IL MUSEO INFINITO | La Pinacoteca Vaticana

Storia, opere e luoghi dei Musei Vaticani. 2. Dalle origini al Quattrocento - prima parte

Guido Cornini |  | Città del Vaticano

Guido Cornini, storico dell’arte medievale e moderna, delegato scientifico della Direzione dei Musei Vaticani, ci accompagna tra le sale della Pinacoteca Vaticana.

Su quale opera può richiamare la nostra attenzione nella prima Sala?

Su un «Giudizio finale», estremamente raro anche per le grandi dimensioni, dalla forma peculiare, un cerchio perfetto che si innesta su un rettangolo, quasi un anticipo delle predelle che si troveranno più tardi nelle prime tavole a capanna. È un’opera che presenta varie problematiche, la prima delle quali è il luogo d'origine. Si sa con certezza che proviene dal convento di Santa Maria in Campo Marzio, ma non è stato sinora trovato il punto esatto in cui una tavola del genere potesse essere collocata. Un’ipotesi è che si trattasse di un dossale, un grande apparato posto alle spalle di un trono di tipo vescovile, su cui poteva sedere una grande personalità ecclesiastica, forse un abate o una badessa. Problematica è anche la datazione, che viene fatta oscillare fra il l’XI e il XII secolo. Certamente è un capolavoro, contraddistinto dalla complessità teologica del soggetto e dall’attento recupero formale dei modelli classici. Restaurato abbastanza di recente, circa venti anni fa, i buchi sulla superficie sono testimonianze della passata presenza di ex voto – presenze insolite per un soggetto come questo. Straordinario è il dettaglio dei pesci e delle belve che restituiscono pezzi smembrati di uomini divorati che, in una visione meccanicistica ma legittima, devono miracolosamente ricomporsi al fine di poter risorgere.

In questa sala abbiamo poi momenti importanti della storia medievale toscana, con la presenza di Giunta Pisano e Margheritone d’Arezzo, ad esempio. Con la Toscana non abbiamo richiami all’antica territorialità dello Stato della Chiesa, siamo invece nell’ambito degli acquisti di tipo storico-antiquario da parte della Biblioteca Vaticana.

Passando nella Sala II, non è certo un’opera minore il Polittico Stefaneschi di Giotto, dall’antica basilica di San Pietro, contraddistinto da una figuratività a doppia faccia: con Cristo rivolto verso la zona presbiterale della basilica, da un lato, e San Pietro rivolto verso i fedeli, dall’altro. In quest’ultimo pannello, il cardinale Jacopo Stefaneschi, committente documentato dell’opera, è raffigurato in ginocchio, in atto di donare al Santo lo stesso polittico, che riproduce se stesso inginocchiato: e così via all’infinito, in un mirabile effetto Droste. Con questa commissione ci troviamo di fronte alla tarda attività di Giotto, supportato dalla bottega in un’opera giustamente celebre, nella quale, tuttavia, c’è un dettaglio che nessuno nota: il tappeto steso a terra davanti al trono, con le aquile imperiali raffigurate di scorcio, sembra un prodotto di artigianato nordico, la cui posizione subalterna, ai piedi del Cristo, allude forse alla superiorità del papa sull’imperatore. Qui, per ragioni di stile ma anche di documentazione indiretta, siamo a una data compresa tra il 1313 e il 1320.

Sempre in questa sala è presente una piccola antologia di autori senesi del primo Trecento: nel comune rinnovamento della pittura, intrapreso a Siena non meno che nella vicina Firenze, la cultura locale si distingue per una tenace fedeltà al valore astraente della linea. Pietro Lorenzetti, pittore di formazione tradizionale che non disdegna di aprire ai concetti giotteschi di volume e di spazio, è presente con due pannelli («San Pietro» e «San Giovanni Battista»), parti di un tabernacolo a sportelli risalente alla fine degli anni Venti, e con una preziosa tavoletta raffigurante «Cristo davanti a Pilato», del 1335 ca.; Simone Martini, caposcuola riconosciuto di una tendenza mirante, all’opposto, alla valorizzazione di un mondo “cortese”, è rappresentato invece da una magnifica cuspide di polittico («Cristo benedicente»), comprendente anche altre tavole in collezioni pubbliche e private, che suole datarsi alla metà del secondo decennio per analogia di impianto con le figure della «Maestà», affrescate in Palazzo Pubblico nel 1315.

Attraverso queste sale abbiamo un puntuale panorama delle scuole locali

Se avessimo il tempo e la disponibilità di fermarci un momento davanti a questi quadretti, scopriremmo di avere squadernata, davanti ai nostri occhi, una piccola «Galleria dell’Accademia», come quella  di Firenze che, accanto al «David» di Michelangelo, possiede una splendida antologia di fatti toscani. E qui, in qualche modo, sia pure nei limiti degli acquisti selettivi di cui abbiamo parlato, è offerto un percorso di questo tipo, con artisti come Giovanni del Biondo, Mariotto di Nardo, Silvestro dei Gherarducci, ma anche Giovanni di Paolo, il Maestro dell’Osservanza, il Sassetta: tutti nomi ben noti agli studiosi ma che il grosso pubblico poco conosce. Come per i grandi musei internazionali, il Louvre ad esempio, si dovrebbe avere il piacere e il tempo di approfondire sezione per sezione.

