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Opinioni

Il presente è in remoto

Necessità e virtù della storia dell’arte online

«Noè ebbro» di Giovanni Bellini (particolare), Besançon, Musée des Beaux-Arts

Politici, capi di stato, giornalisti e alti prelati, musicisti, intellettuali, comici e opinionisti a tutto servizio: laboriosamente sono tutti diventati creature telematiche, forzati del digitale. I nuovi supereroi del remoto. Un poco adattandosi; ma non sempre nella luce giusta, nel profilo migliore e col capello a modo. Per gli attori, dice qualcuno, è come passare dal teatro al cinema. Ugualmente docenti e allievi di scuole e atenei hanno dovuto riconvertirsi, adeguandosi a differenti codici di esposizione e apprendimento. Qualcuno si è lamentato di essere rimasto all’era analogica (siamo tutti penna e calamaio, muri e sangue come Silvio Pellico allo Spielberg); altri, più duttili o soltanto meno pigri, si sono chiusi a smanettare su desktop e smartphone, mutando il lessico e la liturgia stessa della lezione.

Quanto ai giovani per diritto anagrafico, cresciuti pattinando sulle piattaforme digitali, non hanno fatto che sostituire alle serie tv, scaricate o craccate, le indagini su Piero o i fatti di Masolino e Masaccio. Alla fine a riproporsi è la vecchia storia tra apocalittici e integrati: una storia «senza combattimento» (nel senso che da un pezzo hanno stravinto i secondi). Ma intanto il racconto della storia dell’arte, che rimane un mestiere con le sue regole e trucchi, sta entrando in quella che, nei cattivi romanzi, si chiama una seconda giovinezza. I motori di ricerca, il power point, i contatti, le conversazioni e le chat. Un tempo, quando si stava peggio, soccorrevano fotocopie, fax, viaggi, cataloghi, fototeche, fantasia e immaginazione. E c’erano soprattutto loro: le diapositive.

Ricordate? Scattavano seccamente, una alla volta, nei carrelli stipati del proiettore nel buio delle sale. Capitava che, seppure in ottime condizioni, s’inceppassero (come le musicassette, che si dovevano riavvolgere col dito o la matita). Molti di noi ne hanno scaffali colmi che, presto o più probabilmente mai, si decideranno a riordinare o a far sparire. Per come si è andato formando e raffinando nella seconda metà del secolo scorso, l’insegnamento della storia dell’arte è tributario soprattutto di queste minuscole foto su supporto trasparente (e già nel 1946, Roberto Longhi consigliava i suoi di tornare a incontrarsi coi testi originali delle opere nei musei dove, a suo dire, «si discorrerebbe con assai più vantaggio che nell’aula fredda, dinanzi alle diapositive sinistrate»).

Finita la guerra uno scrittore amato da Longhi, André Malraux, spiegò bene anche a noi italiani come il mezzo fotografico avesse mutato il modo di leggere le opere. Al piacere di «ammirare» subentrava il piacere di «conoscere». La stessa scelta del particolare, che oggi riconosciamo come un atto critico del fotografo, orienta e condiziona lo spettatore (e il lettore). Le riprese panoramiche Alinari, Anderson o Brogi non avrebbero consentito, non dico di isolare l’ormai celebre lumachina di Cossa, ma neanche di rimarcare i capezzoli a lucchetto dei seni delle donne di Guernica (foto 1)! Nel Museo immaginario di Malraux, si chiamano «dettagli espressivi».

Longhi li ha inseguiti tutta la vita (a parole e per iscritto): raggiungendoli quasi sempre. Qualche volta anche doppiandoli. Un suo allievo in senso largo, il compianto Ferdinando Bologna, negli ultimi anni di insegnamento al Suor Orsola Benincasa, aveva preso le foto dai libri facendole trasformare in diapositive. Le immagini si potevano sagomare, smontare e rimontare. Persino contraffare (come mostra, in Sol Levante del 1992 Michael Crichton, abile a mescolare scienza e letteratura). L’intento era di guardare non i quadri; ma al loro interno, in una potenziata fiducia nella lettura dello stile. «Empower your vision» era stato lo slogan per i Ray-Ban nel 2004! Una sorta di Viagra dello sguardo.

