Internazionale per vocazione, locale per necessità

La 25ma Miart si è chiusa con un bilancio tutto sommato positivo: vendite e trattative discrete, qualcuna anche importante, in un parterre di opere certamente di qualità ma calibrato sul mercato nostrano

Lo stand della Galleria Conceptual
Jenny Dogliani  |

Internazionale per vocazione, locale per necessità. La 25ma Miart (a fieramilanocity dal 17 al 19 settembre) si chiude con un bilancio tutto sommato positivo. Vendite e trattative discrete, qualcuna anche importante (come un Pistoletto venduto da Cardi a 450mila euro), in un parterre di opere certamente di qualità, ma calibrato sul mercato nostrano: dipinti e sculture per la quasi totalità, di artisti in larga parte italiani, con prezzi da poche migliaia a qualche centinaia di migliaia di euro e poche punte oltre il milione (più che altro di rappresentanza); pochissime e di modeste dimensioni le installazioni; da contare sulle dita di una mano video, neon e opere sonore.

Significativo lo stand della Galleria d’Arte Maggiore di Bologna, riferimento mondiale per l’opera di Morandi e de Chirico, la cui proposta in fiera arrivava a un massimo di 750mila euro. O quello di Robilant+Voena (Londra, Milano, New York e Parigi), noto per i Burri, Fontana, Manzoni e Boetti, giusto per citarne alcuni, che ha optato per uno stand: «diverso dal solito, anche con artisti un po’ dimenticati dal mercato, a prezzi decisamente accessibili (dai 15mila ai 400mila euro), senza cose oltre il milione, una scelta che ha pagato abbastanza», spiega Alessandro Galli tra opere di Lucio del Pezzo, Giuseppe Uncini ed Enrico Baj tra gli altri.

Primo grande appuntamento italiano in tempi di pandemia, dopo Arco Madrid e prima di Art Basel, Miart ha sicuramente dalla sua una grande e generalizzata voglia di ripartire: «Finalmente ci rivediamo, si tornano a guardare le opere dal vero, c’è interesse, gli affari sono pochi, ma era preventivato, è un momento difficile per tutti», commenta Saverio Repetto (Repetto Gallery, Londra) in uno stand che spazia dai protagonisti dell’Arte povera ad Arcangelo Sassolino e Fausto Melotti con prezzi da 6mila a 400mila euro. Anche Luigi Dellupi (Dellupi, Milano), tra opere di Bengt Lindström a 10mila euro, Hasn Hartung a 200mila e 300mila euro e Karel Appel a 600mila euro, ha rilevato: «molto interesse e molti contatti, ma vendite non come prima del Covid».

Tanti gli stand monografici, più o meno di nicchia, dalle sculture in terracotta di Arturo Martini, nel secondo spazio di Repetto Gallery, con un’imponente coppia di leoni da giardino del 1935-36 a 160mila euro, al gettonatissimo Piero Dorazio, la cui produzione degli anni Sessanta e Ottanta si vendeva negli stand di Lorenzelli Arte (Milano), sino alle opere di Mirko Basaldella da 10mila a 180mila euro proposte da Massimo Copetti (Copetti Antiquari, Udine), che senza imporsi aspettative valutava la fiera: «un primo passo dopo un periodo nero».

Insomma, l’interesse non è mancato, ma il mercato è lento. «Non c’è una determinazione così feroce nell’acquisto»,affermava Matteo Lampertico (ML Fine Art, Milano, Londra)tra opere di Piero Dorazio, Carla Accardi, Fausto Melotti, Jannis Kounellis, Giacomo Balla, Giorgio de Chirico e Antonio Donghi da 50mila a 500 mila euro, «ci sono molte trattative aperte e un po’ di cautela, non ho portato cose milionarie eccetto una. La fiera è connotata abbastanza localmente, sia come prodotti sia come collezionisti».

Ma maggior cautela e predominante presenza di collezionisti italiani, tra i più colti e preparati al mondo, non sono necessariamente un difetto. «È andata abbastanza bene, delle vendite sono state fatte, non cifre grandi. Non ci si può aspettare il miracolo, però gli italiani sono sempre attenti all’arte. La fascia alta si vende anche in Italia, ma ci vuole più tempo. Non c’è più la corsa del primo giorno, la gente riflette maggiormente e va bene così», spiegava Mario Cristiani (Galleria Continua) tra opere di Giovanni Ozzola, Arcangelo Sassolino, Carlos Garaicoa, Hans Op de Beeck, con prezzi che variavano da piccole opere di Marta Spagnoli a 2mila euro a una scultura di Antony Gormley a 400mila sterline «portata per sostenere anche una presenza internazionale». Stessa linea per Stefano Cortesi (Cortesi Gallery, Lugano, Milano), contento per la «bella energia e una vendita importante» tra opere di Piero Dorazio, Giuseppe Santomaso, Rafael Soto, Heinz Mack, Agostino Bonalumi, Enrico Castellani e altri da 60mila a 500mila euro.

L’impressione diffusa tra galleristi e addetti ai lavori è che per moderno, post war e contemporaneo più consolidato Miart sia la fiera italiana di riferimento e goda della solidità di uno zoccolo duro di collezionismo su cui «la pandemia non ha avuto un effetto negativo, anzi ha generato un desiderio in più verso l’arte», come spiega Patrice Cotensin (Galerie Lelong, Parigi) in stand con Kiki Smith, venduto un grande disegno a 55mila euro, David Hockney, vendute fotografie anni ’60 e ’80 da 10mila a 50mila euro, ed Etel Andan, venduto un dipinto a 60mila euro.

Diverse invece le sorti del contemporaneo di ricerca: «Milano è frizzante, però non mi sembra che le persone si accalchino per comprare arte contemporanea, per le gallerie di ricerca è sempre difficile», spiega Alberta Pane (Alberta Pane Parigi, Venezia) tra opere di Christian Fogarolli, Marie Denis e Marco Lutyens da 1.500 a 18mila euro. Qui il primato è di Artissima. Vedremo come andrà.

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