Altra sala con opere di grande interesse è la III, con un trittico di Filippo Lippi, una pala di Benozzo Gozzoli, diverse tavolette di area marchigiana e il piccolo pannello della «Madonna con il Bambino» (1435 ca), del Beato Angelico, che la direttrice Barbara Jatta ha eletto a opera del cuore. Sicuramente autografa, si tratta di una minuscola «sacra conversazione», in cui Angelico gioca con la tradizione, aggiornandola, da par suo, alla lezione spaziale masaccesca.

Altre presenze di straordinario interesse sono i due scomparti di predella con «Storie di San Nicola», dal polittico del medesimo autore in San Domenico di Perugia, portati a Parigi in occasione del secondo viaggio di Vivant Denon in Italia (1811-12) e documento precoce delle ambizioni enciclopediche che le collezioni del Louvre imperiale cominciavano ormai ad avere.

La Sala IV ospita i celebri «Angeli musicanti» di Melozzo da Forlì, accanto alla proposta di ricomposizione di Biagio Biagetti che ricrea, sulla base dei frammenti qui conservati e di quello con Cristo sullo scalone d’onore nel Palazzo del Quirinale, quello che avrebbe dovuto essere l’aspetto dell’abside dei Ss. Apostoli, andata distrutta nel rifacimento settecentesco della chiesa. La recente identificazione dello stemma Riario in una copia dell’affresco tratta dall’originale poco prima della sua distruzione e conservata in un taccuino di disegni appartenuto all’erudito palermitano Sebastiano Resta, incaricato da Clemente XI di seguire le demolizioni (1706 ca.), consente di datare il complesso agli anni del patronato di Pietro Riario, cardinale titolare della basilica e nipote di Sisto IV (1472-74). Pietro Riario e l’illustre zio pontefice ritornano, con numerosi altri personaggi, tra cui il cardinale Giuliano della Rovere, futuro papa con il nome di Giulio II, nel monumentale affresco esposto lì accanto, con Sisto IV che nomina il Platina, nel 1471, primo “prefetto” della Biblioteca Vaticana. L’affresco, staccato e riportato su masonite, racconta il momento fondante della grande istituzione ecclesiastica, dalla cui originaria sede quattrocentesca in effetti proviene. Nell’affresco di Melozzo, come poi sarà anche per Raffaello con la «Scuola di Atene», la Biblioteca è riportata a un’immagine di grandezza classica: a una maestosità architettonica commisurata all’importanza dei personaggi e dell’avvenimento che si intendevano celebrare. Grazie a Sisto IV e alla sua lungimirante iniziativa, per la prima volta il sapere antico e il sapere contemporaneo, quello religioso ma anche quello profano, venivano riammessi alla pubblica circolazione. Certo, non siamo ancora alla frequentazione indifferenziata delle odierne istituzioni librarie, ma si trattava pur sempre di una prima, importante concessione agli umanisti dell’epoca che, sempre su presentazione di altri studiosi, avevano il permesso di accedere e consultare i preziosissimi codici. E’ l’inizio di un processo di democratizzazione della cultura, sin lì gestita con modalità settoriali o di tipo privatistico, che è presente anche nel mondo del collezionismo nobiliare e che prenderà secoli per la sua completa attuazione.

Passando alla sala seguente, la quinta, spicca tra tutte l’opera che, fosse richiesto a me,  indicherei sicuramente come la mia favorita: la predella con i «Miracoli di San Vincenzo Ferrer», dipinta nel 1473 da Ercole de’ Roberti per il polittico commissionato al suo maestro, il ferrarese Franceso del Cossa, per la cappella Griffoni in San Petronio di Bologna. I 21 elementi del complesso, oggi divisi tra musei americani ed europei, sono stati momentaneamente riuniti a Bologna, in una mostra a Palazzo Fava, per la quale i Musei Vaticani hanno eccezionalmente prorogato il prestito della predella. La predella illustra sei miracoli operati dal Santo, suddividendoli in distinti episodi narrativi, ciascuno perfettamente risolto nella sua compiutezza formale e contenutistica. In questa singolare tempera su tavola, caratterizzata dall’abolizione delle partizioni tra le scene e dunque da un inedito continuum narrativo, c’è tutto quello che ci si può aspettare da una pittura con quelle coordinate spazio-temporali: ci sono devozione, varietà, fantasia, partecipazione umana e spigliatezza di racconto; nelle architetture, abbozzate o dirute, c’è anche l’Antico e, pur risultando, l’insieme, prospetticamente rigoroso, vi aleggia ancora lo spirito irrequieto di Cosmè Tura, padre fondatore della scuola ferrarese. Per me, si tratta di un piccolo capolavoro, dove la frammentarietà di una pittura fatta di strappi e riprese è coordinata dalla continuità del ritmo e dall’unità della costruzione spaziale: e questa è la sua grandezza.

IL MUSEO INFINITO
Storia, opere e luoghi dei Musei Vaticani
Testi raccolti da Arianna Antoniutti

Presentazione di Barbara Jatta
La Pinacoteca Vaticana | Storia della Pinacoteca
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