IL MUSEO INFINITO | Museo Gregoriano Etrusco

Storia, opere e luoghi dei Musei Vaticani, a cura di Arianna Antoniutti. La Collezione dei Vasi

Anfora attica a figure nere firmata da Exekias come pittore e vasaio, «Achille e Aiace giocano ai dadi», da Vulci, 540-530 a.C.
Maurizio Sannibale |  | Roma

Prosegue l'iniziativa che i Musei Vaticani e Il Giornale dell’Arte dedicano a un visitatore ideale: un viaggio dentro il «Museo infinito» accompagnati da guide d’eccezione: i curatori responsabili delle sue collezioni. Il Giornale dell’Arte ospiterà ogni settimana un testo originale elaborato dai curatori dei Musei Vaticani. Dopo le opere della Collezione Guglielmi e dell’Antiquarium Romanum, Maurizio Sannibale ci guida nella Collezione dei Vasi.

La nostra visita ha inizio in un settore solitamente chiuso al pubblico, il suggestivo percorso semianulare dell’Emiciclo superiore che affaccia dall’alto sul Cortile della Pigna. Qui abbiamo voluto presentare, in una sezione dedicata, la raccolta dei vasi italioti. Si tratta di vasi figurati prodotti nell'Italia meridionale ellenizzata tra il 440 e il 300 a.C., ad opera di maestri inizialmente immigrati da Atene e che poi dettero vita a produzioni locali ben definite: lucana, apula, campana, pestana; quella della Sicilia non è invece rappresentata nelle nostre raccolte.

Storicamente questi vasi giungono nel Museo Gregoriano Etrusco solo intorno al 1900 e rappresentano il retaggio di un antico collezionismo, risalente almeno al Seicento, che è poi confluito attraverso passaggi di proprietà nell’allestimento della Galleria Clementina della Biblioteca Vaticana voluto da papa Clemente XII nel 1733.

Con questa si venne a determinare un genere museografico: i vasi posti negli ambienti e sugli armadi della Biblioteca, in qualche modo rappresentavano la controparte iconografica della fonte scritta, a cui non solo idealmente, si andavano a ricollegare.

Tra gli oggetti della prima produzione in terra occidentale, c'è un cratere protolucano del Pittore di Palermo, 420-410 a.C., che raffigura una scena di simposio. In realtà il vaso ha una storia collezionistica distinta, in quanto faceva parte della collezione Trivulzio e fu acquistato sul mercato antiquario solo nel 1933, per iniziativa di alcuni notabili milanesi per farne dono a papa Pio XI.

Introduco la ceramografia pestana con questo cratere attribuito a Python, 340-330 a.C., in cui c’è ancora una scena di simposio, ma particolare, in quanto a parteciparvi sono tre giovani attori, vediamo infatti appese delle maschere, dopo la rappresentazione teatrale. Un papposileno addormentato, in realtà un attore in costume, è un contemporaneo richiamo al mondo di Dioniso. Un tavolino con dei dolcetti è forse il premio per il gioco conviviale del kottabos, di cui abbiamo già parlato.

Asteas è il secondo maestro di Paestum che incontriamo e rappresenta un caposcuola al pari di Python. Di entrambi conosciamo i nomi grazie alle firme che altrove hanno lasciato sulle loro opere.

Un genere particolarmente frequentato è quello della commedia fliacica, una rappresentazione parodistica, quasi una antesignana della commedia dell'arte, con attori dai tratti grotteschi e con imbottiture posticce sotto i costumi, che non risparmia neppure gli dei dell’Olimpo. Qui abbiamo una celebre raffigurazione di Zeus in una sua avventura amorosa, assistito da Ermes, quando tenta di raggiungere la casa di Alcmena con una scala a pioli.

Passando ai vasi apuli, alcuni di questi spiccano per le enormi dimensioni, si tratti di anfore ma anche di crateri a volute con medaglioni. Sono vasi con decorazione floreale sovrabbondante, scene mitologiche complesse ricche di personaggi e con costanti riferimenti a temi funerari.

