Il più antico nucleo di icone fuori dalla Russia

Alle 78 opere è dedicato un nuovo, appartato museo al piano terra di Palazzo Pitti, ubicato in quattro sale da poco restaurate e affrescate da Jacopo Chiavistelli nel 1661

Una veduta dell’allestimento del Museo delle Icone Russe Un particolare dell’allestimento del Museo delle Icone Russe
Elena Franzoia |  | Firenze

Tra le numerose eccellenze, le Gallerie degli Uffizi annoverano il più antico nucleo di icone russe conservate fuori dalla terra d’origine. Alle 78 opere è dedicato un nuovo, appartato museo al piano terra di Palazzo Pitti, ubicato in 4 sale da poco restaurate e prima non visitabili affrescate da Jacopo Chiavistelli, nel 1661, in occasione dello sfortunato matrimonio tra Cosimo III de’ Medici e Marguerite Louise d’Orléans.

Il percorso museale restituisce inoltre alla visita l’elegante Cappella Palatina, realizzata dai granduchi di Lorena con progetto architettonico di Paoletti e Ruggieri e affreschi ottocenteschi di Luigi Ademollo. L’allestimento del nuovo Museo delle Icone Russe è firmato da Mauro Linari con Paola Scortichini e Pietro Petullà.

A curarlo è Daniela Parenti, che spiega: «L’esposizione delle icone risponde all’esigenza di ampliare l’offerta culturale per un pubblico sempre più eterogeneo. Allo stesso tempo, il loro ritorno a Palazzo Pitti segna un passo avanti nella comprensione della vastità degli interessi collezionistici granducali, sia medicei che lorenesi».

Databili tra fine Cinquecento e metà Settecento, le opere si caratterizzano per le dimensioni medio-piccole dovute alla fruizione domestica e personale. Sono tutte anonime tranne la «Madre di Dio di Tichvin», firmata da Vasilij Grjaznov (1728).

Tra le icone più antiche appaiono quelle di artisti attivi al Cremlino di Mosca, centro propulsore del genere prima della fondazione di San Pietroburgo, come accade nel caso dell’icona con la «Decollazione del Battista». Spiccano per importanza il doppio pannello del Menologio (calendario delle festività religiose ortodosse) e la «Santa Caterina d’Alessandria».

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Elena Franzoia