Il primo dimissionario d’Italia contro il degrado

Per trent’anni in Comune, l’ex direttore dei Musei di Strada Nuova Piero Boccardo spiega il suo intento di «smuovere le acque»

Palazzo Rosso a Genova, parte dei Musei di Strada Nuova © Fai
Alessandro Martini |  | Genova

«Ho dato le dimissioni dal primo gennaio scorso, allo scadere del 33mo anno di servizio presso il Comune di Genova, ovvero un anno e mezzo prima del mio pensionamento ufficiale che avverrà nel giugno 2023, per denunciare il degrado nella gestione dei musei comunali genovesi a opera dell’attuale Amministrazione e di chi la stessa ha coinvolto. Non sono quindi un “prepensionato”: le mie non sono dimissioni di comodo, ma la rinuncia a un anno e mezzo di stipendio per cercare di smuovere le acque. Anche se non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire...».

Dal 2000 direttore di Palazzo Rosso (dopo esserne stato direttore scientifico dal 1988), a partire dal 2006 alla guida dei Musei comunali di arte antica, tra cui i Musei di Strada Nuova (oltre a Palazzo Rosso, anche Palazzo Bianco e Palazzo Tursi) e del Museo di Sant’Agostino, lo storico dell’arte Piero Boccardo (Genova, 1956) si è dimesso da ogni ruolo proprio a ridosso dell’inaugurazione delle grandi mostre «SuperBarocco» sul Sei e Settecento genovese, a Roma e a Genova, mentre non si è realizzata, complice la pandemia, la tappa alla National Gallery di Washington.

E proprio la gestione della mostra ha prodotto non pochi dissapori, fino alle dimissioni in aperta polemica con le politiche culturali dell’attuale giunta comunale guidata da Marco Bucci (Genova, 1962), imprenditore con una carriera internazionale (3M, Eastman Kodak Company e Carestream Health) per vent’anni residente negli Stati Uniti e sindaco dal 2017. È ricandidato dal centrodestra alle elezioni comunali del 12 giugno, insieme (tra gli altri) a Ariel dello Strologo per il centrosinistra.

Dottor Boccardo, cos’è successo?
Voglio intanto confermare che le mie dimissioni sono il frutto di una decisione sofferta, sebbene l’abbia presa in considerazione a più riprese nel corso degli ultimi tre faticosissimi anni. È una decisione che si basa anche su accadimenti recenti, che mi hanno portato ad anteporre il mio benessere psicofisico a qualunque altra motivazione. Mi resta la soddisfazione di aver lavorato a lungo per dei musei che fondavano la propria funzione sull’etica, mentre da ultimo li ho visti, troppo spesso, preda di interessi personali (e politici) più o meno palesi. Raccontare tutta la vicenda, durata più di due anni, e la totale ostilità che l’attuale Amministrazione comunale dal 2019 al febbraio 2021 ha dimostrato nei confronti della mostra (e dei suoi musei) è cosa lunga e complessa, anche in considerazione del fatto che l’attuale sindaco è candidato alla rielezione nel prossimo giugno. Ma è per me evidente il pressapochismo degli ultimi anni. L’attuale assessore Barbara Grosso è arrivata (nel settembre 2018, in sostituzione di Elisa Serafini, dimissionaria dopo circa un anno, Ndr) senza alcuna preparazione ed elemento culturale significativo, a cui si è aggiunto il suo pessimo rapporto con il precedente dirigente, subito sostituito con un altro proveniente dalla Direzione politiche delle entrate e tributi, certo ottimo dirigente amministrativo ma ugualmente a digiuno di questioni culturali. E qui credo che emerga un tema fondamentale per Genova ma più in generale per molte amministrazioni italiane: la selezione dei dirigenti per la cultura. Che quasi mai, in tempi recenti, hanno competenze nel settore. È una vera emergenza. In quella fase sono stati nominati alcuni consulenti esterni, definiti «fornitori di servizi» o in modo più esotico «advisor» (strano, per un sindaco che rivendica la «genovesità»...), ai quali è stata concessa la gestione di diverse azioni culturali che sarebbero state invece da condividere, opportunamente, con i funzionari comunali. Un’operazione di vera occupazione culturale, devastante per i musei genovesi e per i loro conservatori, del tutto subordinati agli eventi che l’Amministrazione e l’advisor di turno pretende che si organizzino (l’effimero ha maggiore fortuna e offre un immediato ritorno d’immagine alla classe politica) ma senza garantire né risorse umane, a partire perfino dai custodi, né finanziarie. Si sprecano soldi in «panem et circenses» ma non si comprano gli umidificatori indispensabili alla conservazione del patrimonio, che è la fase imprescindibile per la sua valorizzazione. Oggi il Comune appare senza linea, e non stima affatto i suoi funzionari.

