Il Pellegrino Tibaldi che stava per lasciare l'Italia

Un suo «San Paolo», acquistato dallo Stato italiano, sarà esposto al primo piano degli Uffizi

Il «San Paolo» di Pellegrino Tibaldi acquistato dallo Stato (particolare)
Laura Lombardi |  | Firenze

Il «San Paolo» di Pellegrino Tibaldi (1527 o 1530/31-96) e del suo allievo milanese Giovanni Pietro Gnocchi (1553 ca-1609), dipinto a olio su tela (275x182 cm) per un altare della cappella Borromeo in Santa Maria delle Grazie a Milano, stava per lasciare l’Italia, dopo la vendita all’asta dove figurava attribuito al fiammingo Pietro Candido. Il merito della scoperta va al giovane studioso Agostino Allegri, allievo di Giovanni Agosti all’Università Statale di Milano, che ha ricostruito le vicende storiche del quadro, in cui già Alessandro Bagnoli aveva individuato i caratteri tibaldeschi.

L’opera è stata fermata grazie all’azione congiunta della Galleria degli Uffizi con la Soprintendenza di Genova e la Direzione Generale Abap e infine acquistata dallo Stato italiano. La tela, che sarà esposta al primo piano degli Uffizi, reca la data 1585 iscritta sulla base di uno scrittoio a fianco della figura del santo, riconoscibile per il suo attributo tradizionale, la spada, appoggiata al muro.

Il «San Paolo», che nel 1587 è già nella cappella, citato in una delle «Rime» a stampa di Giovanni Paolo Lomazzo, è un tassello importante del ruolo del Tibaldi a Milano, artista che per vent’anni resta nei favori di san Carlo Borromeo (i cui eredi sono i committenti del «San Paolo»); a quella data Pellegrino è infatti oberato di incarichi prima della sua partenza per decorare l’Escorial nei pressi di Madrid (1586), e si limita spesso alla messa a punto grafica delle invenzioni, affidate poi a terzi per l’esecuzione, come nel caso della nostra tela.

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