IL MUSEO DEL 2021 | Il Depot di Rotterdam

I protagonisti dell'anno scelti dalla redazione | Il Museum Boijmans Van Beuningen progettato da MVRDV per restituire ai visitatori il 90% dell’arte relegata nei depositi

Le rastrelliere del Depot. © Ossip van Duivenbode
Alessandro Melis |  | Rotterdam

Si può cambiare in meglio o in peggio. Ma, in tempi di crisi ambientali globali, non cambiare implica solo il peggio. La realtà che ci circonda, infatti, non è statica e neanche progressiva. È semplicemente fluttuante e dominata dalle «inafferrabili» leggi della termodinamica.

Per quanto non immediata, questa condizione ha molto a che fare con l’arte: in un influente articolo del 2013 sulla nascita della creatività, la paleoantropologa Heather Pringle ha descritto l’arte come la manifestazione di una modalità di pensiero che si attiva con le emergenze ambientali, in alternativa alla modalità standard rappresentata invece dal pensiero lineare o razionale.

Nel pieno di un’emergenza ambientale e sanitaria come quella che stiamo attraversando (e che ci ha colto completamente impreparati) sarebbe quindi naturale chiedersi se non ci sia qualcosa di contraddittorio, e perfino perverso, nell’idea di voler imbrigliare la massima espressione della creatività umana in uno spazio ordinato e razionale.

Eppure tra i luoghi più amati dai curatori tradizionali c’è ancora il cosiddetto «white box», inteso come la rappresentazione dello spazio più neutrale possibile a supporto di una lettura organizzata in modo omogeneo, con targhette e caratteri tutti uguali. Più semplicemente ha ancora senso, oggi, guidare i visitatori in un museo o in un’esposizione di opere d’arte, attraverso un percorso ordinato secondo una logica razionale, come per esempio quella cronologica? Perché mai dovremmo imbrigliare la nostra capacità di associare pensieri in modo originale, anche eversivo, se, come dice Pringle, proprio la prerogativa delle associazioni imprevedibili e inaspettate ci può aiutare a superare le crisi?

Quelli del Depot Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, sembrano avere le idee chiare in proposito. E la loro scelta radicale farà storia. Dal 6 novembre 151mila opere del museo olandese conservate nel Depot sono accessibili ai visitatori. Chiamarlo deposito sarebbe riduttivo, o meglio, confermerebbe la necessità di modificare anche il linguaggio della curatela più convenzionale che ha ormai mostrato tutti i segni della propria debolezza nei musei tradizionali, che non visita più nessuno.

Il caso vuole (o forse in questo caso sarebbe più giusto richiamare la serendipità creativa) che proprio Rotterdam sia la città dei funambolici MVRDV, abituati, fin dai tempi dell’Expo di Hannover, a rompere gli schemi dell’architettura convenzionale e inventare nuove tipologie architettoniche, che, in questo caso, comprendono anche la possibilità di accedere a spazi per la conservazione e a un bosco di betulle e abeti a 34 metri di altezza.

Il merito del team di architetti guidati da Winy Maas è andato oltre la questione architettonica. La necessità di maggiore partecipazione negli usi pubblici degli edifici è diventata quindi un’opportunità per esplorare la complessità delle ambizioni del situazionismo alla Guy Deborde, e della crtitica al puritanesimo dell’ordine, come direbbe Richard Sennett.

E perfino per discutere se l’idea stessa della curatela tradizionale non rifletta un principio autoritario: come ha affermato Bernard Rudofsky in una fondamentale mostra di architettura nel 1964 al MoMA di New York, troppo spesso confondiamo il tutto delle cose con una selezione operata da una parte culturale, limitata. E questo vale evidentemente anche per l’arte dei musei che per oltre il 90% viene sottratta alla vista dei visitatori e relegata nei depositi. Davvero esiste qualcuno in grado di decidere quali opere debbano essere di ispirazione e quali no?

I PREMIATI DEL 2021

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