IL MUSEO INFINITO | Museo Gregoriano Etrusco

Storia, opere e luoghi dei Musei Vaticani, a cura di Arianna Antoniutti. Le opere della Collezione Guglielmi e dell’Antiquarium Romanum

«Monumento funerario con Adone morente», Sala X, XI, Seconda metà del III secolo a.C,
Maurizio Sannibale |  | Roma

Prosegue l'iniziativa che i Musei Vaticani e Il Giornale dell’Arte dedicano a un visitatore ideale: un viaggio dentro il «Museo infinito» accompagnati da guide d’eccezione: i curatori responsabili delle sue collezioni. Il Giornale dell’Arte ospiterà ogni settimana un testo originale elaborato dai curatori dei Musei Vaticani. Dopo le Sale delle Oreficerie, Maurizio Sannibale ci guida attraverso le opere della Collezione Guglielmi e dell’Antiquarium Romanum.

Iniziamo la nostra visita con quello che potremmo definire un cammeo, la Collezione Guglielmi, incastonata in questa sala monumentale del Palazzetto di Innocenzo VIII. Questa raccolta rappresenta una novità rispetto al nucleo storico iniziale del Museo nel quale va ad inserirsi, ma con esso è in stretta relazione, in quanto si forma negli stessi anni in cui (siamo nei primi decenni dell’Ottocento) si svolge l’impresa degli scavi a Vulci.

Quando nel 1828 Giulio Guglielmi inizia a scavare, lo farà contemporaneamente alla famiglia Campanari e a Luciano Bonaparte, principe di Canino e fratello di Napoleone.

Quanto vediamo è quindi lo spaccato di una collezione di formazione ottocentesca, allineata al contesto epocale in cui si va a formare la raccolta vaticana di Gregorio XVI, in cui era predominante il gusto estetico.

La Collezione nell’Ottocento era esposta al completo nel Palazzo Guglielmi di Civitavecchia e fece il suo primo accesso in Vaticano solo nel 1935, quando la prima parte fu donata dal marchese Benedetto Guglielmi a papa Pio XI. Sarà il pontefice in persona ad inaugurare la sala ad essa dedicata. La collezione verrà subito pubblicata e da allora costituisce un punto di riferimento per gli studi archeologici.
«Statuetta votiva maschile con iscrizione etrusca», 250-200 a.C, Sala IX, Collezione Guglielmi
Basti pensare che ad essa si legano nomi come quello di John D. Beazley, cui si deve la monumentale classificazione della ceramografia attica, che studiò i vasi figurati greci ed etruschi, e di Filippo Magi che si occupò della ceramica e dei bronzi etruschi.

Nel 1987, dopo quasi cinquant'anni, si presentò l'opportunità di acquistare la seconda parte della raccolta, distinta come Collezione Giacinto Guglielmi: un’operazione di deciso valore culturale per aver ricomposto un nucleo unitario reso nuovamente accessibile al pubblico, che ha avuto anche rilevanti ricadute scientifiche. Solo grazie alla riunificazione abbiamo avuto la possibilità di ricostituire materialmente alcuni oggetti rimasti scomposti nelle due parti della raccolta, procedendo poi alla sua pubblicazione integrale.

Che cosa vede il pubblico in questa collezione? Innanzitutto, rispetto alla separazione per materiale presente nelle altre sale, qui si ha una veduta d’insieme attraverso oggetti diversi, che figuravano uno accanto all’altro nella vita reale come nei corredi delle tombe: dal bronzo votivo alle armi, dalla ceramica locale a quella importata. Il vasellame dipinto, non solo panoramica di contenitori specializzati per funzione ma anche supporto pittorico, ci fornisce inoltre un repertorio iconografico che spazia dal mondo degli dei e degli eroi a quello degli umani.

Nell’insieme la collezione ripercorre, per circa un millennio, l’intera parabola etrusca, dall’Età del ferro alla romanizzazione. L’impronta più marcata è data però dalle testimonianze del VI e V secolo a.C., che illustrano la fioritura della civiltà etrusca durante l’età arcaica, prima che la sconfitta navale nelle acque di Cuma arrecata dai Siracusani nel 474 a.C. non andasse a segnare un primo sostanziale declino.