In che senso?
Non solo io sono stato messo all’angolo, ma una sorte analoga è toccata a Maria Flora Giubilei, direttrice dei Musei di Nervi (Galleria d’Arte Moderna di Genova, le Raccolte Frugone e Museo Giannettino Luxoro), che, a fronte del sistematico avvilimento di competenze scientifiche e manageriali forti di più di trent’anni di esperienza, ha preferito approfittare (avendone i requisiti) di «quota 100» per lasciare, suo malgrado, un lavoro molto amato e, come me, sempre affrontato con totale dedizione. Basti ricordare che il Comune mi aveva messo di fronte alla scelta di accettare il nuovo e inedito ruolo di Soprintendente («promoveatur ut amoveatur») o di vedermi ridotto lo stipendio e a chi oggi mi sostituisce, la bravissima Raffaella Besta, è stato in effetti ridotto rispetto al mio. Al di là dei casi personali, credo che sia sufficientemente emblematico della piega che ha preso la politica culturale del Comune il cambio del nome della direzione: da Direzione Beni Culturali e Politiche Giovanili a Direzione Attività e Marketing Culturale (si noti bene: al singolare, quindi è solo il marketing e non le attività a essere attinenti la cultura). Per non parlare del concorso per nuovi funzionari: generalista e, almeno nelle intenzioni iniziali, destinato a evitar di avere «funzionari studiosi», in quanto, se sono privi di competenze specialistiche, possono meglio fungere da tappabuchi (le ultime vicende riguardanti la Galleria d’Arte Moderna e la Collezione Frugone insegnano).
Piero Boccardo da gennaio si è dimesso dal suo incarico di Direttore dei musei comunali di Genova
C’è poi stata la lunga vicenda della mostra sul Barocco genovese, in più tappe, oggi in corso tra Genova e Roma. Ma non a Washington come originariamente previsto.
Nella primavera 2015 il capocuratore del Department of Old Master Prints della National Gallery of Art di Washington, Jonathan Bober, chiede a me e a Franco Boggero, direttore storico dell’arte della Soprintendenza della Liguria, di collaborare a un progetto sulla produzione artistica genovese tra XVII e XVIII secolo per l’iniziativa espositiva che lo stesso museo statunitense intendeva organizzare. La mostra, cui in seguito si associano le Scuderie del Quirinale a Roma, è inizialmente programmata per il 2019/2020 ma è poi via via slittata, per via della pandemia, alla primavera 2022 per l’edizione romana (mentre nell’agosto 2021 è stata definitivamente cancellata quella americana). Bober aveva in precedenza contattato Palazzo Ducale per saggiare l’interesse per un’eventuale partnership genovese, ma aveva ricevuto risposta negativa. Della cosa ho tenuto sempre informati i dirigenti succedutisi negli anni, concordando di svolgere la collaborazione al di fuori dell’orario di lavoro e di presentare la richiesta di autorizzazione prevista dal regolamento del Comune di Genova al momento in cui mi fosse stato sottoposto un contratto ufficiale. Però mentre precedenti dirigenti mi avevano sostenuto in questa collaborazione internazionale perché, pur non essendo coinvolto direttamente il Comune di Genova, l’operazione era vista come molto promozionale per la città, e tale apprezzamento è stato espresso anche dal sindaco in carica, inaspettatamente invece l’atteggiamento dell’attuale assessore (e in maniera più ambigua, quello del dirigente) è stato inizialmente quasi di segno opposto. Per questo, nonostante io abbia sollecitato in vario modo incontri e informazioni, ho ottenuto solo ostilità e stupefacenti accuse di non aver adeguatamente promosso l’immagine del Comune o di aver illecitamente previsto il prestito di opere pertinenti le collezioni allora di mia competenza. Ma poi è bastato, nel momento in cui Washington ha cancellato la mostra, che io accettassi la curatela di un’analoga iniziativa a Genova (fortemente auspicata per la ricaduta elettorale che ne dovrebbe derivare) perché tutti i problemi quasi d’incanto si risolvessero, almeno in apparenza: il fatto che i tre curatori delle mostre di Roma e di Genova non siano stati invitati alla cena seguita all’inaugurazione genovese mi pare prova eloquente...

