Il tiro al piccione non è reato

La legge non vieta che un artista (Cattelan) compri migliaia di volatili per trasformarli in opera d’arte, ma forse sarebbe il momento di cambiare

Una veduta dell’installazione «Ghosts» (2021) di Maurizio Cattelan al Pirelli HangarBicocca di Milano. Cortesia dell’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto Agostino Osio
Gloria Gatti |

Sono tanti, sono sporchi e portano le malattie: sono gli odiati piccioni chi disturbano le nostre colazioni all’aperto e invadono piazza del Duomo e San Marco. Per il mondo dell’arte e per il suo mercato i piccioni impagliati di Cattelan, però, sono arte al pari dell’orinatoio che Duchamp ha capovolto ed esposto alla Società Americana degli Artisti indipendenti nel 1917; e lo sono diventati perché esposti in due Biennali (in quella del 1997 si chiamavano «Tourists» e in quella del 2011 «Others»), mentre ora sono esposti in un museo, anzi in più d’uno, e soprattutto perché i collezionisti li comprano a caro prezzo, circa 7mila euro.

Ma il lotto minimo che si poteva acquistare da Massimo De Carlo nell’ultima edizione di Art Basel era da 55 esemplari, quindi l’investimento minimo era 400mila euro. E se è vero che il diritto deve limitarsi a interpretare e a ricondurre la tutela a un’idea di «giusto» che si è formata nella collettività in un dato momento storico, dovendo definire, oggi, che cosa è arte, saremmo costretti, obtorto collo, a rivedere tutte le nostre certezze e a concludere che è arte quella che si vende a prezzi strabilianti da De Carlo e Perrotin e che gli animali morti lo sono diventati da quando negli anni Novanta un grosso squalo in formalina è stato esposto da Saatchi.

Allo stato, invece, per il diritto d’autore, rimane dubbio che quei volatili tolti dal museo possano essere considerati un’opera proteggibile, di per sé. Nei casi di Superior Form Builders v. Dan Chase Taxidermy Supply Co. e Hart v. Dan Chase Taxidermy lsupply Co. è stato riconosciuto che un procione, un cervo, una lontra, un orso in piedi e una testa di cervo in posizione «furtiva» in tassidermia potessero godere della tutela del copyright non in quanto tali ma in virtù del contesto, dei gesti e delle pose in cui l’autore ha espresso il suo apporto creativo attraverso il corpo dell’animale, reinterpretando un elemento presente già in natura.

E così «Ghosts» è un’opera d’arte site specific, in cui le architetture del Pirelli HangarBicocca e le luci di Zotti compiono la trasformazione salvifica, come lo è stata, prima, «Bidibidobidiboo», lo scoiattolo morto suicidatosi con un colpo di pistola che giace accasciato sul tavolo. Tolti dal contesto dell’Hangar e dalle balconate della Bourse de Commerce, le pose dei piccioni in tassidermia di Cattelan, per quanto varie e disparate, sono soltanto quelle che gli uccelli assumono abitualmente in natura e non ci sembra riescano a soddisfare il gradiente di creatività minimo e necessario per essere definiti un’opera d’arte, come non lo sono i trofei dei cacciatori o gli animali impagliati dei musei delle scienze.

Del resto, Duchamp l’orinatoio l’aveva capovolto e firmato R. MUTT. E se il piccione non fosse una specie protetta dalla legge n. 968 del 27 dicembre 1972 come fauna selvatica, quali sarebbero le differenze tra un trofeo di caccia e uno dei piccioni esposti all’Hangar? La tassidermia, però, è regolata dalla legge 11 febbraio 1992, n. 157 «Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio», al fine di regolamentare la conservazione dei trofei dei cacciatori, che all’art. 6 delega alle Regioni la disciplina dell’attività di tassidermia e imbalsamazione e la detenzione o il possesso di preparazioni tassidermiche e trofei, e i regolamenti regionali attualmente vigenti consentono l’imbalsamazione di animali provenienti da allevamenti autorizzati, ove di arte non si parla.

Quindi, sotto il profilo strettamente giuridico, oggi non c’è nulla di illecito nel fatto che un artista compri qualche migliaia di piccioni per ucciderli e trasformarli in un’opera d’arte, anche se ciò offende la sensibilità di molti ed è in distonia con i valori etici del nostro tempo. Ma se Pinault ha scelto «I... I... I...» di Ryan Gander, un topolino in pelliccia sintetica, come mascotte della sua Bourse de Commerce e ne ha fatto il fulcro del merchandising del suo museo, invece di usare uno dei 52 piccioni impagliati che si intravedono soltanto da lontano appollaiati sulla balconata più alta, forse è un timido segno che i tempi sono quasi maturi per un cambiamento.

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