Lasciando l’Emiciclo superiore e scendendo nelle Sale XVII e XVIII, si riprende il percorso dedicato alla collezione dei vasi. Questo settore costituisce da sempre una sezione separata, che occupa ancora gli ambienti originari, come questa sala al tempo chiamata Galleria delle tazze, per la prevalente presenza di kylikes.
Hydria attica a figure rosse, «Apollo seduto sul tripode alato in viaggio sul mare»
Dobbiamo immaginarlo come un percorso parallelo alle sale del Museo già visitate, che si snoda attraverso le epoche, perché questi vasi, greci di nascita ma etruschi per adozione, sono stati rinvenuti nella maggior parte dei casi negli stessi scavi da cui provengono i materiali del museo.

Gli scavi nelle antiche città etrusche, che inizialmente si concentrarono sulle necropoli, restituirono infatti una impressionante quantità di vasi dipinti, esportati anticamente dalla Grecia verso i fiorenti mercati dell’Etruria. In questo museo le città etrusche di Vulci e Cerveteri rappresentano i principali siti di provenienza per i vasi greci. Qui incontreremo celebri capolavori firmati o attribuiti ai grandi maestri della ceramografia greca.

Iniziamo quindi di nuovo il nostro viaggio, tornando allo scorcio del VII secolo avanti Cristo, con la ceramica corinzia di stile transizionale, riallacciandoci idealmente al periodo Orientalizzante che abbiamo incontrato nella sala Regolini-Galassi con tutto il fasto dei «principi» etruschi.

Ecco dunque che ritroviamo di nuovo i fregi animalistici (teorie di pantere, tori, cervidi, aironi, sfingi), con rosette stilizzate sul fondo color avorio, come nel caso dell’olpe del Pittore del Vaticano 73, denominato così proprio da questo vaso dipinto intorno al 630-615 a.C. Sono numerosi i vasi eponimi presenti al Gregoriano Etrusco, e questo perché i vasi della nostra collezione sono stati sempre un riferimento costante negli studi.

Ancora la ceramica corinzia, che fu poi soppiantata da quella attica, ci offre un esempio di tema narrativo a sfondo epico, come questa oinochoe con il combattimento tra Aiace ed Ettore ma con l’intervento di Enea in soccorso del figlio di Priamo, 570-550 a.C. Qui notiamo che la narrazione per immagini non basta ad identificare i personaggi che il pittore aiuta a distinguere con un’iscrizione, illustrando peraltro un episodio difforme dalla tradizione omerica.

Nella stessa vetrina possiamo vedere la nostra seconda e più celebre kylix laconica, con i miti di Atlante e Prometeo, opera del Pittore di Arkesilas. C’è poi una sequenza interessante di unguentari figurati, oppure a forma di animale, di fabbrica corinzia, greco-orientale o delle locali botteghe etrusco-corinzie, databili dal 620 al 540 a.C. Ci ricordano che il loro prezioso contenuto, profumi su base oleosa, era oggetto di commerci da terre lontane, prima che questa merce ambita fosse prodotta anche in Etruria come starebbero a documentare i contenitori fabbricati sul posto.

Nel corso della prima metà del VI sec. a.C., Atene conquisterà una sostanziale egemonia nel mercato, perfezionando la tecnica delle figure nere, già sviluppata dalla ceramica corinzia e con una definitiva predilezione per i soggetti narrativi. Le kylikes dette dei Piccoli maestri sono caratterizzate dal loro stile finemente miniaturistico. Spesso alla firma dei loro artefici si accompagnano formule sul tipo «chaire kai piei» (= salute e bevi!). Tra gli esempi notevoli, verso la metà del secolo, abbiamo la kylix del Pittore di Phrynos con Aiace che trasporta il corpo di Achille, ma si vogliono ricordare anche quelle firmate da Tleson e da Taleides.

Tra i vasi destinati al mercato etrusco figurano le anfore nicosteniche, dal nome del vasaio Nikosthenes (540-510 a.C.) che le concepì e lasciò orgogliosamente la firma sulle sue creazioni, una forma che fu contemporaneamente replicata nel tipico bucchero etrusco. Alcune di queste raffigurano gare atletiche. Sempre tra i vasi dipinti ad Atene nello stesso tempo ce n'è uno molto particolare, la pelike del c.d. Pittore di Plousios (520-510 a.C.) che ci restituisce una colorita scena di commercio dell'olio, in due episodi in sequenza sui due lati, che si svolge all’aperto ed ha un tono apertamente aneddotico, con tanto di fumetto per dar voce ai personaggi. 

