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Mostre

Il Macro è una rivista, a scriverla è il pubblico

«Editoriale» è il primo atto del progetto triennale «Museo per l’immaginazione preventiva» del neodirettore Lo Pinto

«the present is a difficult thing to have taste for» (2018, particolare), di Nora Turato. Cortesia: Nora Turato; LambdaLambdaLambda, Prishtina

Dal 17 luglio al 27 settembre il Macro torna a spalancare le porte al pubblico con «Editoriale», il primo atto della gestione del neodirettore artistico Luca Lo Pinto. Il progetto triennale da lui concepito, «Museo per l’immaginazione preventiva», ridisegna l’identità e la funzione del Museo d’arte contemporanea della Città di Roma.

Un progetto iniziato con il restyling del complesso museale, che ha riportato a un «grado zero» l’architettura già fortemente connotata dalla sua storia, una sorta di «svuotamento», anche di aree abitualmente non dedicate alle esposizioni, al fine di utilizzarla come le pagine di una rivista con sezioni/rubriche: «Un editoriale introduce i contenuti, gli obiettivi di una nuova rivista, di un nuovo progetto editoriale. Cinquantacinque le opere in mostra, volte a suggerire direzioni, posizioni, temi d’attualità apparentemente distanti invece assonanti fra loro. Le opere sono disperse per i 10mila metri quadrati espositivi, spiega Lo Pinto, e funzionano come le “voci fuori campo di un film”, perché al centro del Macro/rivista vivente c’è il fruitore che con la sua immaginazione ne scriverà le pagine ancora bianche. Un museo “ultrastratificato” nei significati e denso di “narrazioni”, che possa indurre il fruitore ad assumere una posizione riflessiva, interrogativa rispetto allo status dell’opera d’arte e alla sua capacità di fare risuonare la complessità del presente».

Il modello storico per Lo Pinto è l’artista degli anni Sessanta e Settanta, capace di lavori acuminati, fatti con materiali spesso poveri, non perché mancasse di denaro ma perché la potenza del suo immaginario non ne aveva bisogno. Una fase in cui l’artista si è posto il problema di affiancare una società che deve attuare al suo interno cambiamenti epocali, conquistare diritti civili. Formulato prima dell’emergenza sanitaria, ora il progetto rafforza ulteriormente la necessità di rispondere a una storia che agisce a ritmi accelerati, estranei al tempo tradizionale di un museo.

Per questo Lo Pinto ha ideato un progetto espositivo che procede servendosi di termini opposti ma complementari, per esempio reale/digitale, tempo diacronico/tempo sincronico, fast/slow, in maniera da tener conto delle esigenze dei «pubblici» della città, a cominciare dai «nativi digitali» ma anche, per esempio, delle comunità di immigrati. Il visitatore potrà scorgere il «panorama stratificato e diacronico dell’architettura del museo, dei suoi depositi, della sua memoria, così come della città», fino a sconfinare nei territori esterni di un vissuto ben più vasto, dove la contemporaneità diventa tout court storia.

«Editoriale» è una polifonia di voci: in alcuni casi è stato commissionato un lavoro o si tratta di opere inedite. Molti gli autori irregolari, per cui vivono sullo stesso piano linguaggi come cinema, fotografia, poesia, musica. Le fotografie dell’Archivio Storico Peroni, quelle di Marcello Salusti, fotografo di «Paese Sera», che narrano la Roma degli anni Cinquanta e Sessanta. L’ultimo filmato girato da Roberto Rossellini sull’apertura nel 1977 a Parigi del Beaubourg, rivoluzionario nell’architettura e nella sua concezione di «museo d’arte contemporanea». Il coraggioso documentario «Essere donne», girato dalla novantaduenne Cecilia Mangini nel 1965, che in Italia fu censurato. Opere dell’afroamericano Melvin Edward, che si occupa dei problemi del trauma delle violenze razziali dagli anni Sessanta ad oggi. Dalla stessa epoca, Corita Kent, suora, artista ed educatrice, offre uno sguardo rivoluzionario su urgenze sociali.

Ci sono anche opere di Gastone Novelli, Emilio Prini, Marcello Maloberti, Puppies Puppies, Gino De Dominicis, Andreas Angelidakis, Joanna Piotrowska, Vipa, Nicole Wermers, Ufficio per l’immaginazione preventiva, di cui ha fatto parte anche Fabio Mauri e a cui si è ispirato Lo Pinto nel suo progetto museale. La raccolta museale sarà oggetto di visite mirate nei depositi, tuttavia alla fotografa Giovanna Silva è stato chiesto di fotografare i magazzini per poi esporre le immagini nella nascitura sezione «Retro-futuro», allestita nelle sale colleganti le due ali del Macro: «Mi interessava rendere visibile la collezione, conclude Lo Pinto, in un’epoca in cui l’opera d’arte è sempre più mediata dalle immagini, queste gigantografie fungeranno da metacollezione predisposta ad accogliere un nuovo nucleo di opere di giovani artisti italiani». L’ingresso al museo sarà gratuito.

Francesca Romana Morelli, da Il Giornale dell'Arte numero 409, luglio 2020


  • L'ingresso del Macro di via Nizza

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