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Musei

Il MaXXI è un museo di avvicinamento sociale

La presidente Giovanna Melandri e il direttore di MaXXI Arte, Bartolomeo Pietromarchi, illustrano progetti autunnali e prospettive future di un museo che vuole cambiare

Bartolomeo Pietromarchi. Foto: Giorgio Benni

Il MaXXI sta cambiando e cambierà, diventerà una centrale di consapevolezza aumentata, un laboratorio del pensiero sull’attualità», spiega Giovanna Melandri, da otto anni presidente della Fondazione MaXXI, che scorge negli stravolgimenti dei nostri giorni una potenzialità di crescita differente da quella precedente, quando il consuntivo annuale del museo era accompagnato sempre dal segno più: visitatori, mostre, finanziamenti.

«Accresceremo i laboratori didattici per trovare nuovi legami con la società, continua l’ex ministro dei Beni culturali; ci assesteremo nella doppia natura, da oggi irrinunciabile, di eventi reali e virtuali, rafforzeremo le nostre linee guida di attenzione ai Paesi del Mediterraneo e di sostegno alla ricerca scientifica e artistica, entreremo nel vivo delle questioni sociali, lavorando alla sensibilizzazione dei problemi connessi al Covid-19, ma anche con l’aiuto diretto al mondo artistico libanese: all’indomani della deflagrazione a Beirut abbiamo invitato i tanti mecenati finanziatori del MaXXI a sostenere associazioni libanesi, ad iniziare dalla Croce rossa».

Alla domanda se possa essere plausibile l’idea di devolvere i contributi di privati finanziatori del MaXXI, tradizionalmente diretti all’acquisizione di opere per la collezione permanente, a professionisti della cultura che hanno perso il lavoro, la risposta è un secco sì: «La funzione sociale sarà la punta di diamante del futuro del MaXXI. Parlano i fatti: siamo uno dei pochi musei che hanno rinnovato tutti i contratti di collaborazione, decidendo di investire in una comunità di competenze, il nostro primo capitale, ora ancora più prezioso». Le scelte avranno implicazioni politiche? «No, culturali. Anche se il nostro sostegno alla libertà scientifica e artistica colloca automaticamente il MaXXI in un orizzonte liberale, democratico e progressista, ma anche di mediazione».

Il discrimine è chiaro alla mente della presidente: «L’emergenza sanitaria è la cartina di tornasole per vedere come nel mondo si percepisce l’istituzione museale: mercato o ricerca? Chiarezza ci è venuta anche da un grande festival digitale organizzato sui nostri canali social il 18 giugno, con esperti internazionali di tutte le professioni dell’arte e dell’architettura, con cui si è dibattuto del rinnovato ruolo del museo. Anche con altre operazioni digitali, come “Casa Mondo” e la riscrittura della mostra “At Home”, abbiamo offerto riflessioni sul cambiamento dell’idea di casa avvenuta nelle nostre vite. È il nostro modo di cooperare alla coscienza dell’oggi».

Anche Bartolomeo Pietromarchi, direttore di MaXXI Arte, riflette sui mutamenti attuali. «I musei cambieranno nella struttura, spiega; molte cose verranno fatte diversamente da prima. Tutto il sistema dell’arte era fuori misura, ora deve puntare meno alla quantità e più alla qualità, si deve fare pulizia, deve diventare un sistema sostenibile, con lunghi tempi di riflessione e concentrazione, e meno stress, perché l’arte non è la finanza, che corre sempre. Dovrà essere un sistema equilibrato. Dall’inizio dell’emergenza sanitaria abbiamo perso 2 milioni di euro e l’80% di visitatori. Una riflessione per ripartire va fatta. Produciamo contenuti, opere e confronti sul web, ma l’online non può sostituire l’esperienza estetica reale, la può solo accompagnare».

Dal primo ottobre, e fino ad aprile 2021, la mostra «Senzamargine. Passaggi nell’arte italiana a cavallo del millennio», curata dallo stesso Pietromarchi, presenterà l’ultimo capitolo della politica di acquisizione di opere d’arte per la collezione permanente, che ha visto come protagonisti Carla Accardi, Luciano Fabro, Luigi Ghirri, Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian, Paolo Icaro, Jannis Kounellis, Anna Maria Maiolino, Claudio Parmiggiani e Mario Schifano. Di ciascuno, al MaXXI, figureranno ora gruppi di opere o grandi installazioni, acquistate con i fondi giunti dal Mibact in occasione del decennale del Museo nazionale delle arti italiane del XXI secolo (inaugurò nel 2010).

«Sono tutti autori che sono stati e continuano a essere punti di riferimento per le generazioni successive, quelle che operano nel XXI secolo. Per noi è stato colmare una lacuna, spiega Pietromarchi. Così è per Luciano Fabro, ad esempio, con i suoi pezzi d’Italia appesi a un’asta in “Italia all’asta”, che sembra una metafora del Paese, o “Casa Labirinto”, ambiente in perspex di Carla Accardi, quasi un’involontaria profezia di che cosa è diventata la nostra abitazione durante il lockdown. Sono tutte opere tarde, dagli anni ’80 ai giorni nostri, per differenziare la collezione da quella della Gnam. Di Luigi Ghirri abbiamo acquisito 150 fotografie scattate per la rivista d’architettura “Lotus”, di Schifano, dalla collezione Jacorossi, abbiamo ottenuto opere della mostra “Divulgare” del ’90 al Palazzo delle Esposizioni, di Kounellis, dall’Archivio, ci giunge una grande installazione ambientale del 2014, con sequenze di lunghi coltelli che trafiggono cappotti: sempre il tema del viandante e della ferita...».

«Senza margine» è stata una rivista fondata a fine anni ’60 da Alberto Boatto, morto tre anni fa. La mostra sembra consacrarlo a faro dell’arte contemporanea in Italia. «E lo è! È stato un grandissimo intellettuale, la cui lettura, sempre originale e fuori dagli schemi dell’arte a lui contemporanea, vorremmo prendere a guida, per infrangere il monolitismo di tante storicizzazioni dominanti, dove a primeggiare sono sempre gli stessi artisti. Accompagnerà la mostra anche il focus “Alberto Boatto. Lo sguardo dal di fuori”, curato da Stefano Chiodi, in cui verrà presentato parte dell’archivio donato al museo dalla moglie Gemma». Quali devono essere le parole d’ordine di una rinnovata lettura critica della storia dell’arte recente? «Passaggi, che abbiamo messo nel sottotitolo della mostra, può essere una. Non esistono movimenti artistici, ma passaggi. Le stesse opere sono, in fondo, passaggi».

Guglielmo Gigliotti, da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020


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