Il Museo delle Civiltà di Roma: la vertigine dei millenni e le prospettive di una nuova umanità

Intervista ad Andrea Viliani, neodirettore di un museo che ne contiene sei e che «può diventare il Museo dell’Antropocene!», dice. E sull’ex Museo Coloniale apre il nodo «restituzioni»

Andrea Viliani. Foto: Mattia Balsamini
Guglielmo Gigliotti |

Il Museo delle Civiltà di Roma è una costellazione di musei: ne comprende ben 5, e dal prossimo autunno saranno 6 con le collezioni di geopaleontologia e litomineralogia dell’Ispra. È quindi un multimuseo, una realtà composita che riunisce testimonianze della storia del mondo, dal passato remoto alla contemporaneità. A dirigerlo è stato chiamato Andrea Viliani, 49enne di Casale Monferrato (Al), già curatore presso il Castello di Rivoli (dove, rientrato nel 2019, conserverà fino a fine anno la carica di curatore del Crri-Centro di Ricerca Castello di Rivoli, Ndr) e il MAMbo di Bologna, e direttore della Fondazione Galleria Civica-Centro di ricerca sulla contemporaneità di Trento e della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee-Museo Madre di Napoli (2012-19).

A lui spetterà il rilancio dell’arcipelago museale che ha sede negli ampi spazi del Palazzo delle Scienze e del Palazzo delle Tradizioni Popolari, edificati all’Eur nei primi anni ’40. Asse portante e radice storica dell’istituzione è il Museo Preistorico-Etnografico «Luigi Pigorini», con manufatti della preistoria e delle culture dell’Africa, delle Americhe e dell’Oceania, a cui si è congiunto il Museo d’Arte Orientale «Giuseppe Tucci», che raccoglie capolavori d’arte e documenti della religiosità delle culture dell’India, della Cina, del Giappone, del Tibet e Nepal, della Corea e Vietnam, del Vicino e Medio Oriente antico.

Il Museo dell’Alto Medioevo riunisce invece opere e reperti dalle necropoli longobarde e dalle chiese di età carolingia, mentre il Museo delle arti e tradizioni popolari dispiega migliaia di oggetti della cultura agropastorale e del folklore di tutte le regioni d’Italia. Infine le collezioni, in fase di ricatalogazione, di un museo che richiederà una radicale transizione, derivando dall’ex Museo Coloniale fondato nel 1923, chiuso dal 1971 e costituito da testimonianze delle culture di Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia, prelevate con la forza durante l’occupazione coloniale italiana.

Direttore Viliani, che cosa l’ha spinta alla sfida del Museo delle Civiltà?
L’eccezionalità e la criticità, fra loro indisgiungibili, delle sue stesse collezioni enciclopediche. Dal 2016 i musei che lo compongono si sono unificati in un’unica istituzione, appunto il Museo delle Civiltà, a cui spetta il riordino e l’integrazione delle varie collezioni. Essendo un «museo di musei», che attraversa lo spazio e il tempo e racconta la storia millenaria degli esseri umani su questo pianeta, questo museo non solo offre la possibilità ma impone la necessità (opzioni anche in questo caso indisgiungibili) di mettere in atto una riflessione rigorosa e al contempo immaginifica su che cosa sia stato, sia e potrà essere un «museo» antropologico come questo, basato su metodologie storiche di ricerca e classificazione che, pur nello sforzo di comprenderle e collezionarle, hanno anche separato e travisato intere culture.

In genere pensiamo al museo come un soggetto autorevole, ma esso può essere anche ingannevole, in quanto non sempre ha detto la verità, ma spesso l’ha manipolata e nascosta. La contemporaneità di queste sollecitazioni problematiche è la ragione per cui mi sono candidato a dirigere il Museo delle Civiltà, un museo dove non solo si impara la storia della civiltà ma ci si confronta anche con l’ignoranza e la violenza che lo hanno negato. E la prima cosa da fare sarà affermarne questa vocazione, superando l’acritica suddivisione fra musei differenti per esplorare la connessione fra i suoi nuclei collezionistici e disciplinari e sostenerne il ruolo anche politico e sociale di catalizzatore di nuove, possibili forme di civiltà.