Giungiamo poi all'Emiciclo inferiore, una tribuna per i capolavori cui fa da sfondo la decorazione delle pareti, attribuita a Bernardino Nocchi (1780), che illustra le opere compiute sotto il pontificato di Pio VI (Giovanni Angelo Braschi, 1775-1799).
Cratere a calice attico a fondo bianco, «Hermes consegna Dioniso bambino a Sileno», Pittore della Phiale di Boston, 440-430 a.C.
Ancora tra le figure nere ateniesi incontriamo uno dei suoi celebri maestri, Amasis (560-525 a.C.), con il quale siamo a cavallo della metà del VI secolo a.C. Di Amasis possediamo alcune raffinate realizzazioni, tra cui un’elegante anforetta con coperchio del suo periodo antico, con Dioniso e satiri danzanti.
Una vetrina è poi dedicata alle anfore panatenaiche, che contenevano l’olio ricavato dagli ulivi sacri e venivano donate ai vincitori delle gare delle feste Panatenaiche, istituite ad Atene sotto Pisistrato verso il 566 a.C. Largamente diffuse in Attica, si ritrovano anche nei luoghi in cui è più viva l’influenza culturale greca, come nel caso dell’Etruria.

Doveroso è soffermarsi sul sommo capolavoro della Sala, datato intorno al 530 a.C.: la celebre anfora con Achille e Aiace intenti a un gioco da tavolo, firmata da Exekias sia come vasaio sia come pittore. Che ci si trovasse di fronte a una personalità artistica di rilievo e non a un mero prodotto di artigianato lo si comprese immediatamente, subito dopo la scoperta del vaso in una tomba di Vulci nel 1834.

Nello stesso anno il vaso fu offerto in dono a papa Gregorio XVI che lo volle inizialmente esposto nel Palazzo del Quirinale; ai donatori, ovvero i fratelli Antonio e Alessandro Candelori soci dei Campanari nell’impresa degli scavi vulcenti di cui abbiamo già parlato, fu conferito per riconoscenza il titolo di marchese di Vulci.

Sono numerosi e tutti di grande importanza gli elementi che possiamo notare: dalla minuzia tecnica alla ricchezza nella definizione dei dettagli. Basti pensare a come sono presentate le ricche vesti di Achille e di Aiace: alla pittura si associa un finissimo lavoro di incisione, paragonabile a una cesellatura. Possiamo apprezzare l’infinita ricchezza dei dettagli sulle vesti decorate, sebbene oggi le percepiamo falsate, per la perdita parziale delle parti suddipinte in rosso e bianco, che aggiungevano anche l’elemento coloristico.

In questa elegante tessitura, anche la scrittura diviene complementare alla parte figurata e in qualche modo interagisce entrando nella composizione. La parola scritta non solo identifica i personaggi, ma diviene elemento dinamico quando essi proferiscono parola, come in un fumetto. Volutamente l’artista non lascia scorgere il gioco in cui sono impegnati, si è detto che potrebbe essere una sorta di backgammon, di gioco con i dadi. Sappiamo solo che comportava un punteggio numerico, infatti Achille dice «quattro» e Aiace dice «tre», sottendendo così la superiorità di Achille.

L’artista sperimenta anche formule di rappresentazione dello spazio. Il taglio «fotografico» della metopa, dalla quale i personaggi seduti uscirebbero se si alzassero in piedi, restringe il campo e focalizza lo sguardo dell’osservatore sulla scena. La calma apparente di questo episodio aneddotico, non sappiamo se da una fonte letteraria perduta o di invenzione del pittore, si carica diversamente della tragicità degli eventi futuri, che vedranno Achille ucciso da Paride e Aiace suicida.
Kylix attica a figure rosse, «Giasone viene salvato da Athena dopo essere stato inghiottito dal mostro», 480-470 a.C.
Sull’altro lato è raffigurata la famiglia dei Dioscuri. Castore tiene per le redini il cavallo Cillaro e si rivolge verso Leda che gli offre un fiore, mentre Polluce gioca con un cane e Tindareo accarezza il muso del destriero. Con questo soggetto Exekias ostenta tutta la sua nota passione per i cavalli, che ritrae qui e in molti altri casi con dovizia di particolari e introspezione.

