Il mercato degli Nft si è già inceppato

Dopo una breve e folle cavalcata rialzista, si sta assistendo al crollo per volume d’affari e utenti: in un anno il fatturato è passato da 1,9 miliardi di dollari a 205 milioni e le unità di Nft vendute al giorno da 225mila a 19mila

L’Nft «Quantum Leap (Primordial Star 3)» (particolare) di Jennifer & Kevin McCoy stimato 90-110mila sterline e rimasto invenduto da Phillips nell’asta «Ex-Machina: The History of Generative Art» del 20 luglio. © Phillips
Alberto Fiz |

Gli amanti del vintage forse ricorderanno una celebre pubblicità ideata da Armando Testa alla fine degli anni Sessanta dove nel deserto appaiono i miraggi che ingannano il protagonista più credulone sino a quando non compare una biondissima femme fatale con in dote la Peroni. Sebbene un simile messaggio oggi verrebbe accusato di misoginia dai soliti benpensanti suscitando un’infinità di polemiche, è assai esplicativo per descrivere il mercato degli Nft che, dopo una breve quanto folle cavalcata rialzista, è già sulla china discendente.

Sembra un miraggio quanto è accaduto l’11 marzo 2021 quando Mike Winkelmann in arte Beeple, un web designer sino a quel momento sconosciuto ai più, ha scatenato la criptomania con la strepitosa aggiudicazione di «Everydays: the First 5000 Days», collage digitale in formato jpg, che dopo 180 rilanci è stato venduto da Christie’s per 69,3 milioni di dollari a Vignesh Sundaresan, fondatore di Mepurse: «Sono proprietario di un’opera che ha fatto la storia, destinata a valere presto un miliardo», aveva proclamato euforico il tycoon indiano.

Forse, più che un miliardo, se venisse rimesso in asta oggi, varrebbe un milione o, chissà, i 100 dollari da cui è partito. Ne sa qualcosa l’imprenditore malese Sina Estavi, amministratore delegato di Bridge Oracle, la discussa società che si occupa di tecnologie connesse con la blockchain, che sempre nel marzo 2021 sulla piattaforma Valuables ha acquistato per 2,9 milioni di dollari il primo tweet di Jack Dorsey, il ceo di Twitter.

Estavi, dopo aver completato l’impresa, ha cinguettato trionfante: «Questo non è solo un tweet. Tra qualche anno la gente comprenderà che ha lo stesso valore della Gioconda». Tanto vale allora tentare il tutto per tutto: così un anno dopo lo stesso tweet è tornato in asta sulla piattaforma OpenSea con una richiesta di 50 milioni di dollari. Peccato che per ora nessuno sia andato oltre un’offerta di 29 dollari! Avete letto bene; non è un errore di battitura. Il mondo folle degli Nft è simile al casinò dove in pochi istanti si può passare dalla ricchezza più sfrenata alla povertà assoluta.

Ben pochi tuttavia avevano previsto che il settore dei Non Fungible Token sarebbe precipitato in maniera così repentina. A lanciare l’allarme è stato a maggio il «Wall Street Journal» che ha evidenziato come il mercato abbia subito un crollo per utenti e volume d’affari. Basti pensare che se nel settembre 2021 le vendite degli Nft in un solo giorno raggiungevano le 225mila unità, ad aprile di quest’anno erano scese a 19mila con soli 14mila portafogli digitali rispetto a 119 mila.

Anche in termini di fatturato i dati sono impietosi e gli 1,9 miliardi di dollari totalizzati nel 2021 sono diventati a distanza di dodici mesi 205 milioni.
Christie’s, casa d’asta leader del settore, in nove mesi si è dovuta accontentare d’incassare dagli Nft 4,6 milioni di dollari rispetto ai 150 milioni dell’anno record. Quanto a Sotheby’s, il 10 giugno 2021 il primo incanto dedicato agli Nft ha incassato 5,3 milioni di dollari, mentre quello dello scorso 25 aprile, «Natively Digital 1.3: Generative Art», si è fermato a 2,2 milioni. Pessime notizie anche da Phillips: il 20 luglio durante la vendita «Ex-Machina: The History of Generative Art» appena 14 lotti su 44 hanno cambiato proprietario lasciando a terra quasi tutte le opere più costose come «Ringers#29» di Dmitri Cherniak valutata 1,1-1,3 milioni di sterline e nella quale l’artista canadese crea una delle sue infinite e noiosissime combinazioni geometriche giocando con poco sforzo sulla casualità.

