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Il patrimonio di Roma per resistere alle difficoltà

Luca Bergamo, vicesindaco della Capitale: «La cultura contribuisce al Pil e crea una relazione più profonda tra le persone»

Luca Bergamo, dal 2016 assessore alla Crescita Culturale e vicesindaco di Roma

Roma. Luca Bergamo, 58 anni, dal 2016 assessore alla Crescita Culturale e vicesindaco di Roma, è, con Salvatore Settis, Franco Purini, Giovanni Maria Flick, tra gli autori dell’istant book «La città per l’uomo al tempo del coronavirus» (La nave di Teseo, a cura di Massimiliano Cannata). Gli abbiamo chiesto quali forme di resistenza ha messo in piedi la Capitale a tutela della cultura.

Gli assessori delle principali città italiane hanno stilato un documento-appello rivolto al ministro Dario Franceschini: cosa chiedete?
Di sostenere il reddito delle imprese, ma soprattutto delle persone. Oltre 170mila operatori della cultura e dello spettacolo In Italia, e molti di questi a Roma, hanno perso ogni forma di reddito: sono i contratti atipici, le partite Iva, i freelance, i prestatori d’opera occasionali e a giornata, tutti lavoratori che non potrebbe accedere neanche alla cassa integrazione straordinaria.

Che fare?
Si dovrebbe estendere il diritto di accesso al reddito di cittadinanza o uno strumento simile ancora più semplice, oggi si parla di reddito d’emergenza.

Come convincere un governo a cui stanno chiedendo tutti qualcosa?
Evidenziando che la cultura è parte integrante dell’identità di un paese, che la cultura non solo contribuisce al Pil ma crea un relazione più profonda tra le persone e la sua vivacità è la base su cui fiorisce la capacità industriale di settori decisivi per il Paese.

L’appello degli assessori era politicamente trasversale: in nome dei problemi reali si può trovare una civile unità d’intenti?
Non c’è dubbio, anche se non è nuova la collaborazione tra amministratori locali di differente colore, essendo i problemi che devono affrontare molto simili e molto concreti.

Calerà il finanziamento comunale a musei, mostre ed eventi?
Non condivido la teoria che la cultura si possa fare con poco. Non bisogna accettare di cantare il de profundis al finanziamento pubblico, perché sostenere la cultura significa lavorare alla coesione della comunità e per il valore aggiunto degli scambi e delle idee, tutte realtà essenziali non monetizzabili.

Cosa vorrebbe dire in questo momento difficile alla cittadinanza che vive di cultura?
Di essere fiduciosi, perché l’immenso patrimonio culturale di Roma è la sua forza, non la sua debolezza. E poi di acquisire la consapevolezza che i problemi di ciascuno sono strettamente connessi con quelli degli altri. Abbiamo tutto il potenziale per uscire da questa situazione, a patto che ciascuno si assuma le proprie responsabilità, ma anche a patto che cambi il modello economico che si basa sulla produzione di denaro a mezzo di denaro, e sulle distorte dinamiche del mercato finanziario. E questo vale anche per il mercato dell’arte contemporanea.

Guglielmo Gigliotti, edizione online, 16 maggio 2020



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