Il museo dell’arte islamica a Roma: un’occasione mancata

A sette anni dallo smantellamento del Museo Nazionale d’Arte Orientale «Giuseppe Tucci», le casse contenenti le opere che vi erano conservate si trovano ancora in un deposito del Museo delle Civiltà all’Eur, a cui pare siano destinate

Palazzo Brancaccio a Roma
Marco Galateri di Genola |  | Roma

Nello splendido Palazzo Brancaccio a Roma esisteva fino a pochi anni fa l’affascinante Museo Nazionale d’Arte Orientale intitolato al celebre studioso e archeologo Giuseppe Tucci (1894-1984). Il museo, conosciuto solo da pochi eletti e ignorato dai più, faticava ad attrarre visitatori: una lacuna causata da una combinazione di fattori quali la mancanza di sollecitudine ed empatia dei suoi funzionari, sia verso i visitatori occasionali sia verso gli studiosi e i collezionisti del campo, e l’incertezza di come esporre al meglio quelle opere d’arte percepite come «di nicchia», probabilmente di richiamo inferiore rispetto al fenomenale patrimonio artistico di cui Roma si fa custode.

Il museo ospitava una grande varietà di reperti, in parte derivati da importanti campagne di scavo in Iran, Afghanistan e Pakistan (cui si aggiungono quelli dell’allora Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente, IsMEO, Ndr) e in parte confluiti a Palazzo Brancaccio dopo l’accorpamento di musei più piccoli, che avevano perso la loro egemonia con il tempo. L’occasione era dunque quella di stabilire una volta per tutte un grande museo dell’arte islamica, degno del nome del suo fondatore e che dimostrasse come in Italia, insieme al grande retaggio artistico culturale di Roma, ci fosse un’apertura e un interesse verso altri mondi e tradizioni lontane. Purtroppo però è mancata la lungimiranza di vedere la potenzialità inespressa di questi oggetti e di accrescere la reputazione del museo con le molte collezioni straordinarie che sono confluite in anni recenti a Palazzo Venezia, dove giacciono in attesa di essere catalogati.

A solo titolo di esempio cito due importanti occasioni che si presentarono nel recente passato per arrichire il patrimonio di questo museo, ma che non vennero accolte. Anni fa, le figlie molto anziane di un famoso ambasciatore italiano, che durante le sue lunghe permanenze all’estero aveva creato una notevole collezione di armi balcaniche, contattarono il museo per offrirla in vendita a un valore simbolico. Da questo scambio e dopo una lunga attesa, le figlie ottennero solo la notifica della collezione (!) che ne svalutò il valore.

In tempi più recenti, un’illustre coppia romana appassionata di arte iraniana e islamica (i coniugi Letizia ed Emanuele Pantanella, Ndr), in particolare delle ceramiche medievali di Kashan, tentò di organizzare molteplici incontri con la direzione del museo con il sogno di organizzare una mostra sull’arte della ceramica islamica che loro così ferventemente amavano e cercare un luogo che potesse fungere nel futuro da guardiano del loro patrimonio per le generazioni a venire. Un museo, alla fine, lo trovarono. Peccato che fosse il Louvre a Parigi, il quale, venuto al corrente dell’offerta della coppia, accettò subito e dedicò una grande sala ai due coniugi come ringraziamento per la preziosa donazione.

Il Museo «Giuseppe Tucci» venne chiuso anni fa [nel 2016, Ndr], senza fare molto rumore o pubblicità sull’accaduto, e tutti gli oggetti furono immagazzinati in casse che ora giacciono nel deposito del Museo delle Civiltà all’Eur, a cui pare siano destinate. Molti studiosi e appassionati si sono domandati il perché di questa destinazione (vane le petizioni al Mibact di allora per scongiurare il trasloco), fuori mano rispetto alle principali attrazioni artistiche e culturali che offre Roma e in una struttura le cui finalità non sembrano essere affini alla natura delle collezioni. Il timore è dunque quello di condannare questa collezione all’oblio, invece di cogliere l’occasione per creare a Roma, o in un’altra città italiana, un grande museo di arte islamica, proprio come ne esistono a Parigi, a Londra, a Berlino e a San Pietroburgo.

Tale istituzione avrebbe la funzione di documentare la storia e lo splendore della civiltà musulmana, che certamente per tanti aspetti rivaleggia con quella europea. La cultura islamica ha avuto una presenza importantissima e significativa nello scacchiere mondiale, e il nostro Paese, insieme alla Spagna, è forse il più grande depositario al mondo dei tesori d’arte che testimoniano gli intensi rapporti dell’Italia con il mondo islamico a partire dagli ultimi secoli del primo millennio. Si pensi per esempio agli scambi tra la Serenissima e l’Egitto, ricchi non soltanto di mercantilizie, ma anche di influenze artistiche, come ci raccontano i metalli veneto-saracenici del Cinquecento. Una recente indagine ha indicato che il turismo islamico in Europa è in grande crescita, si parla di alcuni milioni di visitatori all’anno provenienti dal Medio Oriente e dall’Asia.

Purtroppo però, i numeri di questi visitatori in Italia sono assai scarsi anche per la mancanza di un grande museo di arte islamica e di una politica museale che valorizzi ai loro occhi oggetti affini alle loro tradizioni e al grande patrimonio culturale, già presente in modo non coordinato nelle nostre collezioni più importanti, come quelle degli Uffizi e del Bargello a Firenze, del Tesoro di San Marco a Venezia, del Mao Museo d’Arte Orientale di Torino, della Cappella Palatina e di Palazzo Abatellis a Palermo e di molti altri musei. In particolare, Palazzo Abatellis si presterebbe in modo eccellente a diventare un grande polo di attrazione dei tesori dell’arte islamica in Italia avendo oggetti di grandissimo valore e bellezza, molti mai esposti e tenuti in depositi inadeguati, oltre a quelli sparpagliati più o meno a casaccio alla Zisa. E quale luogo più adatto di Palermo e della Sicilia dove le testimonianze ancora visibili del lungo periodo della dominazione araba normanna in Italia dimostrano con civiltà ed eleganza la possibilità di musulmani e cristiani di convivere pacificamente?

© Riproduzione riservata Giuseppe Tucci in una foto d’epoca