Il mondo è un’immensa macchina da scrivere

In una mostra a Ivrea il rapporto di Jean Michel Folon con la Olivetti, connubio simbiotico di un’impresa, di un manager scrittore e di un artista. Ne scrive Stefano Salis

Il manifesto «Lettera 32 - Olivetti per tutti», del 1968-69, nella versione color bordeaux Il Manifesto 1966-67 di Folon per Olivetti
Stefano Salis |  | Ivrea

Folon e Olivetti; Olivetti e Folon. Un connubio inscindibile, un rapporto simbiotico che, nei decenni ’60-70 del secolo scorso non solo è diventato di comune percezione ma, di più, ha espresso un’estetica che è entrata di prepotenza nell’immaginario collettivo italiano. Ha identificato una sorta di «comunanza» di ideali che aveva la capacità di riportare un mondo che era fatto (e percepito) come di meccanica e assoluta precisione, nel territorio della poesia, della fantasia, dell’immaginazione.

Occorre fare un passo indietro per capire come sia accaduto. L’intuizione si deve a Giorgio Soavi, che della Olivetti fu anima creativa e creatrice, stimolo imperterrito di sensazioni da generare, con l'aiuto di scrittori, intellettuali e artisti, assicurando una continuità con le idee e le proposte, al limite dell’utopistico di Adriano: un continuo attraversare le vene profonde della società intellettuale. proponendo un’osmosi viva con il mondo dell’industria.

Intendiamoci: Olivetti, intesa come uomo e come azienda, aveva capito subito che cosa doveva caratterizzare, dal punto di vista della tensione comunitaria, il proprio portato: una sorta di liberazione, sì, anche di «immaginazione al potere», che doveva tenere conto certamente di tutte le esigenze commerciali e tecnologiche dell’industria ma non doveva perdere di vista l’umano. Da questo osservatorio, l’intuizione di Soavi, si diceva, di affidare a un giovane artista belga (1934-2005), praticamente all’epoca sconosciuto, le chiavi di una proposta artistica per una azienda così importante, e presente nel mondo, fu decisiva.

Ricorda Folon l’approccio del committente. «“Fai qualche cosa con una macchina per scrivere”, “Non so disegnare una macchina per scrivere”, risposi. “Puoi inventarla, se preferisci”. Ho incominciato il mio disegno. Su ogni tasto di un’immensa macchina per scrivere, qualcuno batteva a macchina. Come se il mondo non fosse stato che una macchina per scrivere. Come se delle persone non avessero altro da fare che battere su una macchina per scrivere. Giorgio ha detto che “era semplicemente geniale”».

Sta qui, in questo scambio, e in questa apertura alle porte dell’immaginario, la chiave per comprendere (e gustare, anche in retrospettiva) le produzioni di Jean Michel Folon per Olivetti. Che si declinano in grafiche, poster, in libri illustrati, in mostre e installazioni, alcune entrate decisamente nella storia. È che Folon, che sarebbe riduttivo ricordare «solo» come l’ultimo grande cartellonista del Novecento (e segnatamente di una tradizione, quella francese, che annoverava campioni come Cassandre e Savignac), non poteva, nemmeno volendo, non riuscire poetico. Quelle sue campiture sottili, le figure di profilo tracciate con linee eteree, i colori evanescenti nei toni del pastello, immediatamente fanno afferire e trasportano a un mondo che è, o quantomeno sfiora, il territorio del sogno. Impresa e sogni: un’accoppiata che Olivetti ha impresso per sempre nella storia delle aziende italiane.

Ecco perciò che la mostra che Ivrea dedica al rapporto tra Folon e Olivetti («Olivetti e l’arte: Jean Michel Folon», fino al 27 marzo al Museo Civico P. A. Garda, con catalogo Allemandi) e ne ripercorre (nel tentativo di valorizzare un patrimonio archivistico, oggi di proprietà di Tim, che è un patrimonio degli occhi e dei gesti di tutti gli italiani, e non solo) quasi trent’anni di collaborazione non è solo una passeggiata nella quale l’artista belga ci accompagna tra esplosioni di colore, omini volanti e metropolitani, aeroplanini, frecce colorate, pannelli in bassorilievo, autoritratto dell’artista con il cappello (che fa da sfondo a piccoli uccellini) ma davvero ripropone una tensione irrimediabilmente innocente e allo stesso tempo drammatica, nella quale Folon disegnava (e, almeno all’inizio, in consonanza di un maestro come Saul Steinberg) il destino dell’uomo a lui contemporaneo e l’azienda che operava su scala planetaria, nel pieno della rivoluzione elettronica e dei sistemi di trattamento dell’informazione.

In un’intervista del ’77, Folon parlava di arte grafica e pubblicità: «Quando si prende il metrò, le immagini sui muri che colpiscono i nostri occhi non rispettano il nostro sguardo. La pubblicità usa colori duri, volgari. Ho una gran voglia di dare più fiducia agli occhi […]». L’immagine «gioca con colui che la guarda. Io invento un’immagine. Gli altri la comprendono. Ci si divide il lavoro».

È all’insegna dello stupore, della tenerezza, della speranza, che erano i valori su quali, c’è da scommettere, Soavi aveva puntato fin dall’inizio, che bisogna (ri)vedere queste sue opere. Sono, quelle di Folon, un omaggio profondo alla nostra interiorità, e una forma di resistenza tenace e poetica. Laddove si entra nel mondo della tecnologia, dei dati, e, oggi dell’immaterialità e impalpabilità del dominio del web, Folon aveva già visto tutto e bene in anticipo. Ciò che conta è l’uomo, il tepore di un tramonto, il volo libero di un uccello nell’azzurro, una foglia che cade e una che, stagione dopo stagione, fa capolino con discrezione e forza dal ramo. Un ciclo della vita che non perde contatto con la sua essenzialità.

© Riproduzione riservata «Montagna di numeri», 1968, di Jean Michel Folon
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