Che cosa ricorda con maggior gioia della sua attività per l’arte e i musei della sua città?
Mi sono occupato di alcuni dei più bei musei di Genova, e quindi d’Italia: Palazzo Rosso, fin dall’inizio della mia «carriera», e poi via via i Musei di Strada Nuova, ma anche Luxoro, Sant’Agostino, il Tesoro di San Lorenzo sebbene come proprietà faccia capo al Capitolo della Cattedrale. Musei, tra l’altro, che hanno visto operare al loro interno uno dei maggiori architetti museografi del Novecento, non solo italiano, come Franco Albini. Con il suo celebre allestimento mi sono confrontato nel 2002-04, e poi di nuovo nel 2010 e nel 2016, seguendo da vicino i lavori che hanno interessato in vario modo Palazzo Rosso, e curando il riallestimento di intere sezioni, tra le quali mi piace ricordare l’Appartamento di un amatore d’arte, cioè la rievocazione della casa progettata da Albini per Caterina Marcenaro. E analogamente ho fatto per Palazzo Bianco, fornendo l’idea progettuale originale per il collegamento diretto verso Palazzo Tursi. Ma da subito mi sono anche dedicato a iniziative espositive, dapprima di media dimensione («Maestri del disegno», 1990; «Genova e Guercino», 1992) finché dal 1994 mi viene affidata la cocuratela di impegnativi eventi cittadini di portata internazionale come «Van Dyck a Genova» (1997), «El Siglo de los Genoveses» (1999) e «L’età di Rubens» (2004).

Quali sono oggi i maggiori problemi dei musei genovesi?
Al di là di un generale disinteresse e di un indebolimento del sistema, complice a mio parere anche la separazione di Palazzo Reale e Palazzo Spinola dalla Soprintendenza (ma questa è responsabilità del Ministero, non del Comune), stupisce il progetto in cui quest’Amministrazione si è imbarcata: un nuovo Museo della Città, previsto negli spazi della Loggia di Banchi, oggi bloccato da importanti ritrovamenti archeologici. Ma il più significativo è quello dei lavori a Palazzo Rosso, appena riaperto al pubblico (cfr. articolo sotto), con una fretta indiavolata pur di arrivare in tempo per le elezioni. In maniera del tutto aprioristica, il dirigente dei Servizi Tecnici e Operativi (cioè, per intenderci, dei lavori pubblici e non quello della cultura) ha deciso di restaurare sostanzialmente il «museo di Franco Albini», cioè quello (certo straordinario) allestito negli anni Cinquanta, non tenendo in alcun conto la lunga storia del palazzo, che pur stava emergendo e senza costituire quel comitato scientifico che avevo proposto e che, come è avvenuto nel caso del Museo del Tesoro di San Lorenzo, ha fornito le indicazioni più adatte ad affrontare le varie problematiche relative ad un significativo intervento di adeguamento. Per esempio in Palazzo Rosso sono state rinnovate le tappezzerie previste da Albini senza tenere in alcun conto gli affreschi sottostanti o i pavimenti marmorei ottocenteschi. Mi pare davvero un restauro acritico di Albini e per Albini, senza tenere nel dovuto conto la storia dell’edificio. Hanno dominato certi architetti, non sono stati consultati i funzionari storici dell’arte preposti alla tutela del Palazzo e forti sia di decenni di studi e di ricerche, sia di confronti con la Soprintendenza e con colleghi di musei di mezzo mondo... E, a un livello più alto, non si è riconosciuta la differenza tra monumento e museo. Ce n’è a sufficienza per motivare le mie dimissioni.

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