Il Novecento eterodosso dell’avvocato Iannaccone

Alla Fondazione Carispezia le opere degli anni Trenta riunite dal collezionista in oltre trent’anni di ricerche

«Cavalli davanti al mattatoio» (1929 ca) di Scipione (Gino Bonichi)
Ada Masoero |  | La Spezia

Erano gli ultimi anni Ottanta quando Giuseppe Iannaccone, giovane ma già affermato avvocato milanese, iniziava ad acquistare i suoi primi dipinti italiani degli anni Trenta. Non quelli dell’orbita del «Novecento» sarfattiano, magnifici ma magniloquenti e soggetti a canoni classici, bensì quelli dei giovani artisti eterodossi rispetto alla linea estetica (e politica) dell’arte dominante. «Non si pensi però che la collezione di Giuseppe Iannaccone sia nata in chiave “antinovecentista”», puntualizza Daniele Fenaroli, curatore della collezione e della mostra che ora la esibisce a La Spezia. «In realtà si tratta di una scelta di diversa natura: il collezionista è andato in cerca di quegli artisti che si muovevano liberamente, al di fuori di qualunque canone; artisti liberi di esprimersi e di esprimere la loro interiorità».

La mostra «Il corpo del colore. La pittura neoromantica ed espressionista italiana degli anni Trenta. Opere dalla Collezione Giuseppe Iannaccone», presentata fino al 2 aprile alla Fondazione Carispezia, espone tutte le opere di quella stagione riunite da Giuseppe Iannaccone in oltre trent’anni di ricerche, fuorché una, giunta solo nei giorni scorsi in collezione: «Questa raccolta, precisa Fenaroli, è infatti in crescita costante, come pure la sezione contemporanea».

Nelle sei sale tematiche sfilano le opere della romana Scuola di via Cavour, con Mario Mafai, Antonietta Raphaël e Scipione (sono ben 12 i suoi lavori in collezione); della Scuola romana, con Fausto Pirandello e Alberto Ziveri; del primo Guttuso; dei Sei di Torino (Boswell, Chessa, Levi, Menzio, Paulucci), e di Broggini e Fontana, con le loro sculture impetuose. Ci sono poi gli incendi cromatici degli artisti di «Corrente» (Birolli, Sassu, Badodi, Treccani, Cassinari, Morlotti, Migneco, Tomea, Valenti, Vedova) e, all’opposto, la luce tenue e poetica dei chiaristi lombardi (De Rocchi, Lilloni e Angelo Dal Bon con «Lo schermidore», un manifesto del Chiarismo) e, ancora, di Afro, Rosai, de Pisis. «All’oggettività del linguaggio, scrive in catalogo Elena Pontiggia, subentra il linguaggio dei sentimenti, della fantasia, della visionarietà».

Sono in mostra anche due importanti acquisizioni recenti: la «Battaglia di tre cavalieri» (1941) di Aligi Sassu, presentata (e rifiutata) al Premio Bergamo di quell’anno, e acquistata da Alberto Mondadori che, corrispondente di guerra in Ungheria, la cedette a un collezionista di Budapest. Dell’opera non si seppe più nulla. La si credeva perduta, e Sassu, che la riteneva una pietra miliare, ne fece una replica: Giuseppe Iannaccone l’ha rintracciata e l’ha «rimpatriata». L’altra novità è lo struggente «Cavalli davanti al mattatoio» (1929 ca) di Scipione, che lo dipinse quando sapeva di essere condannato dalla malattia.

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