In America il lutto è nero

Il New Museum realizza il progetto di Okwui Enwezor sulla «cognizione del dolore» come elemento dell’identità e della cultura afroamericana

Federico Florian |  | New York

A due anni dalla morte del curatore Okwui Enwezor (1963-2019), il New Museum di New York ne allestisce l’ultimo progetto di mostra, «Grief and Grievance: Art and Mourning in America» (sino al 6 giugno). Realizzata grazie al supporto curatoriale degli advisor Naomi Beckwith (appena nominata capocuratrice del Guggenheim Museum di New York, in carica da giugno), Massimiliano Gioni, Glenn Ligon e Mark Nash, la collettiva raccoglie le opere di 37 artisti sul tema della morte e del lutto in relazione ad atti di violenza razzisti. Abbiamo intervistato Massimiliano Gioni, Edlis Neeson Artistic Director del museo newyorkese.

In quale modo il progetto di Enwezor caratterizza la collettiva al New Museum?
Credo che l’idea centrale della mostra sia che il lutto e la perdita possono fungere da fonti di ispirazione per l’arte, concetto in fondo condiviso da tanta teoria e storia dell’arte, ma che nel caso di molta arte afroamericana contemporanea si carica di altri importanti significati. Inoltre, per Enwezor era importante leggere il lutto come una forma di partecipazione e di presa di coscienza politica e sociale, come ci hanno dimostrato gli eventi che hanno fatto seguito all’omicidio di George Floyd. Con questa mostra Enwezor voleva presentare i modi in cui, come spiega nel suo testo introduttivo al progetto, gli artisti hanno illuminato il corpo collettivo dell’America ferita dal razzismo.

Come descriverebbe il processo di ricostruzione e reinterpretazione del concept di «Grief and Grievance» dopo la morte prematura del curatore? Quali «libertà» vi siete presi nella realizzazione della mostra?

L’ultimo messaggio che ho ricevuto da Enwezor, il primo marzo del 2019, due settimane prima della sua scomparsa, diceva: «We shall have a great exhibition». Desiderava che questa mostra fosse realizzata, anche dopo la sua morte: per lui era un progetto estremamente importante e personale, carico anche di implicazioni politiche che gli sembravano fondamentali per opporsi al nazionalismo razzista di Trump e dell’America di questi anni. Già a gennaio, Enwezor aveva scelto l’artista Glenn Ligon come interlocutore nella preparazione della mostra, nominandolo come parte del team curatoriale e assicurando così che ci fosse una certa continuità, qualora le sue condizioni di salute fossero peggiorate. Dopo la sua morte, e dopo esserci confrontati con molti dei suoi cari, familiari, amici e colleghi, abbiamo deciso di realizzare la mostra, per la quale ci aveva lasciato liste di artisti e di opere, una sinossi per il catalogo e idee per l’allestimento. Quando abbiamo iniziato a parlare con gli artisti, abbiamo scoperto che Okwui aveva già discusso la mostra con molti di loro, tra cui Arthur Jafa, Carrie Mae Weems, Rashid Johnson, Julie Mehretu... Con Glenn Ligon abbiamo deciso di creare un comitato curatoriale formato da Mark Nash, che era un amico e collaboratore di Enwezor sin dalla mostra leggendaria «The Short Century» e Documenta 11, e Naomi Beckwith, curatrice che aveva scelto come membro della giuria della sua Biennale di Venezia del 2015. Insieme abbiamo completato la mostra come in un’operazione di restauro filologico, per usare una metafora scelta da Nash. Abbiamo confermato le opere che Enwezor aveva scelto; nei casi in cui aveva indicato gli artisti ma non le opere, abbiamo discusso con gli artisti il loro contributo e abbiamo scelto insieme le opere che rispondessero ai temi della mostra. Infine, abbiamo completato la lista, in particolare con alcuni artisti più giovani che Enwezor aveva inserito in una lista di possibili inclusioni, e per le quali sappiamo che desiderava avere un dialogo con Glenn Ligon.

La maggior parte delle opere in mostra sono state realizzate nell’ultimo decennio o sono nuove produzioni. Potrebbe raccontarci alcuni dei lavori chiave?
In realtà ci sono alcune opere più storiche, di Jean-Michel Basquiat, Melvin Edwards, Daniel LaRue Johnson, Howardena Pindell e Jack Whitten, tra gli altri, che dimostrano la centralità di ciò che Enwezor chiamava la «cristallizzazione del dolore» della popolazione afroamericana nella storia degli Stati Uniti. Queste opere servono a dimostrare che purtroppo le questioni di cui parla la mostra si sono susseguite per decenni. Peraltro, con l’inclusione di opere degli anni Sessanta di Whitten, Edwards e Johnson, Enwezor voleva tracciare un parallelismo preciso tra i movimenti per i diritti civili degli anni Sessanta e le odierne proteste legate al movimento Black Lives Matter. Enwezor vedeva una sorta di corrispondenza tra l’uso dell’astrazione nelle opere di Whitten e LaRue Johnson e le opere di artisti come Mark Bradford, Julie Mehretu, Adam Pendleton e molti altri: secondo lui, molti artisti afroamericani hanno deciso di affrontare il tema della violenza e del lutto non attraverso l’illustrazione della violenza, ma piuttosto celando le immagini traumatiche dietro campiture astratte. Inevitabilmente «Grief and Grievance» è una mostra dolorosa o comunque sobria, carica di opere che evocano il senso del lutto e della perdita. Ma Enwezor voleva che ogni piano avesse anche un cuore vivo e pulsante, e per questo aveva scelto Rashid Johnson, Tyshawn Sorey e Okwui Okpokwasili, le cui opere, a cavallo tra performance e improvvisazione, conferiscono alla collettiva una vitalità che contrasta con le atmosfere più sobrie del resto della mostra. E poi i video di Arthur Jafa, Theaster Gates e Kahlil Joseph aggiungono una riflessione sulla relazione che lega musica e lutto.

Ha menzionato l’omicidio di George Floyd e il movimento Black Lives Matter. In che modo la mostra risponde a questi fatti recenti?
In realtà sia la mostra sia il catalogo erano già definiti a fine aprile del 2020. «Grief and Grievance» si sarebbe dovuta aprire prima delle elezioni americane: Enwezor voleva che fosse un chiaro attacco alle politiche razziste di Trump. Purtroppo, a causa del lockdown, non abbiamo potuto inaugurare la mostra a ottobre. Di fronte agli accadimenti di maggio e alle proteste che hanno fatto seguito, abbiamo deciso di lasciare inalterati la mostra e il catalogo: la ragione è che gli eventi degli ultimi mesi dimostrano che le premesse di Enwezor erano quanto mai attuali, e che le condizioni alle quali facevano riferimento erano parte integrante della storia americana, ormai da troppo tempo.

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