Il ruolo dell’Ucraina nella fiera d’arte più discreta del mondo

Alla Biennale di Venezia, sulla scia dell’invasione russa, una parte della capacità di spesa della mostra viene indirizzata verso buone cause

Quest’anno la Biennale di Venezia presenta la mostra pop-up «Palianytsia» di Zhanna Kadyrova, che raccoglie fondi per sostenere gli artisti ucraini. Cortesia di Zhanna Kadyrova
Scott Reyburn |

Se da molti decenni la Biennale di Venezia è considerata la panoramica più prestigiosa e completa circa lo stato più recente della cultura visiva principalmente occidentale, lo 0,1% più ricco continua a trattarla come la fiera d’arte più esclusiva e discreta del mondo.

Le nuove tele del giovane pittore astratto britannico-nigeriano Jadé Fadojutimi, quattro delle quali sono state vendute per più di 1 milione di dollari alle aste recenti, il mese scorso hanno «scatenato una mania collezionistica» nella mostra centrale, «Il latte dei sogni», secondo la newsletter specializzata in mercato dell’arte Baer Faxt, «portavoce» di Josh Baer, consulente e commentatore d’arte con sede a New York. L’attrice premio Oscar Tilda Swinton è stata vista curiosare nella mostra di Kehinde Wiley alla Fondazione Cini sull’Isola di San Giorgio Maggiore, «alla ricerca della tela che avrebbe voluto portare a casa», ha rivelato Baer. I caratteristici ritratti realistici dei neri americani di Wiley sono stati venduti all’asta fino a 650mila dollari.

L’arte e il denaro hanno intrattenuto un rapporto «segreto» alla Biennale di Venezia fin dai primi anni Settanta, quando l’evento si è sbarazzato dell’ufficio vendite ufficiale che era stato un appuntamento fisso fin dall’edizione di fondazione del 1895. «Era considerato uno strumento di commercializzazione dellʼarte», spiega il sito web della Biennale.

Da allora, le opere sono tranquillamente disponibili per l’acquisto se i collezionisti contattano i galleristi degli artisti. Ma quest’anno, mentre il mondo dell’arte usciva con un battito di ciglia dal trauma di due anni di Covid-19, sembrava che la Biennale fosse più rilassata che mai sulle vendite. Ad esempio, una portavoce di Simon Lee, la galleria londinese che rappresenta Sonia Boyce, la cui installazione multimediale «Feeling Her Way» nel padiglione britannico ha vinto il Leone d’Oro per le partecipazioni nazionali, afferma che «le opere sono acquistabili tramite la galleria».

«Il denaro ha portato l’arte a un livello sorprendente», afferma Anish Kapoor, uno degli artisti di maggior successo al mondo, le cui opere negli ultimi anni sono state regolarmente vendute a prezzi a sei cifre alle fiere d’arte internazionali. Kapoor ha recentemente acquistato il maestoso Palazzo Manfrin a Venezia, dove una selezione di suoi dipinti e sculture di grandi dimensioni è esposta durante la Biennale, oltre che in una personale rappresentativa della sua carriera alle Gallerie dell’Accademia.

«La cultura occidentale è in profonda, profonda, profonda crisi. Non siamo produttori di beni di lusso e gli artisti vengono cooptati nei mercati dei beni di lusso, afferma Kapoor. Siamo in un posto strano. Siamo veramente e inconsapevolmente a metà tra il modo in cui il mondo era un tempo e quello che potrebbe essere, dal cambiamento climatico ai disordini politici, e così via».

Inorridito dalla guerra in Ucraina, Kapoor ha proposto agli organizzatori della Biennale di costruire una replica del padiglione nazionale russo chiuso a Venezia da utilizzare come orinatoio pubblico. Il progetto non è ancora stato realizzato. «L’incapacità dei cittadini, o degli artisti, di affrontare un’aggressione profonda è tale che l’unica cosa che si può fare è ridicolizzarla», ha aggiunto Kapoor.

Oppure inventare una metafora che ne dia un senso poetico. Una delle presentazioni più interessanti a margine della Biennale è stata «Palianytsia», una mostra pop-up di raccolta fondi con nuove sculture della giovane artista ucraina Zhanna Kadyrova, organizzata dalla Galleria Continua. «Palianytsia» è la parola ucraina per «pane», che i russi hanno difficoltà a pronunciare, così è nata una parola d’ordine per distinguere gli amici dai nemici. Kadyrova ha «transustanziato» questa idea in una serie di «pani» ordinatamente tagliati, ricavati da pietre arrotondate dai fiumi dei Carpazi, dove si è rifugiata per sfuggire al conflitto.

La vendita delle opere in mostra hanno permesso di raccogliere più di 50mila euro per acquistare cibo e altri beni di prima necessità per l’artista e i suoi colleghi, alcuni dei quali si trovano ora a combattere nell’Ucraina orientale. Come il pane vero e proprio, queste «pagnotte» di pietra sono state valutate in base al peso, a un euro al grammo.

«Abbiamo trasformato il pane di pietra in pane vero, racconta Kadyrova. Era l’unico modo possibile per generare denaro senza uno studio e senza la nostra vita precedente. Non era una questione filosofica. Avevo bisogno di produrre».

L’immaginazione e l’urgenza della risposta creativa di Kadyrova alla crisi sono in contrasto con gli sforzi prevedibili delle superstar del mondo dell’arte Damien Hirst e Olafur Eliasson durante la settimana di anteprima della Biennale di Venezia. Invitati dal collezionista miliardario ucraino Victor Pinchuk per partecipare alla sua grande mostra d’arte di solidarietà, «This is Ukraine: Defending Freedom», nella Scuola Grande della Misericordia, Hirst ha contribuito con un dipinto di una bandiera ucraina con alcune farfalle, Eliasson con una generica scultura di una lampada da faro. Entrambi i pezzi sembravano prodotti in fretta e furia dagli studi degli artisti per una fiera dʼarte internazionale.

L’arte e il mercato rimangono sempre intrecciati alla Biennale di Venezia. Non stupitevi se una pagnotta della Kadyrova verrà presto venduta all’asta per ricavarne un profitto. Ma almeno non assomiglierà tanto a un oggetto di shopping di lusso.

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