IL MUSEO INFINITO | Museo Gregoriano Etrusco

Storia, opere e luoghi dei Musei Vaticani, a cura di Arianna Antoniutti. Le Sale delle oreficerie

Applique con testa di Medusa
Maurizio Sannibale |  | Città del Vaticano

Prosegue l'iniziativa che i Musei Vaticani e Il Giornale dell’Arte dedicano a un visitatore ideale: un viaggio dentro il «Museo infinito» accompagnati da guide d’eccezione: i curatori responsabili delle sue collezioni. Il Giornale dell’Arte ospiterà ogni settimana un testo originale elaborato dai curatori dei Musei Vaticani. Entriamo, con Maurizio Sannibale, nelle Sale VII e VIII, contenenti preziose oreficerie etrusche e romane.

In queste Sale vengono raccolti quei rari cimeli costituiti dalle oreficerie. Quanto è giunto sino a noi è veramente miracoloso: intanto perché si tratta di beni già in partenza appannaggio di élites, in più parliamo di materiali preziosi sfuggiti a guerre e predatori, sia antichi che moderni.

Oltre all’oreficeria etrusca, da quella orientalizzante di pieno VII secolo fino all’età ellenistica, sono presenti preziosi di epoca romana, fino alla tarda età imperiale. Si tratta del frutto di vecchi scavi, soprattutto ottocenteschi.

Un elemento fondamentale dell’oreficeria etrusca non è tanto la quantità di materia prima preziosa che veniva utilizzata, quanto le sue sofisticate tecniche: filigrana e granulazione in primo luogo, senza trascurare la realizzazione di sottili lamine e fili, la complessa composizione di catenelle dalla serie infinita di anelli saldati, piegati e inseriti l’un l’altro, la decorazione a cesello e punzone, le tecniche di microsaldatura senza le quali tutto ciò sarebbe stato impossibile. I dettagli e i segreti di tali tecniche sono rimasti celati per millenni e attualmente riusciamo a indagare questi procedimenti solo attraverso sofisticate analisi al microscopio e di laboratorio. Proprio per ammirare nel dettaglio tanta perfezione e ricercatezza, l’esposizione di alcuni oggetti è corredata da lenti di ingrandimento.
Tre bulle d’oro raffiguranti Tinia, Giove e Minerva, su una quadriga tirata da cavalli alati, e Turan con il suo amante Atunis ed il figlio Eros
Nella prima vetrina figurano alcuni tra gli oggetti più antichi (VII sec. a.C.): fibule, sia lisce sia decorate a granulazione, che poi è quanto resta di vesti sontuose di cui null’altro rimane. E ancora abbiamo spiraline che servivano per raccogliere le trecce, oltre a collane con vaghi. Da notare che i vaghi non sono di oro pieno ma cavi, fatti con valve stampate su lamina e poi microsaldate.

Quando poi osserviamo la granulazione, parliamo di motivi decorativi composti da minuscole sferette di oro, dai due, massimo tre decimi di millimetro, tutte fissate con una microsaldatura, che su un oggetto possono raggiungere quantità impressionanti di diverse migliaia.

Tecniche orafe come la granulazione e la filigrana che noi troviamo nell’Italia centrale in secoli relativamente recenti, cioè a partire dalla seconda metà dell’VIII secolo a.C., hanno una tradizione millenaria nel Vicino Oriente Antico. È dunque una storia intrigante quella del trasferimento tecnologico verso occidente di antiche tecniche, e questo avviene proprio agli inizi del primo millennio avanti Cristo. Che siano giunti artigiani di provenienza levantina in Etruria è presumibile, ma sicuramente c’è da prendere in considerazione anche l’apporto dell’elemento ellenico.

Troviamo una fibula d’oro con l’iscrizione dedicatoria «Io (sono) di Mamerce (donato) da Arte»: è la fibula, che parla in prima persona. Questo ci evoca in particolare memorie omeriche, in cui il dono si carica anche del valore immateriale della provenienza, delle mani attraverso le quali è passato. Pensiamo ad esempio a dinasti, a personaggi eminenti che donano e ricevono un oggetto prezioso a suggello delle loro relazioni. Inoltre ci troviamo in un’epoca in cui non esiste ancora un’economia monetale e l’oggetto di pregio assume valore di bene di scambio.
Paio di orecchini a disco complesso
All’ombra dei palazzi dei Principi etruschi, come delle prime città, si svolgeva anche la produzione artistica e artigianale.  Di questo ci offre un esempio concreto il palazzo di Murlo, che ha un suo arco di vita compreso tra VII e VI sec. a.C. Questa sede di un potentato locale possedeva anche un’officina, dove si lavoravano metalli preziosi e avorio, terrecotte e ceramiche.

