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Opinioni

Il meglio e il peggio del 2020 | Le pagelle degli esperti

Trentasettesimo anno dell'inchiesta del Giornale dell'Arte

Il meglio e il peggio del 2020

Per la 37ma volta «Il Giornale dell'Arte» ha chiesto agli addetti ai lavori il bilancio di un anno. Nonostante gli slogan non è «andato tutto bene». Neanche il mondo dell'arte sarà più lo stesso. E chissà se la bellezza negata dal lockdown ci renderà più consapevoli della sua necessità.

L'inchiesta integrale è pubblicata nel numero in edicola del Giornale dell'Arte.


Un consuntivo per assenze, e non poteva essere altrimenti nell’anno che ha reso l’espressione «in presenza» così rara e desiderata. L’assenza delle mostre e delle fiere, la chiusura dei musei, ma anche la scomparsa di tanti protagonisti del mondo dell’arte: Germano Celant, Enzo Mari, Lea Vergine, Philippe Daverio, Enrico Crispolti, Marc Fumaroli, Giulia Maria Crespi, Pinin Brambilla, Sandra Pinto, Fiorenzo Alfieri, Vittorio Gregotti, Christo, Franco Maria Ricci.

Anche Maradona era un artista, fanno implicitamente notare in queste pagine Stefania Poddighe e Ginevra Pucci, direttrici della fiera Flashback. Chissà se il calcio è arte; di sicuro alcuni stadi sono opere d’interesse storico e architettonico, come il Flaminio di Roma o l’Artemio Franchi di Firenze, il primo in attesa di restauro, il secondo a rischio demolizione, e su entrambi dei quali c’è la mano di Pierluigi Nervi; oppure imprese popolari e populistiche, come quello della Roma a Tor di Valle approvato dalla giunta Raggi e al centro di polemiche per l’impatto in termini di mobilità e ambiente.

L’apparizione del calcio nell’inchiesta che il nostro giornale dedica al meglio e al peggio dell’anno passato è forse un sintomo della sindrome da privazione (in questo caso di un fenomeno trasversale in termini di coinvolgimento sociale) che abbiamo contratto in quasi un anno di lockdown e zone rosse, arancioni e gialle. Non sono mancate le contraddizioni: grande assente, se andiamo a vedere da vicino, è la Street art, che per definizione non avrebbe bisogno di gallerie e musei per esprimersi, e che invece nel periodo in cui le une e gli altri ci sono stati proibiti ha mostrato tutti i suoi limiti, legati a uno stile sin troppo scolastico (nel senso accademico del termine) e al didascalismo contenutista a ogni costo.

Di Banksy, in queste pagine, si parla più per il suo posizionamento nell’establishment artistico che per qualche impresa memorabile; e (ha ragione Alessandra di Castro, presidente dell’Associazione Antiquari d’Italia) al di fuori di queste pagine si è parlato sin troppo della caccia a Geco, er writer de noantri. In termini di desiderabilità estetica Canova e Thorvaldsen si sono rivelati insuperabili; e ci si è sentiti, in fondo, ben più trasgressivi di un writer visitando di notte le Scuderie del Quirinale, dov’era di scena le mostra del quinto centenario della morte di Raffaello.

Morì giovane e di peste (malattia tristemente di moda) anche Francesco del Cossa, coautore con Ercole de’ Roberti, del Polittico Griffoni: in tempi di forzate separazioni e di distanziamento, nonché di viaggi proibiti, è molto applaudita la, sia pur temporanea, riunione delle 16 tavole che compongono l’opera a Palazzo Fava a Bologna. Un viaggio, secondo Claudio Strinati e Antonio Pinelli ben più necessario di quello voluto da Vittorio Sgarbi per il «Seppellimento di santa Lucia» da Siracusa a Rovereto per la sua mostra «Caravaggio contemporaneo», allestita al Mart di cui lo stesso Sgarbi è presidente; opera, questa, entrata anche nelle caselle riservate ai restauri, trattandosi di un soggetto fragile e a rischio (per utilizzare espressioni note) perché sottoposto a cure più dannose che utili.

Cure che invece avrebbero assicurato, secondo lo stesso Pinelli, una buona salute a Leone X e ai suoi cardinali, che tuttavia non si sono mossi dagli Uffizi dopo il niet del Comitato scientifico del museo per raggiungere altri ritratti di Raffaello nella citata mostra del centenario. Oppure terapie troppo cruente: vedi le critiche a quelle somministrate ai marmi Torlonia finalmente (e parzialmente) tornati alla luce, o alla fontana del Nettuno in piazza del Duomo a Trento, come denuncia il gallerista Massimo Di Carlo.

A proposito di galleristi e antiquari: il ministro Franceschini miete successi per il decreto che consente l’autocertificazione per l’esportazione delle opere realizzate da oltre 70 anni sotto i 13.500 euro, ma non risponde né in maniera formale né in forma concreta all’S.O.S. lanciato a maggio dall’Associazione nazionale delle gallerie.

Se ne sono dimenticati anche gli addetti ai lavori convocati per la nostra inchiesta, così come, in tema di assenza e presenza, ci si è scordati delle difficoltà contro le quali si sono scontrate le Accademie di Belle Arti e le altre scuole d’arte nel momento in cui la pandemia ha privato i loro studenti dell’accesso ai laboratori. Il partito antagonista dell’«andrà tutto bene» sostiene che tutto tornerà come prima, cioè peggio di prima, il che vorrebbe dire che neanche la prolungata privazione dell’arte (mostrata o insegnata) e delle bellezze monumentali e paesaggistiche del nostro Paese insegnerà a noi e ai nostri politici a trattarle con maggiore attenzione e rispetto.

Non ci sarebbe presente e non ci sarà futuro senza passato: lo ribadisce Salvatore Settis, uno dei «buoni» più votati, nel suo ultimo libro, Incursioni. Arte contemporanea e tradizione, dove, al di là di accostamenti sin troppo giudiziosi e un po’ «televisivi», lo storico dell’arte aggiunge un capitolo alla sua dimostrazione del Futuro del classico. I libri, appunto: qui non lo dice nessuno, ma l’aumento delle vendite è tra le poche conseguenze positive di un anno che è stato il peggio del peggio.

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 414, febbraio 2021

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  • L’addio all’annus horribilis e il saluto al 2021 di Carlo Maria Mariani il cui Catalogo generale sta per essere pubblicato da Allemandi
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