Il Rinascimento sognato da Barni

Nella personale alla Galleria Open Art è protagonista la produzione più esemplificativa dell’artista toscano da sempre estraneo a tendenze e ideologie dominanti

Una veduta della mostra «Opere 1978-1990» nella Galleria Open Art
Valeria Tassinari |  | Prato

Riguardare oggi la pittura di Roberto Barni (Pistoia, 1939), a più di quarant’anni dal decennio di svolta in cui, in radicale dissenso con l’impostazione ideologica assunta da buona parte della ricerca visuale degli anni Settanta, l’artista toscano si affermava proponendo, tra i primi, un linguaggio incentrato sulla figura e sulle tecniche tradizionali, significa non solo acquisirne l’ormai effettiva storicizzazione ma anche ritrovarne intatta la fragranza.

Nell’ampia mostra «Opere 1978-1990», visitabile sino all’11 febbraio 2024, proposta dalla Galleria Open Art di Prato, che raccoglie prevalentemente dipinti e disegni tra i più caratterizzanti della sua produzione degli anni Ottanta e la scultura polimaterica dipinta a olio «Cariatide» (1982), Barni emerge, infatti, come personalità indipendente ma decisamente rappresentativa di un periodo di cui egli stesso afferma di sentirsi molto protagonista.

Colori come il suo peculiare rosso acceso, simboli, forme e gesti, un universo di immagini evocative e ricorrenti, raccolte e custodite in una raccolta intima di significanti, compongono un complesso sistema iconografico che solo l’autore potrebbe davvero spiegare. Visioni e azioni in qualche tempo e in qualche luogo già affiorate, dunque in certa misura riconoscibili, ma mai del tutto svelate, e dunque ancora efficaci nel «lanciare una sfida».

C’è un processo di scandaglio e accettazione del mistero della condizione umana, un percorso di conoscenza che esula dal tempo («acronico» direbbe l’artista) perseguito con determinazione nella figurazione di Barni. Quest’ultima, dopo essere apparsa provocatoriamente colta e controcorrente rispetto al pensiero dominante negli anni dei suoi esordi sulla scena internazionale, si è poi costantemente reiterata nella pittura, nel disegno, nella scultura e nella scrittura come disciplina di approfondimento dell’eredità della grande arte rinascimentale affrancandosi da qualunque tentazione citazionista.

«Il tempo non importa, l’arte non muta, l’idea è sempre la stessa, dice l’artista, perchéil grande eroismo dell’uomo è ergersi davanti al nulla, che è un pensiero sconfinato. Nell’universo tutto si muove per aggregazione naturale, l’uomo è l’unico che si inventa la sua esistenza. Tra le cose più importanti dell’arte è che si è presa questo territorio di memoria e di invenzione, e l’ha fatto con slancio».Così, nella rappresentazione di corpi, animali, oggetti, paesaggi l’artista lambisce la sua idea di racconto, sfuggente, perturbante, ironico, iconico, disincantato e intriso di seduzioni quotidiane, basti pensare al suo «Condottiero» (1983) armato come un eroe medievale per governare le oche del cortile.

«Intendeva creare un Rinascimento sognato che esiste solo nel suo lavoro e che non è mai del tutto privo di un certo umorismo o addirittura di un sogno. Tutto è irreale e prodotto da associazioni spesso giocose. Ciò che è innegabile è che l’umano è al centro delle sue preoccupazioni: lo pone in posture di ordini diversi e in un ambiente altamente fantasticato, che gli conferisce una dimensione superiore, anche se a volte legata a scherzi visivi. Lo vede con amore ma anche con un pizzico di derisione», scrive Gérard-Georges Lemaire nella bella monografia, a cura di Mauro Stefanini, che ricostruisce l’intera vicenda critica di Barni.

© Riproduzione riservata «Cariatide» (1986) di Roberto Barni
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