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Musei

Il Musec modello per i «piccoli musei»?

Il direttore Francesco Paolo Campione racconta come ha riaperto il museo di Lugano

Francesco Paolo Campione

La situazione post Coronavirus in Svizzera è molto diversa rispetto all’Italia, nonostante la contiguità territoriale. Lugano è pochi chilometri al di là del confine. Il Museo delle Culture (Musec), trasferito nel 2017 nelle sede di Villa Malpensata, ha riaperto lunedì 11 maggio con alcune nuove proposte, tra cui la mostra «Fiori sul ciglio della strada. Tappetti e tessuti del Marocco. La Collezione Korolnik» (fino all’11 ottobre), a cura di Paolo Maiullari e Annette Korolnik. Ne parliamo con il direttore del museo Francesco Paolo Campione.

Oggi il MUSEC riapre al pubblico e lo fa inaugurando una nuova esposizione temporanea, allestita durante i giorni più bui della tempesta virale. Un segnale molto forte.
In realtà, tutta la nostra storia recente è costellata di segnali forti. Ciò che siamo oggi è il risultato di una politica culturale e gestionale all’insegna del rinnovamento della tradizionale organizzazione del museo. Non potevamo certo mancare questa occasione.

Suppongo che non sia stato facile.
Abbiamo dovuto operare su due piani diversi. Il laboratorio di allestimenti non ha mai smesso di lavorare e, seppur con tutte le precauzioni del caso, ha mantenuto la consegna dei primi di maggio. Il dipartimento di accoglienza è riuscito a mettere tutto il museo in condizioni di riaprire in sicurezza nel giro di una settimana. Soltanto il 29 aprile abbiamo infatti saputo che avremmo potuto riaprire l’11 maggio. Il 30 aprile l’Associazione dei Musei Svizzeri ha diramato le direttive per la protezione. Il 4 maggio abbiamo concluso e verificato il calcolo ingegneristico per quantificare il numero massimo di persone che possiamo accogliere in ciascuna sala. Dal 5 all’8 maggio abbiamo concepito, realizzato e collocato in ogni sala tutti i cartelli di avviso, le strisce e i segnalini di percorso e abbiamo dotato l’intero edificio delle attrezzature sanitarie necessarie. Nel fine settimana, infine, abbiamo riallestito la casa, il bookshop e la boutique, in modo da eliminare ogni pericolo di contagio.

Di quanto è diminuita la capacità di accoglienza del Museo?
In condizioni normali le quattro aree espositive di Villa Malpensata sono in grado di accogliere 150mila persone l’anno. Il piano di protezione non consente di averne più di 31mila, ammesso che si riesca a distribuire uniformemente le visite nel corso della settimana e, purtroppo, sarà praticamente impossibile proseguire le attività rivolte ai gruppi.

Quali sono le principali ripercussioni di questa situazione?
La prima trasformazione riguarda le politiche di accoglienza e di marketing. In futuro, per i musei di media grandezza, sarà senz’altro meglio indirizzarsi verso un pubblico in grado di seguire con continuità le proposte del museo e di parteciparne attivamente lo sviluppo. Penso a qualcosa di simile all’abbonamento a una stagione teatrale, in modo da permettere un adeguato sistema di prenotazioni e occasioni privilegiate di fruizione non soltanto delle esposizioni temporanee ma del complesso dei servizi che eroghiamo: dalla formazione, alle pubblicazioni, agli eventi. La seconda trasformazione riguarderà le attività educative, di cui bisognerà valutare attentamente le possibilità e la sostenibilità economica.

Potrebbero scomparire dall’offerta museale?
Occorrerà attendere l’evoluzione della situazione. In ogni caso, è saggio sin d’ora esplorare nuovi modelli.

Le trasformazioni incideranno allo stesso modo per tutti i musei?
A mio avviso avremo tre generi di situazioni: i grandi musei potranno in parte sopperire al drastico calo dei visitatori con politiche volte all’accrescimento delle risorse pubblicitarie attraverso le piattaforme digitali; i musei di media grandezza, intendo quelli compresi nella fascia di budget fra i 2 e 5 milioni di euro, dovranno giocoforza diversificare la natura dei ricavi dedicandosi soprattutto ad attività di servizio che trasformino in valore le competenze del personale; per i piccoli musei, invece, è prevedibile un fase di ridimensionamento e di concentrazione in organizzazioni più ampie.

Un terremoto.
Forse non proprio un terremoto ma senz’altro un forte scossone che, volendo guardare le cose non dal lato dei problemi ma da quello delle opportunità, potrebbe indirizzare tutto il sistema verso una maggiore sostenibilità.

Alessandro Martini, edizione online, 15 maggio 2020



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