Lei è un contemporaneista, che oggi si trova a confrontarsi con gli abissi temporali evocati dai manufatti litici di 300mila anni fa: come gestirà la vertigine?
Accogliendola! Per condividerla con la pluralità dei co-autori dei programmi e con i pubblici del museo. Se da un lato esso permette di perlustrare il nostro pianeta in ogni direzione, come se fosse un mondo in miniatura, dall’altro lato è anche una macchina del tempo, che custodisce i manufatti più antichi di tutta la museologia italiana. Eppure lo spazio-tempo vertiginoso di questo museo non è certo attraente e avvincente come il multiverso di un film della Marvel: esso ci restituisce, infatti, una storia di eccitazione per la scoperta di «nuovi mondi», che tali erano solo per i loro supposti «scopritori», e quindi il contestuale racconto di crimini che hanno frainteso e eliminato intere culture, attraverso cui la costruzione di nuova cultura si è intrecciata a una sua programmatica semplificazione, quando non distruzione.

Così come la preistoria non riguarda solo evoluzioni e estinzioni già avvenute, ma anche quelle che potrebbero ancora avvenire. Per questo scoperta e rimozione, verità e falsificazione, storia del passato e responsabilità verso il futuro sono gli argomenti di cui parleremo, cercando di far emergere, quale materia di un’intensa attività di ricerca e pedagogica, le potenzialità ma anche le contraddizioni storiche incorporate nella vertigine delle collezioni e dei saperi che un museo come questo conserva.


Ha già una visione che possa amalgamare tutte le componenti di questo museo dell’essere umano? L’arte contemporanea sarà una componente del nuovo Museo delle Civiltà?
Sì ma, più che come programmazione distinta, come predisposizione e sostegno alla ricerca sperimentale e alle narrazioni critiche di artisti, curatori e istituzioni partner, come produzione e mediazione di un sapere multidisciplinare che attraversi la porosità del tempo e dello spazio, come assunzione e condivisione di precise e circostanziate responsabilità nei confronti del racconto storico delle collezioni del museo. Quando mi sono candidato alla direzione di questo museo ho pensato a Harald Szeemann, che già negli anni Sessanta del XX secolo ha riconfigurato su analoghe fondamenta antropologiche la funzione del curatore d’arte contemporanea.

Questo non è solo un museo d’arte, ma, appunto di civiltà. Può quindi anche contribuire alla diffusione dei valori dell’inclusione e dell’integrazione?
Un museo che oggi, in un contesto storico e urbanistico come l’Eur, ha l’ardire di usare la parola «civiltà» deve essere, più ancora di altri musei, un museo che comprenda in sé tutte le articolate dinamiche della pubblica opinione e della società civile contemporanee, che si confronta con esse e nel caso reagisce a esse proponendosi come un soggetto pubblico che, se non deve fare politica, è deputato a gestire materie anche politiche. Il museo non conserva solo testimonianze delle arti e culture extraeuropee ma anche dei rapporti che il nostro Paese ha avuto con il resto del mondo: questa è un’opportunità straordinaria per raccontare non tanto la Storia con la s maiuscola ma l’intreccio delle singole storie che la compongono, verificarne le dinamiche e ridare la parola ai loro protagonisti omessi o silenziati.

È fondamentale, per esempio, raccontare che cosa il museo ha collezionato ma anche che cosa no e come lo abbia classificato, al fine di riscrivere la biografia di tutti gli oggetti a partire dalle loro provenienze, anche per operare una responsabile politica di restituzioni. Solo così (capendo che l’inclusione e l’integrazione partono dall’analisi e della messa in discussione prioritaria e preventiva della propria storia e, quindi, di quella del museo stesso) sarà forse possibile capire che ci sono molti potenziali Musei delle Civiltà, non uno solo.


