Il mestiere dell’archeologo: un’introduzione cinematografica

Con Giuseppe M. Della Fina ripercorriamo traguardi e insuccessi di alcuni archeologi che dalla metà dell’Ottocento ad oggi hanno lasciato un diario, un’autobiografia o semplici appunti di ricordi, contribuendo allo sviluppo dell’archeologia come scienza storica

L’attore Josh O’Connor protagonista del film «La Chimera» Una scena del film «Indiana Jones e il Quadrante del Destino», con Harrison Ford e Phoebe Waller-Bridge
Giuseppe M. Della Fina |

Negli ultimi mesi ben due pellicole cinematografiche hanno come protagonista un archeologo: «Indiana Jones e il Quadrante del Destino» («Indiana Jones and the Dial of Destiny»), diretto da James Mangold, il quinto della fortunata serie con Harrison Ford, e «La Chimera» di Alice Rohrwacher. A questi si potrebbe aggiungere il film «La nave sepolta» («The Dig») con la regia di Simon Stone, uscito nelle sale soltanto nel 2021.

Nelle tre opere la figura dell’archeologo è raccontata in maniera differente: nel film meno recente è uno scavatore professionista che opera ai margini del mondo universitario e dell’archeologia più paludata, con difficoltà finanziarie affrontate con grande dignità, mentre nel film della regista italiana è un giovane uomo (l’attore Josh O’Connor) alla deriva, in contatto con tombaroli balordi e con altri, inseriti a pieno nel mercato clandestino di antichità, con i quali si scontrerà, ma, soprattutto, alla ricerca di una sua perduta Euridice. Indiana Jones è invece l’archeologo di successo, anche se in questo film è ormai anziano (in fondo il primo della serie, «I predatori dell’arca perduta» diretto da Steven Spielberg, risale a più di quaranta anni fa, al 1981), con una sua fragilità, qualche incertezza e pronto a passare il testimone.

Le tre pellicole, nelle loro differenze significative, suggeriscono un interesse per il mestiere dell’archeologo nell’ambito della cultura del nostro tempo. C’è da chiedersi i motivi e non è facile individuarli. Alice Rohrwacher, nei titoli di coda, dedica la sua opera «agli archeologi custodi di ogni fine perché è proprio la ricerca archeologica che ci fa capire che nulla è per sempre, le civiltà finiscono e dobbiamo sempre tenerlo a mente». È vero, l’archeologia è una disciplina che racconta il divenire della storia e le sue trasformazioni profonde in grado di cancellare equilibri che sembravano immutabili.

Gli archeologi, contemporaneamente, sono anche custodi di una rinascita, almeno ho sempre inteso così il mio mestiere: diamo una seconda possibilità di vita agli oggetti. Dalle mani di chi li ha utilizzati in un passato più o meno lontano (esiste anche un’archeologia della contemporaneità), li trasferiamo agli occhi, al tatto e al desiderio di comprendere di uomini e donne di un altro tempo. Gli oggetti, i reperti nel linguaggio archeologico, hanno una loro forza autonoma: lo suggeriscono bene alcuni versi della poetessa Wisława Szymborska nella poesia «Museo», inserita nella raccolta Sale: «La corona è durata più della testa / la mano ha perso contro il guanto / la scarpa destra ha sconfitto il piede». Un bravo archeologo deve tentare di ricostruire il tempo e, nel limite del possibile, la figura dell’uomo o della donna, che hanno tenuto quella corona in testa, infilato quel guanto, o calzato quella scarpa. Può essere interessante, pertanto, avvicinarsi ad alcuni archeologi che abbiano dato un contributo allo sviluppo della disciplina come scienza storica.

Nella selezione necessaria, da Gian Francesco Gamurrini a Mario Torelli, ho scelto di raccontare, a cadenza settimanale, preferibilmente archeologi che abbiano scritto un diario, un’autobiografia, o lasciato semplici appunti di ricordi: un modo per tentare di conoscerli meglio nei loro successi e nei traguardi non raggiunti. Solo un atleta professionista deve imparare a gestire vittorie e sconfitte più di un ricercatore.

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