Il mito del Bel Paese alle radici del «brand Italia»

Tra fine Seicento e metà Ottocento il Grand Tour, il viaggio di formazione dei ricchi europei nella nostra penisola, generò nuova arte e nuovo benessere. Ora è al centro di una mostra alle Gallerie d'Italia

«Veduta della Sala degli animali ai Musei vaticani» (1786-1792) di Jacques-Henri Sablet © Governatorato SCV- Direzione dei Musei «Capriccio con il Pantheon davanti al Porto di Ripetta» (1761) di Robert Hubert © 2021. Liechtenstein, The Princely Collections, Vaduz-Vienna/Scala, Firenze
Ada Masoero |  | Milano

Monumenti millenari e paesaggi di struggente bellezza, pittura e scultura senza eguali, dal Rinascimento in poi, clima mite, cibo e vino inebrianti: il «brand Italia», tuttora vincente nel mondo, ha preso forma tra la fine del ’600 e la prima metà dell’800 grazie al Grand Tour, il viaggio di formazione lungo la penisola compiuto dagli artisti e dai giovani delle classi dirigenti europee, in cerca delle radici della nostra cultura, non meno che di quella dolcezza del vivere per cui l’Italia divenne ben presto famosa.

Status symbol ineludibile per chi contava davvero, il Grand Tour non solo creò il mito del Bel Paese ma generò a sua volta una nuova arte, e un nuovo benessere per gli artisti e gli artefici che seppero intercettare il gusto dei ricchi visitatori. Come spiega a «Il Giornale dell’Arte» Fernando Mazzocca, che con Stefano Grandesso e Francesco Leone ha curato per le Gallerie d’Italia-Piazza Scala la grande mostra «Grand Tour. Sogno d’Italia da Venezia a Pompei», «l’Italia diventò allora il maggiore mercato dell’arte antica ma anche una grande, diffusa manifattura di oggetti preziosi, un vero emporio della bellezza. Nacque un’industria artistica di altissimo livello, con la fioritura di tecniche diverse, come le porcellane, di Capodimonte a Napoli e di Doccia a Firenze, gli argenti e i bronzi dei Valadier e gli arredi visionari di Piranesi a Roma, e con i paesaggi e le vedute di pittori come van Wittel, Canaletto, Guardi, Panini, Joli, e degli artisti stranieri che mai come allora la affollarono. Senza contare i richiestissimi ritratti dei viaggiatori ambientati tra le antichità classiche, opera del grande Batoni e del rivale Mengs, di Tischbein, Sablet, Zoffany, Fabre, Gérard, Ingres e delle pittrici Elisabeth Vigée Lebrun e Angelica Kauffmann. E il ricco mercato dei bronzetti di tanti raffinati artefici che riproducevano le più famose sculture classiche».

Dal 19 novembre al 27 marzo le opere di questi artisti, giunte dai maggiori musei del mondo, dalla Royal Collection di Windsor, dalle gelose raccolte di Holkham Hall nel Norfolk e dalla Reggia di Pavlovsk a San Pietroburgo, residenza del futuro zar Paolo I, che alla fine del ‘700 viaggiò in incognito in Italia con la moglie (i «Conti del Nord»), saranno esposte a Milano nella prima mostra mai realizzata in Italia su questo fenomeno che pure fu tutto italiano (catalogo Gallerie d’Italia|Skira). E racconteranno il mutare della percezione che dal 1807, «con il romanzo di Madame de Staël “Corinne ou l’Italie”, continua Mazzocca, porterà l’Italia a diventare, da luogo della conoscenza, anche il luogo del sentimento».

Intorno alla grande hall centrale, in cui trovano posto sculture classiche come il magnifico bronzo dell’«Hermes in riposo», dalla Villa dei Papiri di Ercolano, e l’«Artemide Efesia» Farnese, restaurata da Valadier, si dipanano le tappe di un viaggio favoloso che toccava Roma, Napoli, Ercolano e Pompei, Paestum, la Sicilia «greca» e, naturalmente, Venezia, Vicenza (Palladio!), Firenze e presto anche Milano, con il Cenacolo, in uno spettacolare omaggio all’Italia d’allora.

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