Il medico del malato più grave

Al nuovo Ministro del Turismo si chiedono non solo strategie, ma soprattutto una visione

Alessandro Martini |

Stop and go: è la politica di questi mesi complicati, anche sul fronte del turismo. Certo uno dei settori oggi più in crisi (con una perdita nel solo 2020 di 53 miliardi di euro, secondo l’Istituto nazionale di ricerche turistiche, e 220mila posti di lavoro volatilizzati in 12 mesi, secondo Demoskopika). Tutto questo nonostante ristori e sostegni ad hoc (prestiti e sgravi fiscali, crediti d’imposta, bonus una tantum...), e nonostante il miniboom estivo limitato a un turismo necessariamente autarchico (con tutte le conseguenze di diffusione del contagio, ora dolorosamente evidenti).

Perché il turismo e l’economia a questo connessa non possono essere disgiunti dalla questione sanitaria, pena una serie di conseguenze reiterate e che oggi appaiono senza soluzione: se apro oggi per soddisfare le pressioni degli operatori, la pagherò (cara) domani e dopodomani. È anche con questa prospettiva che deve confrontarsi il neoministro Massimo Garavaglia, 53 anni, che, espresso dalla Lega, alle richieste del settore privato deve naturalmente rispondere.

Rosso nei musei (-250 milioni di euro nei soli musei statali), blocco del turismo congressuale, crisi degli alberghi, e prospettive nerissime per chi tradizionalmente guarda al pubblico internazionale, in particolare statunitense e di più elevato reddito. Ma il turismo in Italia rappresenta percentuali elevatissime di Pil e, compreso l’indotto, dà lavoro a 3,5 milioni di persone (dati Enit).

Anche per questa ragione, il governo Draghi ha istituito il nuovo dicastero. Che, lo ricordiamo, nato nel 1959 (governo Segni II) come Ministero del Turismo e dello Spettacolo, era stato abrogato con apposito referendum nel 1993, per poi essere affidato alla Presidenza del Consiglio ed essere accorpato nel 2013 ai Beni culturali (parte del Mibact, che oggi diventa MiC, Ministero della Cultura), dopo un incongruo gemellaggio con l’Agricoltura durante il governo Conte I.

Ciò che si chiede oggi al nuovo ministro sono non soltanto strategie, urgenti e a lungo termine, quanto soprattutto una visione per un settore in crisi ma, appunto, strategico. E in cerca di una nuova identità, tutta da inventare. In pochi mesi, infatti, tutto è cambiato: poco prima dell’inizio della pandemia il grande tema, italiano e internazionale, era quello dell’«overtourism». Oggi Venezia e Barcellona, Parigi e New York sono tutte, desolatamente, vuote.

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