Iniziando la nostra visita notiamo una piccola kylix laconica (550-530 a.C.). Questa produzione è relativamente rara tra le importazioni di ceramica greca in occidente, e nelle nostre raccolte ce ne sono solo due esemplari integri in tutto. In questa è raffigurato un suonatore di lira con due danzatori.

Tra gli spaccati di vita quotidiana è interessante notare una scena relativa alla vestizione di un guerriero, restituita da un’anfora ateniese intorno al 550 a.C. Si tratta di un momento ritualizzato della preparazione all’esercizio delle armi, che trova un corrispettivo nelle armi che troviamo poi realmente depositate nelle tombe etrusche.

Sempre a proposito di scene di vita reale, possiamo soffermarci su una hydria attribuita a Euthymides, 520-510 a.C., con preparazione del simposio: insieme a un suonatore di doppio flauto e a un danzatore, vediamo un uomo barbato che versa il vino contenuto in un’anfora a punta entro un cratere, dove poi verrà aggiunta acqua secondo l’uso ellenico.

Ma l’adesione a un ideale di vita ellenico non è rispecchiato solo nel mestiere delle armi o nel simposio. Ad esempio su un’altra anfora coeva (510-500 a.C.) possiamo vedere un’Atena Promachos, ovvero combattente in prima fila, rappresentata anche sulle anfore panatenaiche che venivano date in premio nelle Panatenee, la principale festa religiosa e politica di Atene.

E ancora abbiamo buccheri dal VII al VI secolo avanti Cristo. Tra le tante curiosità, troviamo una celebre olletta con un’iscrizione dedicatoria etrusca, risalente al 630-590 a.C., che recita in prima persona, come oggetto parlante: «mi ramuthas kansinaia = Io sono di Ramuta Cansinai». In questa vetrina sono stati inoltre messi a confronto due kyathoi, uno è di bucchero, di produzione etrusca, l’altro ateniese del cosiddetto Gruppo del Perizoma (500-490 a.C.) che raffigura danzatori armati, al contempo danza rituale e specialità atletica.

Si pensa che questa bottega abbia lavorato soprattutto per una committenza etrusca e c’è un indizio che lo fa pensare in modo particolare, oltre alla condivisione della stessa forma. Le figure nude di questa bottega vengono sistematicamente dotate di un perizoma posticcio suddipinto, per assecondare una sorta di pudore che gli etruschi avrebbero osservato anche nelle gare atletiche, laddove nel mondo ellenico queste si svolgevano in nudità completa.

Proseguiamo e ammiriamo la produzione bronzistica, che a Vulci è molto documentata, e qui abbiamo un campionario di armi ed elmi, del IV secolo avanti Cristo, e specchi incisi. Tra i bronzetti figurati ce n’è uno che è stato preso quasi a simbolo della raccolta Giacinto Guglielmi: è una statuetta maschile votiva con un’iscrizione etrusca.

Il bronzetto si data al III secolo avanti Cristo, l’inizio del quale vede la sconfitta di Vulci da parte dei romani nel 280 a.C. È interessante notare come questo personaggio stia compiendo un’azione rituale, versando del liquido da un kantharos e osservando il cielo per trarne auspici. Sul capo c’è un elemento che è stato variamente letto: una delle interpretazioni che ho potuto dare recentemente è che questo attributo sia un simbolo lunare. L’iscrizione contiene una dedica a Śuri, una sorta di Apollo infero del pantheon etrusco che abbiamo già incontrato.
«Bambola con arti snodati e tracce di una veste intessuta d’oro», 300-330 d.C, Antiquarium
Nelle Sale X e XI ammiriamo poi una tipica manifestazione dell’artigianato artistico etrusco costituita dalle urne con rilievi figurati e qui rappresentate dalle tre produzioni principali, quelle di Volterra, di Chiusi e di Perugia. In queste città si conserva il rito incineratorio e quindi l'urna cineraria si presta non solo a fungere da contenitore ma anche da supporto per un programma iconografico dagli evidenti riferimenti escatologici. Su questi rilievi demoni e saghe locali evocative dell’aldilà dialogano con spezzoni del mito greco recepito in Etruria.