Il museo è un istituto dotato, dal 2016, di autonomia speciale del Ministero della Cultura. Ciò le garantisce maggiore libertà di manovra?
L’autonomia è stata per i musei statali italiani un momento rivoluzionario, la fondamentale premessa per l’aggiornamento e potenziamento della loro azione di tutela, ricerca e promozione, in cui la libertà di visione indirizza e ottimizza anche i doveri di responsabilità amministrativa, celebrando così il potenziale ruolo rigenerativo dei musei stessi nella società contemporanea. Il «Grande Progetto Museo delle Civiltà», dei cui fondi siamo beneficiari come istituto autonomo, è la base di un masterplan pluriennale che permetterà al museo di entrare nel XXI secolo e diventare quell’osservatorio e cantiere permanente, non solo negli allestimenti e servizi ma anche nelle sue metodologie, che il Museo delle Civiltà è chiamato a essere se vorremmo attuare davvero la sua funzione pubblica nell’ambito dei musei del nostro Ministero.

Come si relazionerà con gli specialisti scientifici dei vari settori di studio, pertinenti alle tante discipline del museo?
L’episteme dei tanti professionisti che quotidianamente animano le attività di ricerca, espositive, editoriali e pedagogiche sono il bene più prezioso di ogni museo, il termine di confronto essenziale per chi ha l’onore e l’onere di dirigerlo. In questa fase di cambiamento del Museo delle Civiltà, le nuove linee programmatiche che abbiamo presentato nello scorso luglio ci permetteranno di avviare e sistematizzare negli anni a venire una riflessione anche interna al museo stesso sulle tante attività che trasformeranno poco alla volta il Museo delle Civiltà, da museo di musei apparentemente incoerente, in un museo più unitario ma anche più accogliente e comprensibile, un museo espanso ma coeso che racconta le molteplici storie, posizionate e interconnesse, degli esseri umani su questo pianeta.

La segnaletica e l’illuminazione esterna sono obiettivamente ancora carenti: partirà anche da questi dati essenziali?
Sì, stiamo orientando tutte le fonti di finanziamento disponibili («Grande Progetto», Pnrr e fondi sulla legge 190) per realizzare un museo più accessibile e percepibile, e quindi più empatico, dove quindi venire con la scuola ma anche per trascorrervi con la propria famiglia una giornata libera, non solo visitando le collezioni ma anche per assistere a spettacoli, gustare sapori o fare esperienze che attivino tutti i sensi. Per questo dal 2023 la scritta sulle due facciate del museo cambierà, rispecchiando il nome, unitario e plurale, del museo: «Museo delle Civiltà / Museum of Civilizations».

Quando riaprirà il settore preistorico, chiuso per riordino dell’immensa collezione iniziata dal padre della paletnologia italiana, Luigi Pigorini?
Il prossimo 26 ottobre. Siamo al lavoro già da diversi mesi con i referenti del settore per operare una revisione dell’allestimento e della grafica che racconti e riscriva anche la storia istituzionale e disciplinare di queste collezioni. A partire dalla rinuncia al nesso fra preistoria ed etnografia che è il portato (come dimostrava il nome «Museo Preistorico-Etnografico») della genesi stessa del museo, inaugurato nel 1876 nel pieno del dibattito sull’unificazione nazionale, il che ha comportato l’adozione di parametri non più sostenibili quali quelli del «primitivo» e dell’«alterità», intesi allora come elementi di differenziazione rispetto all’identità occidentale, e quindi l’accoppiamento appunto fra preistoria ed etnografia.

