbandonato proprio perché dai territori mi hanno sempre sostenuta, perché le sezioni nel Paese sono eccellenti e fanno volontariato nel vero senso della parola, dando spesso il massimo.

Una rotazione di presidenti così rapida non rivela una crisi profonda? Quali sono le cause?

Sì, è una crisi annosa a cui non si riesce a mettere rimedio a causa di personalismi e anche di persone opportuniste, tutte cose che non hanno nulla a che vedere con la nostra tradizione.

Dove sta andando, a suo parere, Italia Nostra?

L’associazione non si è mai schierata politicamente, invece ora subisce una deriva a destra che preoccupa molto, una deriva che pare diretta da persone esterne. Si sta ripiegando su se stessa, divorata da insanabili dissidi e ha scarsa capacità progettuale.

Il ruolo delle associazioni che si occupano di patrimonio culturale, paesaggio e ambiente cambia? C’è crisi?

Purtroppo, per quanto posso dire in base alla mia esperienza, un po’ tutte le grandi associazioni sono in crisi, specchio del momento assai difficile che la nostra civiltà sta attraversando, dal punto di vista politico, etico e morale.

Stefano Miliani, da Il Giornale dell'Arte numero 406, marzo 2020



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