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Musei

Itaca è in Piazza di Spagna

Il nuovo allestimento della casa museo di Giorgio de Chirico

Il Salone Neobarocco di Casa de Chirico. Foto: G. Schiavinotto

Roma. Nel 1947 a Roma Giorgio de Chirico, dopo avere errato dalla Grecia a New York, si stabilisce in Piazza di Spagna 31, in cima a un palazzetto seicentesco, a destra della scalinata di Trinità dei Monti, dove consumerà l’ultima parte della vita, spegnendosi a novant’anni nel 1978. Come Ulisse nella sua Itaca, il Grande Metafisico approda al suo «centro del centro del mondo».

L’8 agosto 1960, indossato l’abito dello scrittore, torna a viaggiare dentro la memoria con la consapevolezza di sempre: «Tre o quattro volte al giorno esco sul terrazzo che sta davanti al mio studio e là, simile al nocchiero d’una nave a vela ferma in mezzo al mare per mancanza di vento, guardo e scruto il cielo che sta davanti a me e sopra di me; guardo a destra, verso settentrione, là dove sorge la bellissima Villa Medici con il suo parco imponente; una volta questa villa ospitava pittori come Fragonard, David e Ingres (...). Poi guardo verso una biga che prende le mosse dal cornicione del tetto, in cima al Palazzo di Giustizia, il cosiddetto palazzaccio, guardo più a sud là, dove si vede la parte superiore del monumento a Vittorio Emanuele II. (...) Quei due monumenti, dico, sono, in confronto alle aberrazioni di certa architettura moderna, autentici capolavori (...). Poi guardo a Levante, verso la Chiesa di Trinità dei Monti».

Sollevato dall’invaso barocco della piazza sottostante, dove sostano i turisti (è tempo di Olimpiadi a Roma), lo sguardo dell’artista percorre una traiettoria circolare nel profilo della Città Eterna, secondo la «logica» dell’«eterno ritorno» nietzschiano. Tra i più complessi e laici artisti del Novecento, de Chirico agisce sulla base dei principi evocati da Zarathustra: «Tutto si diparte, tutto torna a salutarsi; eternamente fedele a se stesso rimane l’anello dell’essere».

Da poco è stato presentato il nuovo percorso espositivo della Casa Museo di Giorgio de Chirico, inaugurata nel 1998 a opera della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico (Roma). L’allestimento riguarda il lungo periodo vissuto dall’artista nella casa, quando si è dedicato alla pittura barocca e, intorno al 1968, ha virato verso la neometafisica, chiudendo fatalmente il cerchio del suo itinerario.

Il percorso, che include 63 dipinti, tra cui numerosi pressoché sconosciuti, è opera di Maria Letizia Rocco, cultural project manager della Fondazione, presieduta dal professor Paolo Picozza, che ha sovrinteso il progetto: «Ci siamo affidati all’abitudine del maestro di disporre i nuovi dipinti nel salotto dove incontrava amici e il bel mondo internazionale, ma abbiamo studiato documenti, fotografie e audiovisivi nel nostro Archivio, con la volontà di fare emergere l’energia tangibile che sprigiona la casa, spiega Picozza. La dimora in Piazza di Spagna, l’unica vissuta da de Chirico per tanto tempo, è per lui lo spazio di infiniti “viaggi” e di altrettanti “ritorni”, ma anche una sorta di “finestra” alla quale accostare lo sguardo per vedere dentro se stesso».

All’ingresso della casa si ammirano le tele che introducono al percorso espositivo, tra cui «Il ritorno di Ulisse» (1968), dove all’interno di una stanza, una sorta di «camera magica» dalla quale si originano e vi convergono sguardi molteplici (un topos della cultura novecentesca), un uomo rema in una barca nei flutti di un mare miniaturizzato; alle sue spalle una finestra è posta in alto nella parete, come a permettere di vedere dentro la «camera». Il nuovo allestimento, spiega Maria Letizia Rocco, dispone il visitatore «alla scoperta della casa in cui abitano, come in una scatola di giochi, i mascheramenti, i rêves e le parabole metafisiche del pittore, vaticinatore di cose future e archeologo degli spiriti del passato».

Varcata la soglia del salone neobarocco, a destra c’è il televisore incassato nella finestra, con una tenda bianca arricciata dietro di esso e una tenda rossa aperta che fa da siparietto. De Chirico spesso seguiva la televisione senza volume. Alle pareti campeggiano due grandi scene di soggetto mitologico, ritratti della moglie Isabella Pakszwer Far (1909-90) e autoritratti, e, appena rientrerà dall’antologica di Milano (a Palazzo Reale, sino al 19 gennaio) l’autoritratto intero in costume seicentesco (1959). La tecnica a olio trova un rimando nei travestimenti del maestro. Sulla parete destra, vicino alle finestre affacciate su Piazza di Spagna, c’è un accrochage di vedute.

Incassata fra tre pareti è la sala da pranzo, disvelata da una tenda damascata tirata ai lati della stanza, lo stesso artificio barocco delle sue nature silenti. I sontuosi mobili che l’arredano e le stoviglie d’argento instaurano uno speculare dialogo metafisico con le «vite silenti» alle pareti, tra cui una fastosa composizione con il busto di Minerva. Il passaggio dalla fase neobarocca a quella neometafisica è segnato da una tela verticale e stretta tra le due finestre, «La torre» (1974), dall’essenza concettuale. Infine il grande e moderno salone neometafisico popolato da piazze, interni e manichini, come «Le muse inquietanti» (1974) e «Il trovatore» (1972).

Un’imponente sedia di legno dorato e velluto, il «trono» com’è chiamata familiarmente in Fondazione, da dove il Grande Metafisico poteva godere di un ampio campo visivo. Il piano superiore, l’ultimo del palazzetto, permette di accedere alla vita più intima di de Chirico. A sinistra la francescana camera da letto. Lo studio è penetrato da una luce zenitale che scende dall’apertura posta nel soffitto. Un grande cavalletto con l’incompiuta «Copia del Tondo Doni di Michelangelo» (1975) permette di osservare alcuni «segreti del mestiere». Sul retro del cavalletto si scoprono gli amuleti contro il malocchio.

Vicino a esso, un tavolo pieno di pennelli nei recipienti, una tavolozza e i fornelletti dove l’artista preparava le ricette pittoriche. Negli scaffali alle pareti statuette di gladiatori, di cavalli, copie in gesso di teste classiche, le stesse che abitano molti suoi dipinti. Sulla scrivania c’è ancora una cornice con la foto dell’amatissimo fratello Alberto Savinio e foglie di alloro raccolte dal suo feretro. Nello studio il Pictor Optimus veleggiava in mare aperto, vivendo odissee mentali e conoscitive, che tracciavano rotte dalla terrazza dello studio dove «vedo spesso splendidi spettacoli celesti» ai libri pregiati dove studiava in modo «ancora più costante e sistematico» le opere dei maestri.

Francesca Romana Morelli, da Il Giornale dell'Arte numero 404, gennaio 2020



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