Sebbene la fama di questa rappresentazione sia in parte oscurata dalla prima, essa rappresenta in pieno la cifra dell’artista con suoi propri tratti di originalità e densità di significati, spaziando dalla tecnica alla composizione agli elementi simbolici. Soprattutto ci si chiede quale momento sia raffigurato: si tratta di una partenza per un’impresa, oppure del ritorno a casa dei genitori terreni? In questa ambiguità spunta un gesto significativo, che potrebbe alludere all'apoteosi, alla divinizzazione, quando Leda offre un fiore a Castore, il figlio mortale che diverrà immortale grazie alla generosità del fratello.

Questo sommo capolavoro fu rinvenuto in una tomba che era già stata depredata, tralasciato forse perché troppo grande per passare attraverso il pertugio che era stato aperto. Si trattava di una tomba a tre camere, e il vaso ne occupava quella centrale, normalmente riservata alla sepoltura più importante. Solo in anni recenti è stato riconosciuto pertinente all’anfora il coperchio con presa a melograno che ne chiude la bocca.

È lecito domandarsi quale possa essere stata la funzione di un tale contenitore, di pregio artistico e denso di significati, all’interno della tomba, a meno che non sia da riconoscervi proprio il contenitore destinato ad accogliere le ceneri del personaggio più eminente della famiglia che doveva essere sepolto nella camera principale.

Proseguendo nell’esposizione, vediamo alcune coppe dipinte da maestri dello stile severo quali Makron, Brygos, Douris e allievi, ormai con la tecnica delle figure rosse ben affermata. Con loro percorriamo i primi decenni del V secolo, compresi gli anni cruciali a cavallo della colmata persiana di Atene (480 a.C.), che sul piano artistico vedono la transizione dagli stilemi arcaici alla piena affermazione dello stile classico.  

Alla mano del Pittore di Brygos, tra 490 e 480 a.C., dobbiamo scene di palestra, di vestizione di un giovane guerriero e di simposio, quest’ultima associata all’efficace rappresentazione di un episodio mitico, quello di Apollo che ritrova la sua mandria rubata da Ermes infante.

La vetrina seguente è per buona parte dedicata a Douris, altro maestro dell'inizio del V secolo, artista con tratti di grande originalità. Tra le opere notevoli è senz’altro la kylix con Giasone che viene salvato da Atena dopo essere stato ingoiano dal dragone che custodiva il Vello d’oro: questa rappresentazione del mostro, risalente al 480-470 a.C., può essere ritenuta un’invenzione originale, un precedente assoluto nell’iconografia, non solo per l’antichità ma anche per i secoli a venire.

Alla maniera di Douris si deve un’altra celebre raffigurazione, quella del viaggio di Eracle oltre l’Oceano, verso l’isola di Erytheia dove affronterà il mostro tricorpore Gerione, a bordo della coppa d’oro lasciatagli da Helios.

Non meno originale è l’allievo di Douris denominato Pittore di Edipo, da questa celeberrima kylix in cui rappresenta Edipo in veste di viandante che ascolta l’enigma formulato dalla sfinge di Tebe, circa 470 a.C.

Approdiamo ora nella sala dedicata alla collezione Astarita, che entrò a far parte delle nostre raccolte negli anni sessanta del Novecento, quando il suo possessore, Mario Astarita, ne fece dono personalmente a papa Paolo VI.

Tra le opere più importanti della collezione è il cratere tardo corinzio, vaso eponimo del Pittore Astarita, circa 560 a.C., che rappresenta l’ambasceria a Troia per chiedere la restituzione di Elena e scongiurare così la guerra. Menelao e Odisseo, accompagnati dall’araldo Taltibio, siedono sulle gradinate del santuario di Atena Polias di cui è sacerdotessa Theano, moglie di Antenore, che accoglie l’ambasceria sotto la protezione della dea.

Theano è accompagnata da due ancelle (DiaMaloi) e dall’anziana nutrice Trophos alle quali fa però seguito una imponente schiera di armati. Anche gli Achei, benché in missione diplomatica, ostentano le loro armi. In alto volano due coppie di uccelli, forse presagio dei futuri eventi di morte.

Idealmente possiamo collegare il cratere a questa hydria a figure nere, del Pittore di Priamo, circa 515 a.C., che raffigura la scena dell’Ilioupersis, la caduta di Troia. Oltre alla ceramica ateniese, la raccolta annovera anche ceramica etrusca, tra cui per restare in tema l’anfora con l'agguato di Achille a Troilo.