Di fronte a un meccanismo inceppato, cresciuto senza discernimento, anche le piattaforme sono in crisi e fioccano i licenziamenti: a metà luglio David Finzer, l’amministratore delegato di OpenSea, ha annunciato un taglio del personale pari a 20% lasciando a casa 150 persone. Le ragioni sono dovuta a «una combinazione senza precedenti di mercato al ribasso e ampia instabilità macroeconomica». Ma tra le società di criptovalute in difficoltà ci sono Coinbase, che potrebbe finire in bancarotta, BlockFi e Crypto.com. Qualcuna come TerraUSD è già fallita creando non pochi problemi ai portafogli degli investitori.

C’è un’enorme confusione in un settore in cui si è scambiata la disintermediazione con la mancanza di regole e gli Nft sono diventati la foglia di fico per giustificare qualunque operazione. Del resto, l’arte è solo una delle possibili applicazioni in un ambito in cui la prospettiva dell’unicità e dell’autenticità (ma la quantità di multipli non è mai stata così alta) è stata sfruttata da ogni settore (moda, sport, letteratura, fumetti, memorabilia e giochi).

Senza tenere conto che tutto ciò è strettamente legato all’andamento delle criptovalute (dai massimi del novembre 2021 il Bitcoin è sceso del 59% e l’Ethereum del 63%) così da creare un cortocircuito insanabile dominato da pericolose quanto spavalde speculazioni. Le tre lettere magiche rendono tutto possibile e il mercato dell’arte ha creduto di trovare la propria arma di distrazione di massa sviluppando contenuti di facile presa sul pubblico dove il riferimento sono i videogiochi e la pubblicità.

In tal modo, sono esplosi i Cryptopunks con i pupazzetti di Larva Labs venduti a cifre milionarie (lo stop però è arrivato anche per loro il 24 febbraio quando da Sotheby’s è stata ritirata poco prima dell’asta la collezione di 104 Cryptopunks proposti a 20-30 milioni di dollari), a cui si sono aggiunti altri sottoprodotti creati appositamente per il mercato come i «Bored Apes» nati nell’aprile 2021 grazie all’intuizione della società Yuga Labs che con gli algoritmi ha generato ben 10mila Nft, tutti naturalmente pezzi unici.

Anche per le scimmie annoiate («bored apes» appunto) la partenza è stata col botto, con un record di 2,9 milioni di dollari ottenuto il 26 ottobre 2021 da Sotheby’s per un esemplare antropomorfo con il cappellino a elica e il fischietto in bocca. Ora la numerosissima serie delle «Bored Apes» è disponibile su OpenSea a cifre (sempre assurde) che spaziano tra 130 e 230mila dollari, ovvero meno di un decimo rispetto al primato.

Nemmeno il marketing più sfrenato è riuscito a rilanciare gli Nft e la coppia formata da Madonna e Beeple, sulla carta invincibile, ha clamorosamente fallito. Il lancio a maggio su OpenSea delle tre GIF con la Madre della Creazione che partorisce alberi, farfalle e millepiedi dove si mette insieme un cocktail super kitsch con sesso, sostenibilità e principi umanitari, ha raggiunto un risultato complessivo di 627mila dollari, di gran lunga inferiore alle attese pari a almeno 3 milioni di dollari. I multipli di queste opere poi si possono acquistare al di sotto dei 60 dollari.

Ciò significa che anche il mondo dello spettacolo si sta allontanando dagli Nft che in fase calante appaiono assai meno attrattivi. Non c’è dubbio che il 2023 sarà l’anno della verità per un settore che si è bruciato troppo in fretta e dove in molti si sono illusi di diventare ricchi (alcuni ce l’hanno fatta davvero) giocando alla playstation sulle piattaforme acquistando jpg inutili pronti a essere rivenduti il giorno dopo raddoppiando la posta.

Nei prossimi mesi l’intero sistema andrà completamente rivisto tenendo conto che i Non Fungible Token andranno a influire sull’intero sistema diventando per esempio preziosi per autentiche o archivi. Si tratta certamente di uno strumento importante ma che non necessariamente coincide con l’arte, né tantomeno con la sua diffusione. A ribellarsi di fronte alla massificazione del prodotto dovrebbero essere, per primi, gli artisti digitali. Quelli veri.

© Riproduzione riservata «Ringers #29» di Dmitri Cherniak, stimato 1,1-1,3 milioni di sterline e rimasto invenduto da Phillips. © Phillips
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