Il nuovo viaggio distopico di Adrián Villar Rojas

Nel Bass Museum di Miami l’artista argentino ha creato un ambiente immersivo con detriti spaziali e polvere lunare

«The Theater of Disappearance» (2017), di Adrián Villar Rojas. Veduta dell’installazione alla Kunsthaus Bregenz, Austria, 2017. Foto: Jörg Baumann
Federico Florian |  | Miami

Un artista «con un’immaginazione da scrittore di fantascienza e le inquietudini di un ecologista», lo ha definito il «New York Times». Per Adrián Villar Rojas, argentino, classe 1980, l’arte è un mezzo per creare visioni distopiche, le cui scenografie sono paesaggi post umani e post terrestri, installazioni site specific dall’estetica alla «2001: Odissea nello spazio».

Alcuni ricorderanno l’ambiente postapocalittico che creò per la Fondazione Sandretto di Torino nel 2015: una distesa di massi simili ad asteroidi piovuti dal cielo, su cui l’artista dispose enigmatici tableaux di oggetti e cibi avariati. Oppure, nello stesso anno, le sue creature in vetroresina per la Biennale di Istanbul, che emergevano dalle acque dell’isola di Büyükada: reinterpretazione post moderna del mito di Noé nell’era del climate change.

Dal 27 novembre al 14 maggio, il Bass Museum di Miami presenta un nuovo progetto espositivo di Rojas (dal titolo particolarmente sinistro: «La fine dell’immaginazione»), in cui vecchi e nuovi lavori danno forma a un ambiente immersivo che catapulta i visitatori in un viaggio nel tempo e nello spazio.

Un’installazione che incorpora «detriti spaziali come polvere lunare insieme a modelli del Mars Exploration Rover, collocati accanto a sculture monumentali e stendardi nazionalistici» spiega Silvia Cubiñá, executive director e chief curator del museo. Qui l’artista immagina un ipotetico futuro definito da conquiste interplanetarie e dal progressivo spopolamento del nostro pianeta.

In uno scenario simile, si domanda Rojas, che ruolo assumono le mitologie terrestri? O per dirla diversamente, come verrà raccontata e celebrata la storia dell’umanità nell’epoca del post Antropocene? Quesiti a cui non sappiamo ancora rispondere ma sulle cui potenziali risoluzioni l’artista ci offre uno sguardo inedito e inquietante.

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