Il lockdown congela l’ottimismo di Shanghai

Il nuovo blocco iniziato il primo aprile non si è ancora concluso. Le mostre e i musei aprono e chiudono e le istituzioni non danno una risposta incoraggiante, come invece avevano fatto nel 2020. Ora sono Seul e Tokyo ad attrarre gli eventi internazionali

Un particolare di «Red» (2020) di Qiu Xiaofei
Ye Ying |  | Shanghai

Shanghai, 23 aprile. Oggi è il 23mo giorno da quando Puxi, la zona di Shanghai dove vivo, è entrata in lockdown a causa dello scoppio della nuova epidemia di Covid-19 da variante Omicron. Shanghai, con una popolazione di 25 milioni di abitanti, è divisa in due aree dal fiume Huangpu: Pudong, caratterizzata da nuove istituzioni finanziarie e da grandi comunità residenziali, è chiusa dal 28 marzo, mentre a Puxi, dalla vita commerciale e culturale più attiva, il lockdown è iniziato il primo aprile.

La stagione artistica primaverile è iniziata a Shanghai tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo con l’apertura di «The Territories of Water. An Exhibition from the Collection of the Musée du quai Branly-Jacques Chirac and The François Schneider Foundation» nel Pudong Art Museum; una grande mostra personale di Yoshitomo Nara nello Yuz Art Museum (in collaborazione con il Los Angeles County Museum of Art) e «Imaging Nature Before and After Photography» nello Shanghai Center of Photographic Art (SCôP). Nello stesso periodo Christie’s Shanghai Art Space si è trasferito a Bund One e il primo marzo vi ha tenuto una vendita congiunta Shanghai-Londra segnando la ripresa delle vendite di Christie’s Shanghai sospese a causa della pandemia.

Da metà marzo in poi, una nuova ondata della più contagiosa variante Omicron ha sconvolto il ritmo della stagione artistica primaverile di Shanghai. Istituzioni artistiche come Power Station of Art, Pudong Art Museum, Long Museum e West Bund Art Museum hanno annunciato la chiusura e successivamente anche le gallerie nel West Bund, nel Bund e nell’M50 Art District hanno comunicato che non sarebbero più state aperte al pubblico.

Ottimismo addio
Dallo scoppio del Covid-19 nel 2020, Shanghai è nota in Cina per la sua rigida prevenzione e per il suo rigoroso controllo dell’epidemia. Nei due anni precedenti la stagione artistica più ricca era a novembre quando si concentravano l’Art021 Contemporary Art Fair e la West Bund Art & Design Fair, così come l’inaugurazione di mostre in diversi musei e gallerie d’arte. Ciò aveva reso Shanghai una città ancora più attrattiva anche a livello internazionale, con un’alta densità di gallerie, collezionisti nazionali e pubblico d’arte da tutto il mondo.

La rapida diffusione del contagio e l’improvviso blocco in tutta la città nella primavera del 2022 hanno cambiato il modo in cui Shanghai ha gestito l’epidemia negli ultimi due anni e il clima sempre aperto e ottimista della città. L’ultimo lockdown iniziato il primo aprile, e che originariamente sarebbe dovuto durare fino al 5 aprile, non è ancora terminato. Sulla base dell’esperienza del precedente lockdown di Wuhan, ho rifornito le dispense di casa con il necessario per vivere per un paio di mesi.

Oltre a continuare ad acquistare verdure, pane e latte attraverso gruppi di acquisto con i miei vicini e a effettuare tamponi molecolari e test antigenici ogni pochi giorni, io e i miei colleghi stiamo ancora lavorando in remoto dalle nostre case. Secondo le normative della gestione dell’epidemia di Shanghai, se il risultato del tampone è positivo si viene trasferiti nell’ospedale temporaneo per un periodo di cura e gestione della positività. Gli oltre 10mila nuovi casi positivi ogni giorno e le continue richieste di assistenza via social media rendono difficile per le persone mantenere la calma mentre stanno chiuse in casa.
Lo Shanghai Center of Photographic Art (SCôP)
Carote e cetrioli: sogno in ricordo della fame
Una notte, circa una settimana dopo essere entrata in lockdown, ho fatto un sogno surreale: in una mostra di architettura di nuova apertura i modellini erano disseminati di carote e cetrioli, tra gli alimenti più facili da reperire durante l’epidemia, mentre dei polli correvano in cerchio nella sala della mostra. Dopo il vernissage tutti erano pronti a cenare insieme, ma io non ero invitata al loro pasto. A quel punto mi sono svegliata.

Questo strano sogno mi ha riportato alla mente la mia defunta nonna e quello che mi ha raccontato dei tre anni di carestia nazionale tra il 1959 e il 1961, quelli che il Governo chiama gli anni dei «disastri naturali». In quel periodo anche le persone che indossavano orologi (all’epoca portare un orologio era un lusso paragonabile al possedere oggi una borsa Birkin di Hermès) si chinavano a raccogliere foglie di ortaggi cadute sul ciglio della strada. Sessant’anni dopo io, che vivo nella città più commerciale della Cina, ho fatto un sogno che riproponeva lo stesso scenario: possibile che il ricordo della fame rimasto nel popolo cinese si sia risvegliato? Affidandomi agli acquisti di gruppo organizzati dai miei vicini, agli scambi tra amici e al cibo fornito dal Governo potrò mantenere il tenore di vita di prima del lockdown per almeno 20 giorni, ma questo sogno improvviso mi ha comunque lasciato a lungo depressa.

