Il meglio e il peggio del 2020 | I musicisti meglio degli artisti

Bruno Muheim: «È stato un anno tolto dal calendario per il consumatore d’arte»

Bruno Muheim |

Per la prima volta da anni non ho risposto al meglio e il peggio di «Il Giornale dell’Arte». La sua compilazione è sempre stata per me un piacevole momento per ricordare un anno di passeggiate, letture, emozioni e per sanamente arrabbiarmi di situazioni quanto meno incongrue. Ma il 2020 è stato veramente un anno tolto dal calendario per il consumatore d’arte che sono e non me la sono sentita di recensire quel vuoto.

A questo punto mi sono chiesto perché il mondo dell’arte, sia a livello accademico sia a livello commerciale, abbia segnato il tempo in tal modo e come si sono comportati altri settori del mondo della cultura. È evidente che le mie considerazioni sono totalmente personali e volontariamente esacerbate per arrivare a una spiegazione.

La mia prima constatazione è stata in merito alla modalità opposta con cui il mondo dell’arte e quello della musica hanno affrontato la pandemia e il confinamento in modo assolutamente non prevedibile. Potremmo immaginare che un artista o uno studioso possano essere stati poco svantaggiati dal Covid-19, dal momento che operano molto spesso in modo solitario e recluso, e che al contrario un musicista o un cantante impossibilitati a esibirsi siano stati fortemente penalizzati dal distanziamento sociale.

Un pittore crea da solo e affronta il pubblico unicamente a opera finita, al momento della sua esposizione; i musicisti si sono invece resi conto che il pubblico per loro è parte integrante del processo di creazione. Anche la caduta libera dei diritti di opere registrate in questi ultimi anni ha fatto del concerto stesso il momento eccelso della creazione. Per questi motivi la risposta al confinamento del mondo della musica, principalmente classica, è stata fortissima e veramente commovente. I nuovi mezzi elettronici e lo streaming sono stati di grande aiuto.

Per esempio, l’Opera di Zurigo per rispettare il distanziamento faceva suonare l’orchestra e cantare il coro in un enorme spazio a un chilometro dalla sede dell’opera; solo i cantanti erano in scena. La qualità del suono era eccezionale e il risultato perfetto grazie ai nervi saldi dei tecnici, dei cantanti e del direttore d’orchestra. Al Komische Oper Berlin, il teatro al momento più appassionante, tutte le regie sono state riviste in modo da rispettare i protocolli Covid-19 con dei tratti di pura genialità.

La Bayerische Staatsoper di Monaco di Baviera, indubbiamente la migliore sala al mondo, ha rispettato il suo programma mettendolo in scena senza pubblico in streaming: il finale del «Falstaff» era estremamente commovente e faceva riflettere sull’isolamento provocato dal Covid-19 mentre la Scala di Milano era scarsa di iniziative (tanto per cambiare...).

Le due più belle iniziative in assoluto sono state «La Traviata» al Teatro Real di Madrid nella regia di Leo Castaldi secondo la quale ogni cantante era prigioniero di coni di luce che illuminavano una scacchiera di quadrati di due metri per due delimitati da bande rosse, come sono attualmente gli spazi pubblici della capitale spagnola, e la straordinaria installazione di Mario Martone per «Il barbiere di Siviglia» dell’Opera di Roma: la sala forzatamente vuota era l’elemento principale della scenografia e dell’azione.

Quasi tutti questi spettacoli erano visibili in streaming e nella maggiore parte dei casi gratuitamente, prova della voglia di comunicare e di rendere partecipe il pubblico dei responsabili e di tutte le persone coinvolte, dall’elettricista alla soprano. Il mondo dell’opera non solo ha fatto ricorso a tecnologie all’avanguardia, ma ha anche elaborato un nuovo modo di essere creativi durante la pandemia. I musicisti stessi, elementi di un’orchestra, hanno comunicato più che potevano con il loro pubblico tramite i social.

Il Castello di Versailles vuoto di pubblico si è trasformato in un gigantesco centro di registrazione. Le grandi sale di concerto o d’opera fanno a gara per mantenere vivo il contatto con il pubblico offrendo in streaming un assaggio corposo della propria programmazione di questi ultimi anni. Anche un altro settore che vive di contatto diretto con il pubblico, la moda, privata delle sfilate si è reinventata.

Il marchio Alexander McQueen ha postato un video molto bello, «First Light» di Jonathan Glazer, che per presentare la prossima sfilata offre una versione dark e neopunk di «Blow-Up» di Antonioni. Saint Laurent propone una passeggiata nel deserto che è un altro omaggio al regista italiano. Sfortunatamente è molto più difficile trovare delle iniziative simili nel campo delle arti visive. Certo è difficile immaginare un gallerista incatenare un artista nella vetrina della galleria con un cartello «creation as usual», ma un filo di comunicazione sarebbe stato dovuto.

Il video dei pinguini in giro nelle sale del Nelson-Atkins Museum of Art era delizioso e sicuramente ha fatto conoscere a tutti il museo di Kansas City. L’eccezionale Associazione Amici di Brera ha ideato un piano di comunicazione della pinacoteca, ma abbiamo visto il direttore di un altro museo spiegare al pubblico un oggetto misterioso o fare visitare in video gli spazi museali privi di visitatori?

Certo il Louvre ne ha approfittato per sistemare alcune sale come quella della Gioconda, che ora sembra la sala di controllo dei passaporti di un aeroporto internazionale, ma in generale i professionisti delle arti visive hanno dimostrato pochissima immaginazione e un atteggiamento da impiegato delle poste, senza con questo voler offendere gli impiegati delle poste.

È evidente che entriamo in un periodo di restrizioni spaventose di budget. Gli Stati sono indebitati all’inverosimile. L’assenza di reattività da parte di certi elementi della scena culturale potrebbe essere rimarcata da chi prende decisioni in merito ai prossimi budget. Un collezionista che non abbia ricevuto notizie dalle sue gallerie preferite non sarà spronato nei prossimi acquisti.

Certo alcuni galleristi, in particolare nel campo della fotografia e del contemporaneo, hanno fatto un ottimo lavoro di comunicazione e di raccordo tra l’artista e il collezionista, molto spesso con un buon risultato sul piano economico: la voglia di spendere sembra essere quasi un antidoto al virus. Ancora una volta si tratta del mio punto di vista, dunque soggettivo.

© Riproduzione riservata Uno still del video «First Light» di Jonathan Glazer, postato dal marchio Alexander McQueen
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