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Il privilegio di essere l’oracolo di Modigliani

Il miglior affare non è più acquistare un suo dipinto, quanto diventarne l’unico certificatore autorevole, l’unico erede «spirituale» che possa distinguere il vero dal falso

Amedeo Modigliani «Nu couch»

Si narra che a Londra, ai primi di gennaio del 1920, Léopold Zborowski avesse appreso che Modigliani fosse in punto di morte e che avesse quindi sospeso la vendita delle sue opere sicuro di ottenere migliori ricavi una volta che il pittore fosse deceduto. La regola del cinismo dei mercanti (e del mercato dei morti) ha trovato eclatanti conferme nei risultati d’asta, tra cui il «Nu couche» del 1917 venuto per 131 milioni di euro da Sotheby’s a New York nel 2018.

Ma oggi il miglior affare che si può fare con «Dedo» non è più acquistare un suo dipinto, quanto diventarne l’unico certificatore autorevole, l’unico erede «spirituale» che, dopo Ambrogio Ceroni, possa distinguere il vero dal falso, legittimato dalla detenzione esclusiva dell’archivio della sua memoria. Proprio per questo Marc Restellini ha recentemente citato davanti al Tribunale di New York il Wildenstein Plattner Institute Inc. (Wpi) che nel marzo scorso aveva pubblicamente dichiarato di voler «digitalizzare l’intero suo archivio e di metterlo online gratuitamente», mettendo fine al regime di monopolio sulle fonti primarie di cui godono gli Archivi non notificati, ma così minacciando di privare Restellini del «suo» monopolio consistente nell’«accesso diretto agli archivi “primari”, come quelli di Roger Dutilleul, Paul Guillaume, Jonas Netter, tra gli altri» (come si legge sul sito): accesso che farebbe di lui il soggetto più autorevole a rilasciare expertise a pagamento e a firmare il nuovo Catalogo ragionato.

Di cosa si componga l’archivio di Restellini non è dato sapere, né quindi si può esprimere un’opinione sulla lamentata lesione dei suoi diritti di proprietà intellettuale da parte del Wildenstein. Non riconoscendo, peraltro, la normativa americana alcun copyright alle banche dati e agli archivi, la causa potrebbe al più riguardare singoli documenti e non certo l’universalità degli stessi. Alla sua morte Modì non lasciò beni, testamenti e neppure archivi.

La figlia Jeanne, divenuta storica dell’arte, raccolse e catalogò ogni documento che potesse avere valenza testimoniale della vita del padre (lettere, cartoline, fotografie, timbri, calchi e lastre) e, nel 1983, ne costituì postmortem l’Archivio a memoria d’artista, il Modigliani Institut Archives Legales Paris-Roma. Jeanne ne assunse la presidenza nominando archivista lo storico dell’arte Christian Parisot e morì un anno dopo. Anche sulla reale consistenza degli Archives, però, non si hanno dati attendibili e neppure una pubblica schedatura. Se è certo che Jeanne avesse copia delle «novantatré splendide pagine su Modì» scritte dalla nonna poiché alcuni stralci sono riprodotti in Jeanne Modigliani racconta Modigliani (1984), alcuni ritengono che l’originale del manoscritto si trovi, invece, nelle mani di un collezionista privato.

La proprietà dei beni che costituiscono l’archivio ha, invece, formato oggetto di un’azione legale di rivendicazione promossa da Laure Nechtschein, figlia di Jeanne, contro Parisot che ne era il detentore in forza di un singolare «acte de donation», privo di solenni forme e deciso dal Tribunale di Roma nel 2014. Una pronuncia difficilmente condivisibile e finanche bizzarra.

Il giudice, rilevato che «la cessione dei beni non era stata una donazione nulla per difetto di forma ma il conferimento di beni per la costituzione di una persona giuridica per la tutela del nome dell’artista», la qualificò come un mandato giuridicamente vincolante anche a valere post mortem «conferito alla persona che potesse farne il miglior uso possibile». Parisot, per l’appunto.

Il Tribunale di Roma ritenne altresì che tra le parti fosse stato concluso un valido contratto atipico postulando che «l’archivio Modigliani della figlia Jeanne avesse valore come raccolta di creazioni dell’artista sulle quali potesse esercitare il diritto d’autore sia sotto il profilo morale che patrimoniale dovendosi considerare prevalente il valore artistico rispetto al valore degli oggetti in sé». La definizione data dal giudice non collima con quella del Glossario della Direzione Generale per gli Archivi del Mibact, e neppure convincono le tesi della prevalenza del valore artistico dell’universalità dei beni su quello venale (anche in assenza del vincolo come bene culturale) e del mandato alla tutela del nome, che spetta a tutti i familiari dell’artista iure proprio ed è un diritto personalissimo, irrinunciabile e incedibile.

Dell’attuale ubicazione del corpus materiale degli Archivi Modigliani nulla più si sa dal loro trasferimento al porto franco di Chiasso e dalla cessione «onerosa» a Maria Stellina Marescalchi operato da Parisot; la sede dell’ente che ha ancora come oggetto sociale la «concessione dei diritti di sfruttamento sui beni costituenti l’archivio legale dell’artista», invece, dopo molte peregrinazioni ora risulta essere in un’anonima palazzina di Milano. Dove però non si trova nessuno poiché lo studio legale che l’ospitava si è trasferito altrove.

Gloria Gatti, da Il Giornale dell'Arte numero 409, agosto 2020



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