L’ultima sala è nota anche come Sala della Meridiana, dal preesistente Gabinetto della meridiana di cui resta un frammento esposto insieme ai pannelli originari delle finestre del secolo XVI con paesaggi e grottesche, ridipinti in parte nel secolo XVIII con notazioni geografiche e astronomiche.

Faceva parte dell’appartamento abitato dal 1780 al 1798 dal cardinale bibliotecario Francesco Saverio de Zelada (1717-1801), segretario di Stato sotto papa Pio VI. Qui era sistemata la sua collezione, che comprendeva strumenti fisici e astronomici, un museo naturalistico, oltre ad antichità e quadri.

L’esposizione è dominata dalla ceramica attica dal 490 al 350 a.C. Sul piano stilistico si tratta del passaggio dal tardo stile severo al pieno stile classico che costituisce il tema centrale della sala, per poi giungere all’epilogo della storia plurisecolare della ceramografia greca. Ad essi fa da quinta una selezione di ceramica etrusca, compresa tra il 480 e il 300 a.C., non solo per confrontarla ma anche per ricordare che nell’antichità entrambe le produzioni sono state concretamente in dialogo negli stessi luoghi.

Uno dei maestri con i quali apriamo la panoramica è il pittore di Berlino, un prolifico e longevo maestro del periodo tardo-arcaico, attraverso uno dei capolavori della sua fase giovanile, l’hydria con Apollo in viaggio sul tripode oracolare, circa 490 a.C., un soggetto unico per originalità e fantasia.

Un allievo del pittore di Berlino è il cosiddetto Pittore di Achille, di cui abbiamo qui il vaso eponimo con la rappresentazione di Achille, maestro che incarna nella ceramografia, intorno al 445-440 a.C., lo stile classico per eccellenza, l’arte di Atene al suo apogeo negli anni di Pericle e Fidia. La figura di Achille è quasi una statua traslata in pittura, isolata su uno sfondo neutro. Costituisce il referente figurativo, sul versante greco, di quello che è la statua del Marte di Todi sul versante etrusco.
Kylix laconica a figure nere, «Prometeo e Atlante», da Cerveteri, Pittore di Arkesilas, 560-550 a.C.
La realistica rappresentazione del guerriero si combina con una parziale nudità eroica, suggerita dalla trasparenza della tunica e dai piedi senza calzari. Particolarmente accurato è lo studio espressivo del volto (le labbra sono leggermente dischiuse, lo sguardo intenso), reso con un tratto finissimo e piena padronanza dello scorcio che non tralascia neppure dettagli come le ciglia, quasi impercettibili a distanza.

Altro allievo, con cui superiamo la metà del secolo, è il Pittore della Phiale di Boston: questo vaso si evidenzia anche per la tecnica speciale che inserisce l’elemento policromo applicato su uno sfondo bianco che sostituisce l’abituale nero lucente dei vasi, secondo un gusto pittorico che quasi ricorda una pittura da parete o da cavalletto.

Con uno stile particolare in grado di infondere particolare espressività alle sue figure, questo maestro attivo intorno al 450-425 a.C. raffigura il piccolo Dioniso avvolto in un panno che viene affidato da Ermes al Papposileno seduto su una roccia mentre alle loro spalle sono le due Ninfe che alleveranno il piccolo dio. Insieme alle tre Muse presenti sull’altro lato emerge quella predilezione per il mondo del teatro, della musica e della danza, frequente nel repertorio del nostro pittore.

Un altro capolavoro della vetrina è il vaso eponimo del Pittore di Ettore, 450-440 a.C., dove è rappresentata con intenso patetismo la partenza dell’eroe che compie una libagione, congedandosi dai genitori Priamo ed Ecuba, forse a prefigurare il luttuoso epilogo della vicenda. Priamo, l’anziano genitore che piange, rompe la sua regalità e trasmette un forte impatto comunicativo attraverso la visione frontale. Altro dettaglio, non del tutto secondario, è l’aspetto di Ecuba, tanto giovane da sembrare sorella, non madre di Ettore.

Siamo di fronte ad una idealizzazione estrema, concettualmente affine a quello che ritroveremo poi nella Pietà di Michelangelo, dove c’è il compianto, sul corpo del figlio, di una madre idealmente giovanissima. Con la Collezione dei Vasi, si conclude il nostro viaggio attraverso il Museo Gregoriano Etrusco.

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