Immersi nell'azzurro di Ettore Spalletti

Per il curatore della mostra alla Gnam, Eric de Chassey, la scelta precoce di utilizzare un monocromo «ha aperto a possibilità impreviste di fare esperienza senza confini dell’infinito»

Installation view «Ettore Spalletti. Il cielo in una stanza», Galleria Nazionale, Roma, 2021.Foto Monkeys Video Lab. Galleria Nazionale
Silvano Manganaro |  | Roma

Facendo il verso alla celebre canzone di Gino Paoli, ha aperto alla Galleria Nazionale la mostra «Ettore Spalletti. Il cielo in una stanza» (fino al 27 febbraio). In questa occasione, le colonne del Salone centrale fanno da monumentale ingresso a una stanza tutta silenzio e meditazione, in cui i quadri e le sculture (se così possono essere chiamate) dialogano tra loro senza proferire parola ma contribuendo a creare un’atmosfera unica, un incontro tra terra e cielo, tra materia ineffabile e colore impalpabile.

L’artista abruzzese, scomparso l’11 ottobre del 2019, aveva infatti elevato i colori della sua regione (l’azzurro del mare Adriatico, il rosa dell’incarnato umano che muta come mutano le emozioni sul viso, il grigio delle rocce, il bianco delle nuvole o della neve) a tema dominante, e potremmo dire unico, della sua opera. Una scelta rigorosa, così come quella fatta dal curatore della mostra Éric de Chassey (dal 2009 al 2015 direttore dell’Accademia di Francia a Roma divenuto poi, nel 2016, direttore generale dell’Institut national d’histoire de l’art di Parigi) che ha deciso di presentare un numero selezionato di opere scelte insieme agli eredi all’interno dello studio dell’artista. Protagonista assoluto l’azzurro, quell’azzurro che, come spiega Spalletti in un documentario a lui dedicato da Pappi Corsicato, «non è un colore di superficie, [perché] siamo sempre immersi nell’azzurro e l’azzurro è un colore che si modifica continuamente attraverso le radiazioni».

Come ha dichiarato de Chassey, «una mostra di Spalletti è un’esperienza molto individuale, molto segreta…», perché la sua scelta precoce di utilizzare il monocromo «invece di porre un limite, ha aperto a possibilità impreviste di fare esperienza senza confini dell’infinito, attraverso una riflessione concreta su materialità specifiche». Un’apertura e un’infinità di possibilità combinatorie esaltate, in questo caso, anche dalla volontà del curatore e della direttrice della Galleria Nazionale di disseminare alcune opere nelle sale del museo come nuovi inserti di Time is Out of Joint.

Cristiana Collu, ricordando che questa esposizione è il frutto di una «promessa» fatta al maestro, ha voluto sottolineare come la mostra sia il primo omaggio di un museo italiano ad Ettore Spalletti dopo la sua morte. Un tributo doveroso, in attesa, vorremmo aggiungere, di una grande retrospettiva che ricostruisca storicamente il percorso dell’artista, dalle opere degli anni Sessanta (presente in mostra, nella sala dell’Ercole e Lica, un quadro commovente come «La Bella Addormentata» del 1975) fino agli ultimi lavori del secondo decennio del XXI secolo.

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