Il processo mediatico a Sgarbi su Rai3

Nella trasmissione «Report» il caso di un’opera scomparsa in provincia di Torino: ma è veramente la stessa della Collezione Cavallini Sgarbi, attribuita a Rutilio Manetti?

Vittorio Sgarbi e le due versioni del dipinto di Rutilio Manetti
Gloria Gatti |

Ieri sera (domenica 17 dicembre, Ndr) su Rai3 nella trasmissione «Report» è andato in onda il processo mediatico a Vittorio Sgarbi, sottosegretario del Ministero della Cultura, per il furto (prescritto) di un dipinto di asserita proprietà di un’anziana signora, Margherita Buzio, che sarebbe avvenuto nel 2013 all’interno del Castello di Buriasco, in Provincia di Torino, ove veniva esercitata attività di ristorazione.

Abbiamo letto in dissolvenza sui nostri televisori il testo della denuncia da cui risulta si trattasse di «un quadro di grosse dimensioni, metri 2,20 di altezza e metri 2,47 di larghezza, riproduzione dell’originale che si trova in Vaticano raffigurante un Giudice che condanna un uomo dal viso venerando dal profilo di san Paolo. Opera realizzata da un autore ignoto ricordante i pittori Solimena e [Bernardo] Cavallino. Il quadro era danneggiato nella parte inferiore destra precisamente nella tela vi erano dei fori di varia grandezza».

I ladri si sarebbero introdotti silenziosamente nella notte nel castello, avrebbero tagliato la tela antica con un cutter lasciando però la cornice originale del Seicento e piazzato al suo posto una stampa su plastica dell’immagine dell’opera, il cui valore dichiarato da Margherita Buzio sarebbe di 15mila euro. Questo è quanto dichiara la signora. La denuncia è stata archiviata ma una fotografia in bianco e nero dell’opera in cornice è rimasta nella banca dati di Interpol, consultabile anche tramite l’app Id-Art.

Sulle note della sigla del cartone animato «Lupin III», il conduttore Sigfrido Ranucci afferma che quella storia interessa a «Report» perché Sgarbi «è un sottosegretario della Repubblica Italiana, poi quel capolavoro appartiene al Patrimonio italiano e infine la storia è talmente gustosa dal punto di vista giornalistico che è irrinunciabile».

Dalle indagini svolte dai giornalisti di «Report» e di «Il Fatto Quotidiano», immedesimatisi forse nella parte dell’ispettore Zenigata (l’antagonista di Lupin nella serie sopra citata, Ndr), emergerebbe infatti che quella tela sarebbe la stessa che è presente nella collezione della Fondazione Cavallini Sgarbi, ed è stata esposta a Lucca nella mostra «I pittori della luce» (2021) come dipinto di mano di Rutilio Manetti dal titolo «Cattura di san Pietro».

Da ciò che è dato comprendere da quella datata fotografia è che l’iconografia dei due dipinti è identica fatta eccezione per il dettaglio di un candeliere acceso nella versione Cavallini Sgarbi, che ribalta l’equilibrio di luci e ombre. Prendere posizioni tra originali, repliche e copie è un tema che attanaglia i connaisseur da secoli senza grande successo. La storia dell’arte è fluida, muta, si evolve e le attribuzioni cambiano. Sembra, però, che il processo televisivo al sottosegretario Sgarbi abbia risolto il dilemma in 15 minuti.

Il tema della candela, invece, in un processo vero sarebbe stato il meno rilevante e proprio nell’eventuale processo avrebbero trovato degno spazio i dati fattuali.

La scheda di catalogo della «Cattura di san Pietro» riporta misure differenti (233x204 cm) da quelle del dipinto inserito nel database di Interpol (247x220 cm) e il fatto che le immagini dei due dipinti si corrispondano, anche nelle figure e negli oggetti ai margini, dimostra che si tratta di una replica del medesimo soggetto con dimensioni minori o, meglio, una riproduzione dell’originale. Esattamente come denuncia la signora Buzio, proprietaria del dipinto di Buriasco.