A inizio millennio le diapositive sono già precipitate nei magazzini del vintage: come le videocassette, la Olivetti Valentine di Sottsass o il Nintendo. Il passaggio dalla diapositiva al power point è simmetrico a quello dal 33 giri al cd e alla musica liquida. Spariscono supporto e copertina; così come cambiano gesti e liturgia dell’ascolto. Ciclicamente c’è chi rimpiange la qualità più verace del rendimento del vinile, allo stesso modo in cui qualcuno si dichiara nostalgico delle lezioni con le «dia» allorché ci si accaparrava i posti migliori lasciandoci lo zaino o la borsa, come a marcare il territorio per il tempo di una sigaretta o una minzione.
Mentre ora sei a casa: tuta o pigiama. Lavato o meno. Steso o seduto: come preferisci, saprai tu (si ricordi l’incipit calviniano di Se una notte d’inverno un viaggiatore).

Ti colleghi su una piattaforma. Man mano i compagni s’inseriscono, alla spicciolata, come per la prova di un organico orchestrale. Dopo vari tentennamenti (rumori e voci di fondo, microfoni attivati o disattivati, telecamera da orientare preferibilmente verso la libreria, cellulari e bambini da silenziare…), può cominciare la lezione. Poniamo: la storia degli alluci nella pittura italiana (come auspicava Gadda nel Pasticciaccio). Il professore racconta lo sperimentalismo anticlassico tra Firenze e Roma ponendosi da quell’osservatorio peculiare e trascorrendo dai piedi di Fra’ Bartolomeo e Andrea del Sarto (foto 2) a quelli del supremo Rosso Fiorentino di Boston.

Oppure ti prepari psicologicamente a una lezione sull’iconografia della quarta età, argomento cruciale e significativamente rimosso dai social (Instagram non è un paese per vecchi). In suggestiva progressione il docente mostra il proprio arsenale di esempi: allegando dal computer locale il «Noè ebbro» di Bellini, (foto 3) i papi di Tiziano, i notabili del Tintoretto, a salire fino agli autoritratti di Rembrandt, di Lucian Freud ( foto 4) e alle foto dell’ospizio di Senigallia di Mario Giacomelli («Verrà la morte e avrà i tuoi occhi»è il titolo del portfolio fotografico; mentre i ragazzi ascoltano i versi di Pavese nella lettura di Gassmann o in quella musicata da Claudio Lolli).

Nessuna lezione è, si perdoni la parola, più interattiva; ma mentre cessano i giochi stravecchi di seduzione intellettuale tra docente e discente (basta disattivare la telecamera), monta, in chiunque, professore o allievo, la timidezza di dover parlare a un pubblico invisibile ma presente. Basta farci il callo; come per tutto. L’insegnamento in remoto è una forma seminariale sollecitante e, in ogni caso, obbligata. Un circolo virtuoso dai risvolti inaspettati. Per uno storico dell’arte non conta più quante immagini si abbiano, come pretendeva Bernard Berenson; quelle, ormai, ce le hanno tutti, a portata di mouse. Vale, semmai, l’abilità nel metterle in rapporto in modo inedito o sorprendente. Nel farle, come si dice, cortocircuitare. La poetica delle connessioni è il nuovo imperativo; ed è un gioco libero e senza fine.

Stefano Causa, edizione online, 2 maggio 2020


  • Lucian Freud «Autoritratto» (particolare). LUCIAN FREUD ARCHIVE/BRIDGEMAN IMAGES
  • «Guernica» (partIcolare) di Pablo Picasso, Madrid, Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía
  • «Madonna della Scala» (particolare) di Andrea del Sarto, Madrid, Museo del Prado

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