Proseguendo nella visita osserviamo alcuni esempi dei più pregevoli manufatti dell’oreficeria etrusca arcaica di VI sec. a.C., ossia gli orecchini a bauletto, realizzazioni sofisticate perché sono composte da centinaia di piccole parti microsaldate e assemblate. Altro esempio mirabile sono poi gli orecchini a disco, tra cui un paio di forma peculiare a disco complesso con cristallo di rocca e agata, oltre a collane con pendenti granulati e figurati.

Con questi ‒ siamo al volgere del VI secolo a.C. e all’inizio del seguente ‒ abbiamo la percezione di una oreficeria particolarmente complessa, di un grado che poi non ritroveremo nei secoli successivi, a dire la verità. Quasi come se la piattaforma del lusso, pur essendo riservata all’élite, si espandesse.

Passiamo al IV sec. a.C. osservando alcune bulle decorate a sbalzo con raffigurazioni a soggetto mitologico: l’eroe attico Hippothoon allattato da una cavalla, Achille che uccide Troilo, Efesto che fabbrica le armi di Achille. Questo tipo di gioiello, che abbiamo già incontrato nei bronzi votivi con fanciullo seduto (Sala III) oppure tra gli ornamenti dell’illustre personaggio giacente sul sarcofago di Cerveteri (sala IV), lo vediamo indossato da una statua votiva in terracotta posta a confronto nella stessa vetrina.
Corona con foglie quercia, parte di un corredo funerario rinvenuto a Vulci nel 1837
Ancora nel IV sec. a.C. ritroviamo diversi esempi di corona aurea, un elemento tipicamente etrusco, che nella tomba assume un valore simbolico e religioso per il defunto eroizzato, ma che si accompagna anche al suo valore civico di onorificenza, di trionfo, ribadito quando compare a cingere un elmo, un uso questo particolarmente diffuso a Vulci. In un’altra vetrina abbiamo un campionario di anelli, alcuni con castone a scarabeo di stile egittizzante di fabbrica orientale, a partire dal VI sec. a.C.

Tra gli anelli troviamo inoltre sofisticate opere di maestri incisori, come nella corniola a forma di scarabeo con Teti che consegna le armi ad Achille, opera degli ultimi decenni del VI sec. a.C. attribuita al Maestro del Dionysos di Boston. E poi ancora figure intagliate nell’ambra, di VI-V sec. a.C., materiale cui venivano attribuite proprietà magiche che non si trova in Etruria, dove giunge attraverso lunghe vie commerciali che ci portano addirittura alle rive del Baltico.

Con una successiva vetrina compiamo un altro passo nella moda degli orecchini tipicamente etruschi, quelli detti a grappolo che risalgono al IV secolo avanti Cristo. Abbiamo voluto disporli a confronto con una forma più semplificata, l’orecchino a tubo, che li precede. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a una realizzazione complessa. Il grappolo stesso è formato da sferette cave di varie dimensioni; poi potevano essere aggiunte filigrana e granulazione. Anche in questo caso abbiamo il corrispettivo iconografico nelle terrecotte votive.  Esiste anche una versione semplificata, costituita da una semplice lamina stampata, non destinata ad essere indossata ma di uso esclusivamente funerario.
Coppia di orecchini a grappolo, parte di un corredo funerario rinvenuto a Vulci nel 1837
Con le ultime due vetrine si esaurisce il nostro viaggio nel tempo attraverso l’oreficeria antica. Qui abbiamo oreficerie tipicamente ellenistiche, dal III al II sec. a.C.: un impressionante volto di Medusa a sbalzo, orecchini con vari pendenti ‒ ad anforetta, con un uccellino, con un pendente piramidale ‒ fino ad arrivare a orecchini ad anello con testa di leone.

L’ultima vetrina ci offre poi una panoramica di oreficeria di epoca romana. Approdiamo idealmente ad Ostia antica, nella prima età imperiale, dove ritroviamo una collana con bulla, quello stesso tipo di gioiello-amuleto che abbiamo già visto nell’oreficeria etrusca, insieme a collanine con smeraldi grezzi e perle.
Conclude questa ampia escursione nelle manifestazioni del lusso, un corredo funerario da Artena datato al II sec. d.C., collana con granati, fermaglio, anello e due anellini, frutto di un rinvenimento fortuito ottocentesco.

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