Ma riscrivere il passato significa anche vivere pienamente e liberamente il presente: in fondo il Museo delle Civiltà può diventare il Museo dell’Antropocene! Infatti, dopo aver pensato di dominare il pianeta come se ne fossimo gli unici abitanti, gli esseri umani si stanno riscoprendo come una specie fragile, e quindi a rischio, autori di uno sfruttamento delle risorse ambientali che ha determinato crisi climatiche, pandemiche e socio-economiche di cui noi stessi in gran parte siamo la causa. Ma ogni crisi è sempre anche un’opportunità, per questo il Museo delle Civiltà, in quanto museo preistorico contemporaneo, non solo racconterà come è iniziata ma anche come potrebbe andare a finire questa nostra «Storia». Ricongiungersi con il passato più remoto, agire responsabilmente nel presente e delineare ipotesi di futuro: questo potrebbe essere il racconto di una preistoria messa, per così dire, in prospettiva. Con buona pace dei padri fondatori, la preistoria forse andrebbe oggi intrecciata all’eco-femminismo.


Che cosa diventerà l’ex Museo Coloniale?
Non certo un museo tradizionale. Ma è un progetto in corso, il più importante anzi dei prossimi anni, su cui sarà avviato un confronto di lunga durata con professionisti internazionali, per riflettere sulla necessità di revisione dello studio e della presentazione di queste collezioni. Occorrerà valutare, per esempio, non solo i pieni delle presenze ma anche, direi innanzitutto, i drammatici vuoti delle mancanze: alcune per colmarle con la commissione di progetti di ricerca in cui, ridando la parola a chi ne è stato violentemente privato dai crimini della storia coloniale, condividere nuove interpretazioni; altre per avviare un processo compartecipato i cui esiti non possono essere predefiniti, ma in cui un ruolo essenziale avranno le restituzioni. Del resto i musei non sono statuti statici ma organismi viventi, e auspico che questa sezione divenga (anche grazie al rigore delle metodologie che saranno adottate e dei processi che saranno innescati) la più autentica e viscerale forma di vita del Museo delle Civiltà.

Quale peso avrà, se lo avrà, il digitale nel futuro del museo?
Fondante, non solo per condividere la conoscenza delle collezioni attraverso la loro ricatalogazione in corso e successiva pubblicazione digitale, ma anche per diffondere il più possibile l’azione pedagogica del museo. Del resto proprio in un museo dedicato all’Antropocene (alla storia della presenza umana su questo pianeta) il digitale e l’intelligenza artificiale e algoritmica non sono solo uno strumento, ma un tema, il fronte aperto di un ulteriore cambio di paradigma della nostra storia millenaria.

Pensando alle collezioni delle arti e tradizioni popolari: che cosa possiamo imparare noi, abitanti del villaggio globale, dal tempo in cui la globalità era il proprio villaggio? E il patrimonio culturale immateriale dei nostri avi, fatto di leggende, miti e riti, che cosa può insegnare a un nativo digitale?
I nativi digitali potrebbero essere in effetti i nuovi interpreti dell’antica oralità. Occorrerebbe però raccontare ai nativi digitali che, se sono come sono, qualcuno prima di loro gli ha permesso, o in altri casi ha impedito, di diventarlo. La fluidità stessa delle identità digitali contemporanee non andrebbe né data per scontata né considerata come la migliore forma di identità possibile, dato che essa è ancora in corso e che la sua potenzialità trasformativa non sta riguardando peraltro tutti allo stesso modo. Anche per questo, nelle future narrazioni del museo le narrazioni degli antenati assumeranno un ruolo critico fondamentale, non per imporre il racconto di un’identità specifica ma per raccontarla nel suo formarsi e riformarsi continuo.

E scoprire che alcune identità sono state libere di esprimersi mentre altre, private delle loro leggende, miti e riti ancestrali, sono state obbligate a conformarsi o sono state del tutto neutralizzate. Provenendo dalla pedagogia museale penso che quando qualcuno esce dal museo con certezze e nozioni, invece che dubbi e curiosità, e quindi la voglia di cambiare le cose e invernarne di nuove, il museo non ha svolto bene il suo compito. Per questo spero che il Museo delle Civiltà racconti anche ai nativi digitali storie che facciano pensare loro quale civiltà stiamo insieme contribuendo a realizzare, se veramente la possiamo chiamare tale. O se altre civiltà sono possibili, e impegnarsi a dar loro vita.

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