Dalle immagini di «Report» possiamo anche incontrovertibilmente affermare che la cornice dorata del dipinto di Buriasco, che la signora sostiene sia quella originale e non rubata dai malfattori, è diversa da quella dell’immagine inserita in banca dati che è a doppia battuta, la prima battuta probabilmente dorata, la seconda nera o comunque scura. Fatto che dimostrerebbe che i ladri che hanno compiuto il furto nel castello del Torinese, se è davvero avvenuto, hanno sostituito non solo il dipinto ma anche la cornice e che, con buona probabilità, il dipinto non è stato affatto tagliato come quello della collezione Cavallini Sgarbi e che il brandello di tela ripreso nella puntata di «Report» è più probabilmente caduto da uno di quei fori nel dipinto, di cui parla la proprietaria nella sua denuncia.

Quello che pare davvero bizzarro e poco credibile, poi, è l’escamotage cinematografico della sostituzione della tela con una stampa (lo abbiamo visto fare nel film «Gioco a due» con Pierce Brosnan, con un piccolo Monet che stava in una valigetta). Fotografare un dipinto di metri 2,20 di altezza e metri 2,47 di larghezza, infatti, non è cosa che potrebbe aver fatto un dilettante con un telefonino, ma un lavoro da professionista che richiede attrezzature ingombranti e professionali (macchine fotografiche, cavalletti, luci...) e l’allestimento di un set fotografico. Lo stesso si può dire per la stampa che richiede l’impiego di un grande plotter di dimensioni superiori a quelle del lenzuolo di un letto a due piazze. È un’operazione costosa (circa duemila euro) e lunga che richiede una mezza giornata di lavoro (e magari non di notte).

Anche le cifre non convincono. Un importante dipinto (integro) di Rutilio Manetti intitolato «Il Tempo strappa le ali ad Amore» (1629), di grandi dimensioni (216x143 cm) e con una schedatura e una storia archivistica più dettagliata di quello Cavallini Sgarbi, è stato venduto in asta da Pananti nel 2019 a 75mila euro. Quindi il valore della tela tagliata e rintelata esposta a Lucca prima del restauro era con ogni probabilità inferiore e ben distante dalle centinaia di migliaia di euro dichiarate dallo storico dell'arte Alessandro Bagnoli, intervistato da «Report» e confutato dai dati di Artprice.

Nel mercato dell’arte, inoltre, le attribuzioni di Sgarbi, al pari di quelle di qualunque altro singolo esperto se non confortati da almeno altre quattro o cinque opinioni di esperti dell’autore e dell’epoca, non sono dirimenti e non danno certezze né sull’attribuzione né sul valore.

Nessuno, stranamente si è chiesto perché la signora Buzio volesse vendere il castello insieme al quadro e non fosse disposta a vendere il quadro da solo e neppure perché abbia conservato quel telone di plastica per dieci lunghi anni in casa sua nell’attesa dell’arrivo di «Report».

Nessuno ha rammentato che, diversamente da quanto accade nei film, di solito nella storia dell’arte sono solo i proprietari che sostituiscono i dipinti con delle copie, spesso per dissimulare di averli venduti a nipoti o a pronipoti desiderosi della tanto attesa eredità.

Temo che a distanza di dieci anni non conosceremo mai la verità «oltre ogni ragionevole dubbio», ma quel che c’è di buono in tutta questa storia è che qualcuno ricorderà, grazie a Vittorio Sgarbi, e a una pagina non brillante di giornalismo, che è esistito un pittore di nome Rutilo Manetti, che, dovunque sia finito nell’Aldilà, si sarà fatto delle grasse risate per aver beffato la televisione di Stato.

Gloria Gatti, avvocato

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Gloria Gatti