Seul invece di Pechino
Nel mese trascorso dall’interruzione degli eventi artistici a Shanghai sono state chiuse a causa del Covid-19 anche alcune zone di Guangzhou e Pechino. La mostra «Bruce Nauman: Ok Ok Ok», che aveva appena aperto nel M Woods Museum di Pechino a metà marzo, è stata temporaneamente sospesa a causa della scoperta di alcuni positivi tra i visitatori e poi riaperta solo dopo la disinfezione. A causa di questa incertezza è sempre più difficile prevedere quando le mostre e gli eventi artistici apriranno e quando chiuderanno.

Secondo quanto programmato a maggio Pechino dovrebbe inaugurare una serie di eventi artistici, dalla fiera Jingart alla Beijing Gallery Week alla Beijing Contemporary Art Fair, fiera che potrebbe diventare un secondo importante appuntamento dopo lo Shanghai November Art Month. È una stagione di arte urbana fitta di appuntamenti ma, visto l’impatto della rinnovata circolazione dell’epidemia, non è ancora possibile sapere come si svolgeranno le attività a Pechino nel mese di maggio.

A metà aprile è stata annunciata per settembre la seconda edizione della DnA Shenzhen Art Fair a Shenzhen, città della Greater Bay Area nel Sud della Cina che, dopo Shanghai e Pechino, sta diventando una delle nuove aree più in rapida crescita per l’arte: più di una dozzina di gallerie e un folto gruppo di giovani collezionisti sono emersi negli ultimi anni, favoriti anche dalla politica di isolamento tra la Cina continentale e Hong Kong che ha lasciato spazio allo sviluppo di Shenzhen.

Mentre la rete artistica all’interno della Cina continua a espandersi, lo status di Hong Kong come centro del mercato dell’arte asiatico è indebolito dalle difficoltà negli scambi internazionali. E intanto Seul in Corea del Sud e Tokyo in Giappone si sforzano di diventare nuovi centri del mercato dell’arte. Frieze Art Fair ha scelto la capitale coreana come prima tappa in Asia, annunciando che ospiterà Frieze Seoul nel 2022. La prima Art Week Tokyo dello scorso novembre è stata supportata anche da Art Basel e ha portato nuova vitalità al mercato dell’arte della capitale giapponese, finora poco attivo.

Dopo l’epidemia di Covid-19 nel 2020, numerosi centri d’arte si sono sviluppati in diverse regioni dell’Asia orientale. Tra queste, Shanghai è la regione in più rapida crescita della Cina, ma questa primavera ha sperimentato la prova più dura in quasi un decennio.

Per tutto ciò che è successo da marzo di quest’anno la maggior parte delle istituzioni non ha dato una risposta incoraggiante, come invece fece quando scoppiò per la prima volta l’epidemia due anni fa. Ad esempio, nel febbraio 2020 la Power Station Shanghai lanciò online il «psD-Piano di prevenzione delle epidemie»; l’Ucca Center for Contemporary Art di Pechino invece curò a maggio una mostra speciale dal titolo «Meditation in an Emergency». Da marzo di quest’anno, di fronte alle successive cancellazioni di eventi artistici e ai sempre più rigidi lockdown delle città, la solidarietà costruita due anni fa di fronte al Covid-19 si è dissipata a tal punto da essere oggi scomparsa.
Lo Yuz Art Museum di Shangai
Dopo, chissà
È difficile dire quale impatto avrà questo lockdown sul futuro. Durante il periodo di quarantena a Wuhan di due anni fa ho chiesto agli artisti che vivevano lì come stavano rispondendo all’epidemia. La maggior parte di loro ha detto che in quel momento aveva bisogno di affrontare specifiche sfide di vita. In un anno abbiamo visto le «Endless Peaks» di Yang Fudong e le mostre e le creazioni «Red» di Qiu Xiaofei che hanno per soggetto le condizioni di vita in condizioni estreme. Una settimana fa, la maggior parte degli artisti a Shanghai, come i cittadini qui, era impegnata ad affrontare le politiche di chiusura e le limitazioni della vita quotidiana, alla ricerca di cibo e alle prese con le necessità della vita quotidiana. Solo il tempo dirà come la dura primavera del 2022 avrà influenzato le loro successive creazioni.

Per il momento, e come sempre, le manifestazioni più sorprendenti arrivano dai giovani. Il 22 aprile è stato pubblicato su un account pubblico di WeChat il breve video «Voices of April», realizzato da un giovane di Shanghai, condiviso centinaia di milioni di volte in una notte. Questo video prende le conversazioni tra la gente comune, i dipendenti pubblici, i volontari e il personale medico che hanno avuto luogo a Shanghai da aprile e ne fa un montaggio per lasciarsi alle spalle i ricordi traumatici di ciò che la città ha vissuto durante questo mese. È stato il contenuto più virale e che ha ricevuto le reazioni più forti dopo il lockdown, anche se già dalla mattina del 23 aprile, al mio risveglio, tutte le tracce video di «Voices of April» erano state cancellate.

«La vera testimonianza della storia non è che si vive per vedere cose che non sono mai accadute prima. Piuttosto, vedi cose che hai imparato nei libri di storia, che pensavi non fossero più rilevanti per te, che non pensavi avresti mai potuto incontrare durante la tua vita». Così diceva un messaggio scritto da un amico su WeChat la mattina del 23 aprile. Sì, siamo caduti di nuovo nel ciclo della storia. A quale tipo di domani ci condurrà il blocco, con la sua realtà tormentata e crudele e la perdita di ottimismo per il futuro? Quello che non vorrei vedere è che l’apertura e la prosperità che Shanghai ha mostrato negli ultimi dieci anni diventi, come ha scritto il grande scrittore austriaco Stefan Zweig, «il mondo di ieri».

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