Uno dei capolavori è senz’altro quest’urna in alabastro, rinvenuta a Todi: l’urna cineraria del Maestro di Enomao. Sul coperchio è raffigurata una coppia seduta su una kline intenta a un banchetto traslato nell’Aldilà.

L’altorilievo sulla cassa vede l’intervento di demoni etruschi in un episodio del mito greco, l’uccisione di Enomao da parte di Pelope. Enomao, signore di Pisa nell’Elide, era solito sfidare i pretendenti di sua figlia Ippodamia in una fatale corsa ai carri, da Pisa all’Istmo di Corinto, durante la quale li raggiungeva e li uccideva.

Pelope riuscì infine ad avere la meglio in questa sfida mortale, grazie ai cavalli ricevuti in dono da Poseidone, oppure corrompendo Mirtilo, l’auriga di Enomao che gli sabotò una ruota del carro. Enomao è inginocchiato e cerca invano di parare il colpo che sta per essergli inferto da Pelope e contemporaneamente da un demone femminile alato. Ippodamia fugge spaventata mentre la caduta dei cavalli travolge i presenti. Sui fianchi della cassa sono altri due demoni femminili alati. L’urna, rinvenuta nel 1516, fu donata a Clemente XIV nel 1772.

In una piccola sala successiva è concentrata una rappresentativa raccolta di antichità etrusche, la collezione Falcioni. La sua acquisizione, quasi all’alba del Novecento, apre simbolicamente una stagione di rinascita del Museo Gregoriano Etrusco, che vedrà nel corso del secolo successivo alla sua fondazione un progressivo incremento delle raccolte e degli spazi.

Tra gli elementi di spicco, oltre agli oggetti legati alla vita quotidiana o al culto nel caso dei bronzi figurati votivi, si segnala una magnifica collezione di oreficerie: collane, orecchini a disco tra le tipiche realizzazioni dell’oreficeria etrusca arcaica di fattura particolarmente fine, oltre a un campionario di vari preziosi che giunge fino all’età romana ma che in qualche caso comprende anche esemplari medievali e moderni.

Lasciando la collezione Falcioni possiamo infine ammirare un vero e proprio unicum, rappresentato dal monumento funerario in terracotta policroma con Adone morente, proveniente da Tuscania e datato alla seconda metà del III sec. a.C. La divinità di origine orientale, Atunis per gli Etruschi, giace sul letto ferito a morte. Si è anche pensato che fosse un oggetto di culto legato alle Adonie, culti che celebravano la morte e il ritorno alla vita del dio.

Varchiamo poi la soglia del settore denominato Antiquarium Romanum. Qui troviamo esempi di bronzistica di pregio, come la statua con ritratto onorario di un ignoto personaggio intorno al 40 a.C. [inv. 15055] o il ritratto attribuito all’imperatore Treboniano Gallo (251-253 d.C.). E ancora parti superstiti di bronzi colossali rinvenuti nella Darsena di Civitavecchia: un enorme braccio, un’asta, una presunta coda di delfino.

Oltre alle terrecotte che ornavano le architetture romane, quasi ad accoglierci nelle loro case, si offre alla vista una pregevole rassegna di vetri antichi, soprattutto romani: vasi da mensa, unguentari e cinerari con il loro coperchio. Accanto è uno straordinario corredo di avori, rinvenuto nel 1937 all’esterno della Basilica di San Sebastiano a Roma, in un sarcofago del primo terzo del IV secolo dopo Cristo.

Tra questi spicca una bambolina ad arti snodati, sulla quale riusciamo ancora a scorgere i resti del suo pregevolissimo abito intessuto a fili d’oro. La accompagnavano sei tessere raffiguranti aurighi e cavalli, forse utilizzate per l’ammissione ai giochi circensi, e quattro dadi da gioco.
«Urna in alabastro del Maestro di Enomao», primo quarto II secolo a.C, Sale X e XI

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