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La vista lunga del tiratore scelto

Il mercato ha la febbre?

A caccia per aste e gallerie con il connaisseur Simone Facchinetti

«Busto di Cristo», schedato in catalogo come «circle of Leonardo da Vinci»

C’è un sistema per misurare la temperatura del mercato? Capire se ha preso una grave febbre malarica o solo una passeggera febbre da fieno? Beh, un modo ci sarebbe: verificare il comportamento dei collezionisti, in fondo il principale e più sensibile termometro della situazione. Se continuano a investire sui classici, su valori consolidati, su opere sane e sicure, allora la tendenza è sostanzialmente stabile e positiva. Se si incapricciano di cose balorde, strane o anomale, significa che la situazione sta per precipitare: perché il mercato comincerà a produrre, artificialmente, quello che la tendenza in atto sta invocando. Allora inizieranno ad apparire mostruosi cloni di prototipi che hanno avuto successo, quadri che somigliano alla lontana ai loro modelli; opere che stanno all’archetipo come le sorellastre a Cenerentola. Non c’è scampo alle leggi del mercato, ma neanche a quelle della natura.

Vorrei fare un esempio preciso, un quadro transitato lo scorso 5 dicembre da Sotheby’s a Londra. È il «Busto di Cristo», schedato in catalogo come «Circle of Leonardo da Vinci». Facciamo attenzione: il dipinto non è stato riferito a un «seguace di Leonardo», perché sarebbe stato come dichiarare che non è di Leonardo ma di un’altra e specifica entità umana. «Cerchia di Leonardo» è una definizione abbastanza indistinta, sufficiente a far credere che l’opera sia stata anche solo sfiorata dal genio divino (con la mano? con gli occhi? chissà). I dati parlano chiaro: la tavoletta (29,3x21,8 cm), stimata 281-394mila euro, è costata al suo nuovo proprietario poco meno di un milione (983.252). È molto evidente il gioco della casa d’aste inglese che, retrospettivamente, somiglia a una piccola, e gobba, rivincita contro i concorrenti della Christie’s.

Come ricorderete, l’anno scorso è stato venduto (appunto da Christie’s) il «Salvator Mundi» di Leonardo da Vinci alla somma di 450 milioni di dollari, un episodio ormai entrato negli annali e la cui lunga coda emotiva è ancora tra noi. Questo fatto ha ingenerato la caccia ai cloni del modello leonardesco, scovati in ogni anfratto del pianeta. Per ora ne sono saltati fuori solo due, quello menzionato e un secondo esemplare, spaventoso e ridicolo (ha un’aria vagamente hippie), passato a Monaco, da Hampel, lo scorso 6 dicembre. Sostiamo un attimo davanti al quadro londinese: dal vero era deludente.

Rispetto al Leonardo di Dubai, e tornando al confronto con Cenerentola, sembrava di stare di fronte alla sorellastra meno graziosa, fotografata quando era bambina, già però con le stigmate della futura, e sfortunata, crescita. Quindi «cerchia di Leonardo». Esclusi i suoi più dotati collaboratori, come Giovan Antonio Boltraffio e Marco d’Oggiono, non restava molto in mano ai compilatori della scheda che, difatti, si sono ben guardati dal fare un nome preciso. Facendolo avrebbero drasticamente abbassato la febbre del collezionista: sarebbe stato come sbattergli in testa la classica borsa del ghiaccio. Meglio lasciarlo in stato febbricitante.

Che cosa si può desiderare di più se non sapere che l’opera è in corso di pubblicazione come «Milanese pupil of Leonardo, circa 1511-13», come informava il catalogo? Pupillo è una parola che suona magnificamente. Anche se non sappiamo esattamente chi sia è pur sempre un’emanazione diretta di Leonardo, il suo favorito. Quello descritto è il chiaro sintomo di un mercato malato. Che cosa succederà quando sarà passata la febbre del «Salvator Mundi»? Quando tra una decina d’anni il «Busto di Cristo» sarà stato riferito a Giovanni Agostino da Lodi? Quando sarà rimesso in asta per il suo reale valore, con due zeri in meno rispetto al milione? Certo potremo sempre ricorrere a delle supposte antipiretiche, ma non sarà troppo tardi?

Simone Facchinetti, da Il Giornale dell'Arte numero 393, gennaio 2019


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